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Roger Waters a Venezia: «Se la pace creasse profitti regnerebbe ovunque»

«Buongiorno, sono molto felice di essere qui», ha esordito in un traballante italiano Roger Waters, oggi, in conferenza stampa alla Mostra del Cinema di Venezia, dove è arrivato, sotto la pioggia battente di una giornata plumbea, con qualcosa come trent’anni di ritardo, per la presentazione in anteprima mondiale del film concerto Us + Them. Distribuito da Nexo Digital, il film arriverà anche nei cinema italiani dal 7 al 9 ottobre (qui l’elenco sale).

Look d’ordinanza, total black, rilassato e molto meno burbero di quanto non si dica in giro di lui, insieme al regista Sean Evans, con cui ha firmato la pellicola, ha dato vita ad un confronto aperto con la stampa internazionale presente, partendo dalla genesi del progetto, per arrivare a parlare a ruota libera dei tanti temi politici, sociali e umanitari, che da sempre contraddistinguono la sua narrazione in musica.

«Quando riesci a mettere insieme un concerto rock and roll e a viaggiare attorno al mondo esibendoti centocinquantasette volte per diversi audiences, sarebbe stupido non farlo, quindi lo abbiamo fatto», ha spiegato laconico riguardo all’idea dietro il film concerto, registrato nel 2017 durante la data di Amsterdam dell’Us + Them tour.

Un progetto molto meno intimo del precedente The Wall, realizzato nel 2014 sempre in collaborazione con Sean Evans, e al cuore del quale ci sono la grande musica di Waters (solista e con i Pink Floyd) e un invito all’empatia, all’amore, alla cooperazione e alla vita, come le uniche forze salvifiche a fronte dell’impero del male, quello dei pigs: i potenti, che manovrano, più o meno nell’ombra, per il loro profitto e il nostro silenzio.

«Questo è un film molto politico, chiunque lo vedrà riconoscerà che c’è una grande contenuto politico e umanitario. Credo che iniziare a prestare attenzione a questi temi sia un buon punto di partenza per iniziare a riparare il danno che è stato fatto e io non posso continuare a fare film su mio padre per il resto della mia vita – ha spiegato Waters -. Mio padre era un obiettore di coscienza, che ha rifiutato di arruolarsi durante la Seconda Guerra Mondiale, finché ha capito che era necessario, proprio per il rispetto che aveva per gli insegnamenti di Gesù Cristo, combattere contro i nazisti ed è morto per questo. La sua storia eroica ha plasmato la mia vita, il suo eroismo e quello di mia madre hanno incoraggiato il mio desiderio di esprimere empatia verso gli esseri umani, i miei fratelli e le mie sorelle, homo sapiens, che soffrono agonie insopportabili ogni giorno. Questo show, anche se si tratta soltanto di rock and roll, cerca di esprimere il dolore che proviamo per le sofferenze altrui».

C’è la storia di una madre e di una figlia che fuggono dalla guerra, infatti, a incorniciare la scaletta dello show di Amsterdam, perché se c’è un tema che, su tutti, sta a cuore a Roger Waters è quello pacifista e quindi dell’accoglienza. «Quello che sappiamo è che c’è un movimento generale di persone povere, affamate, devastate dalla guerra, in pericolo e che cercano di vivere, muovendosi come un liquido nell’osmosi verso un luogo sulla superficie terrestre, che sembra loro più ospitale per sé e per i loro figli e noi glielo dobbiamo. Non credo che anneghino nel Mediterraneo perché vogliono rubarvi la vostra pizza, se accade è perché sono disperati e vogliono disperatamente salvare i loro figli».

«L’anno scorso – ha continuato – sono stato a Roma dove abbiamo tenuto una mostra e abbiamo fatto una conferenza come questa e ricordo di avere fatto presente, in quell’occasione, che se c’è una cosa di cui siamo assolutamente sicuri, in base alle prove che possediamo, è che veniamo tutti dall’Africa. Veniamo divisi da queste tecniche nazionalistiche, che costruiscono muri e persuadono la popolazione che per qualche ragione noi Europei meritiamo più di loro o che siamo migliori di loro o che loro cercheranno di ucciderci. Dobbiamo iniziare a pensare diversamente, a guardare oltre, perché in quelle idee non c’è futuro. Ecco perché nello show compare il messaggio: “Non c’è peggiore schiavo di chi crede falsamente di essere libero”».

Compare anche un maiale volante sopra le teste del parterre, metaforicamente rappresenta Donald Trump, ma la lista dei pigs è davvero lunga. Ce ne sono tanti, di tutti i tipi, su tutta la superficie terrestre, ma statene certi: sono tutti fatti della stessa pasta, la stessa di cui si narrava nel lontano ’77 nel’album Animals. «Boris Johnson è più maiale di Winston Churchill? No. Churchill era sicuramente più eloquente e acculturato, ma entrambi fanno parte di un’elite concentrata a tenere il novanta per cento del resto della popolazione mondiale sotto il loro controllo e permettere loro di affogarsi nel Mediterraneo, perché noi come razza umana non stiamo puntando la nostra attenzione su come educare le nuove generazioni a imparare ad agire collettivamente, per aiutarsi a vicenda e cooperare, perché questo non crea profitti. L’equazione è sempre quella, se solo la pace creasse profitti, la pace regnerebbe ovunque».

Ha parole, poche, ma decisamente non lusinghiere anche per l’ex Minsitro degli Interni, quando gli viene chiesto che cosa ne pensi della situazione italiana dopo il ribaltone salviniano di mezza estate. «Non sono un esperto e non conosco così bene Salvini, ma grazie a Dio ce ne siamo liberati. Certo abbiamo Boris Johnson nel Regno Unito e molti altri in Polonia o in Ungheria, anche in Sudamerica. Viviamo in tempi difficili, dove chi detiene il potere sta riuscendo sempre di più a mettere le persone le une contro le altre e di conseguenza mantenere il loro controllo politico sulle nostre vite e continuare nel loro deliberato tentativo di distruggere questo bellissimo pianeta su cui viviamo e che coloro che ci tengono vorrebbero tanto consegnare ai loro figli e alle future generazioni. Questo avviene perché non agiamo collettivamente e non resistiamo alle forze neoliberiste e neofasciste, che stanno devastando il pianeta. Non rimarrà niente per i nostri figli e i figli dei nostri figli».

I giovani, ne parla spesso Waters e a un occhio neanche troppo attento non sfuggirà la presenza di tantissimi ragazzi tra le prime file dei live del Us + Them tour. «Mi fa molto piacere che sia così ed è anche la ragione per cui io e Sean amiamo così tanto quella che è chiamata la general admission ai concerti, perché significa che le persone sono pronte a fare la coda e arrivare vicino al palco, dove possono avere una comunicazione più diretta con noi, piuttosto che stare seduti in poltrona. Perché sono attratti da quello che facciamo? Perché ci riconoscono la verità, ecco perché! La maggior parte della musica popolare è totalmente vuota di significato, emozioni e contenuti, così ci sono sempre, in ogni generazione, persone giovani che cercano significato. Ecco perché incoraggio i giovani a leggere 1984 e The Brave New World, che sono letture assolutamente necessarie non appena sentono il sangue scorrere nelle loro vene – ha concluso Waters -. C’è un disperato bisogno che le persone giovani di questo mondo comprendano le idee buone, non solo l’iPhone, le iDee