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Roberto Vecchioni: “La vita è straordinaria bellezza nell’esistere”

C’era la folla delle grandi occasioni questa mattina alla presentazione del nuovo album di Roberto Vecchioni. La stampa milanese (e non) era riunita al Teatro Gerolamo per ascoltare, dalla viva voce del Professore, la genesi del nuovo album L’infinito, che sarà pubblicato il 9 novembre 2018.

La conferenza si è aperta con la proiezione del videoclip di Ti insegnerò a volare, brano con cui Vecchioni lancia il progetto e riporta sulle scene Francesco Guccini, in un emozionante duetto all’interno di un brano ispirato ad Alex Zanardi.

Nella canzone i due grandi cantautori parlano alle nuove generazioni, in un momento in cui ogni cosa si perde nella liquidità e nella precarietà. L’obiettivo da raggiungere è sfidare l’impossibile, amando la vita anche nelle sue difficoltà più estreme e devastanti, cercando di affermare quella passione per l’esistenza che deve essere più forte del destino.

In seguito l’artista ha raccontato ai presenti il percorso che lo ha portato alla realizzazione del cd: “Continuerò ovviamente a cantare, fare dischi e concerti, ma questo lavoro è importantissimo. Sono molto emozionato nel presentarvelo perché lo considero come la chiusura di un cerchio aperto tanti anni fa quando ho iniziato a fare il cantautore. Ho cercato di essere più diretto e chiaro nel mio linguaggio espressivo, ho curato tantissimo le melodie e desidero davvero arrivare a chi avrà voglia di ascoltarlo”.

La nostra lingua sta morendo. Pensate che oggi i nostri ragazzi hanno un vocabolario di circa 600 parole. Dieci anni fa era di 5.000.

Un album diverso dal solito anche nella modalità distributiva. L’infinito non sarà disponibile su store digitali e su servizi di streaming online: “Questo album presenta un’unica canzone divisa in 12 momenti, in una dimensione temporale verticale che rinvia al tema dalle suggestioni letterarie, ovvero quella necessità di trovare l’infinito al di qua della siepe, dentro noi stessi. L’album (prodotto da Danilo Mancuso per DME e distribuito da Artist First) viene distribuito solo in cd e in vinile perché deve essere trovato dalle persone che lo vogliono davvero ascoltare con attenzione, non deve essere disperso in un mondo liquido e dove ogni cosa viene consumata con una rapidità e una superficialità esagerate”.

Il disco è il frutto della collaborazione di Vecchioni con Lucio Fabbri (produzione artistica e pianoforte, piano elettrico, organo Hammond, violino, viola, fisarmonica, basso elettrico e chitarra elettrica), Massimo Germini (chitarra classica e acustica, chitarra 12 corde, mandolino, bouzouki, ukulele, liuto cantabile), Marco Mangelli (basso fretless) e Roberto Gualdi (batteria e percussioni).

Tra i protagonisti dell’album non solo Guccini, ma anche Morgan: “Marco (Castoldi, ndr) ha iniziato a scrivere canzoni dopo essere venuto giovanissimo a un mio concerto insieme al padre”. Vecchioni racconta anche qual è uno dei brani migliori del lavoro: “Non dovrei dirlo ma sono particolarmente legato all’ultima traccia: Parola è un’elegia sulla morte del linguaggio, la nostra lingua sta morendo. Pensate che oggi i nostri ragazzi hanno un vocabolario di circa 600 parole. Dieci anni fa era di 5.000″.

L’obiettivo da raggiungere è sfidare l’impossibile, amando la vita anche nelle sue difficoltà più estreme e devastanti, cercando di affermare quella passione per l’esistenza che deve essere più forte del destino.

Di seguito la presentazione de L’infinito traccia per traccia, scritta da Roberto Vecchioni:
L’idea dell’infinito viene da lontano, c’era già in due romanzi e una canzone. La canzone è “Le rose blu”, i romanzi sono “Il mercante di Luce” e “La vita che si ama”.
Come in una scrittura automatica, da anni mi ripetevo la stessa cosa: bisogna amare ciò che si vive, non solo la vita in sé, che è un’astrazione, ma gli atti, i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi, i progetti che ci costruisci dentro e amarli incondizionatamente, che siano gioia o dolore, vittoria o sconfitta, pietre sparse o monumenti.
Ogni cosa che viviamo è unica. Rivissuta non è la stessa di prima.
La metafora: arriviamo ad una stazione e l’abbiamo già incontrata dieci, cento, mille volte, ma è sempre una stazione diversa al pari del paesaggio fuori che continuamente cambia, anche se abbiamo una vaga memoria di aver già visto, già provato.
Per “Una notte, un viaggiatore” (1) ho preso come spunto il romanzo di Calvino dove le storie cominciano e non si sa mai come vanno a finire. Si entra in una nebbia da cui emergono fantasmi: un luogo-non luogo dove non si capisce nulla e nemmeno si sa perché si è lì.
Nella valigia, l’unico bagaglio che ci è stato concesso, si nasconde il segreto ma la valigia non possiamo aprirla, possiamo solo immaginare cosa ci sia dentro e averne una risposta emotiva.
“L’infinito” (5) è solo in parte un disco autobiografico; dentro si muovono altri uomini e donne reali, che a volte si raccontano, a volte sono raccontati nel loro straordinario amore per ciò che si vive.
E così la storia di Giulio Regeni (4) è rivissuta nell’illusione della madre che non può crederlo morto e lo racconta con salti nel tempo, ora bambino, ora adolescente, ora uomo, sempre dolcemente addormentato lì a casa sua.
La passione di Ayse, Cappuccio Rosso (10), che va a morire contro l’ISIS è ripercorsa da lei stessa in un’immaginaria lettera dal fronte al suo amore. Niente di epico, tutto semplicemente umano.
Ricorrere al “verosimile” mi affranca da descrizioni didascaliche e mi fa sentire in parte Regeni e Cappuccio Rosso.
Poi arriva “Ti insegnerò a volare” (3) che è amore invincibile per ciò che si vive. È Alex Zanardi a parlare, a ricordare, ed è lui che spiega come fare per rialzarsi. Ritorna il “verosimile”: sulle orme di “Itaca” di Costantino Kavafis, Alex diventa maestro per dire ai ragazzi che la passione per la vita è più forte del destino. Questo brano si specchia direttamente in quella che è stata chiamata la “canzone d’autore” e che non c’è, non esiste più dagli anni ’70.
In realtà l’intero disco è immerso in quella atmosfera perché là è nato e successo tutto.
Là tutto è stato come doveva essere, cioè immaginato, scritto e cantato alla luce della cultura, semplice ed elementare oppure sottile e sofisticata, ma comunque cultura.
Forse per questo Francesco Guccini (che ho fortemente voluto nel mio disco per quello che rappresenta, e lo ringrazio ancora di esserci stato), ha scelto di cantare con me.
“La canzone del Perdono” (11) è un piccolo omaggio a Papa Francesco, (che non è mai citato, ma forse si capisce), quasi una nota a piè di pagina della mia vecchia “Stazione di Zima”.
Se mi si fa notare che chi crede nel Cielo perdona, rispondo che perdona anche chi ama il mondo.
“Vai, ragazzo” (6) è un inno alla mia malcelata passione per gli studi classici ed è anche una specie di endorsement: continuo a pensare che aiutino a tracciare una linea di confine tra vivere la vita o transitarci dentro e basta.
In “Com’è lunga la notte” (8) parlo di me a balzi nel tempo. L’ultima strofa è in terza persona, come se mi guardassi dal fuori, e allora a cantarla è il mio amico Morgan (che stimo e ringrazio).
“Formidabili quegli anni” (2), è uno scippo a Mario Capanna, ma non è il ’68 il vero protagonista.
Non si tratta neanche di nostalgie per ciò che è stato e non sarà.
Il ’68 fa solo da sfondo, in realtà parlo di com’ero io in quel periodo, dei sogni e delle speranze che avevo. Perché per me non esiste un “c’è stato” o un “ci sarà”: il mio orologio è fermo in un continuo presente, quello della mia anima e delle mie convinzioni.
Naturalmente non potevano mancare canzoni d’amore.
“Ogni canzone d’amore” (7) è un madrigale di una semplicità assoluta: mi divertiva l’idea che tutti i poeti del mondo, senza saperlo, avessero scritto d’amore per mia moglie.
L’altra canzone d’amore “Ma tu” (9), è su due piani e due tempi che s’intersecano, e due sono le donne: la prima e l’ultima. Enorme è la differenza tra un sentimento profondo e l’immagine di un sentimento ma entrambe hanno un loro posto nel cuore.
“Parola” (12) è un’elegia sulla morte del linguaggio, l’unico brano apparentemente fuori tema. Ma nella sua malinconia impotente, il finalino felliniano è messo lì a dire che la speranza non muore.
Però tutto questo è venuto dopo.
Prima c’è stato Leopardi.
Anche se sembra che sia l’ultimo a cui pensare per dimostrarmi e mostrare quello che sentivo.
E invece è stato il primo, perché lo sapevo, lo sapevo da anni.
Mi è sempre piaciuto credere che Leopardi non odiasse la vita, ma piuttosto che fosse vero l’inverso e che la sua disperazione, la sua rabbia, il suo sarcasmo fossero reazioni di un amante tradito.
E quando è a Napoli, nei suoi ultimi anni, è un altro.
Non che cambi le sue idee, no, pessimista era e pessimista resta, ma è come se all’improvviso fosse stanco del dolore, come se chiedesse una tregua al mondo, tanto che nel suo canto finale “Il tramonto della Luna” fa addirittura splendere il sole in cielo.
Mentre se ne va lo sfiora forse il pensiero che vivere sia dare tutto quello che si ha dentro, come la ginestra col suo profumo, e che l’infinito non sia al di là della siepe ma al di qua, in noi.
Lo spirito de “L’infinito” è quello di un disco degli anni ’70: non dodici canzoni, ma una sola lunghissima canzone divisa in dodici momenti.
Le linee melodiche di questo disco non sono casuali, le unisce una ricerca nell’ambito delle forme popolari, in prevalenza italiane.
“L’infinito” stesso ricalca parecchie arie pucciniane.
E così “Vai, ragazzo” è un evidente “Sirtaki”, mentre “Cappuccio rosso” evoca motivi della resistenza.
In “Una notte, un viaggiatore” c’è il mondo dei cantastorie siciliani e in “Com’è lunga la notte” quello delle frottole rinascimentali.
“Canzone del perdono” è un piccolo salmo, “Ogni canzone d’amore” (madrigale nelle intenzioni) è un valzerino che più popolare non si può. “Formidabili quegli anni”, una canzone “all’italiana”, con strofe e ritornelli e infine “Ti insegnerò a volare” una ballata all’irlandese, molto gucciniana, tant’è che tra tutte, Francesco ha scelto questa, per duettare con me.

TRACKLIST
1. Una notte, un viaggiatore – 5’31”
2. Formidabili quegli anni – 4’01”
3. Ti insegnerò a volare (Alex) – 4’34”
4. Giulio – 4’30”
5. L’infinito – 5’36”
6. Vai, ragazzo – 4’03”
7. Ogni canzone d’amore – 4’33”
8. Com’è lunga la notte – 3’07”
9. Ma tu – 4’18”
10. Cappuccio rosso – 4’56”
11. Canzone del perdono – 3’05” (non presente nel Vinile)
12. Parola – 4’11”

Jacopo Casati

Foto di Oliviero Toscani

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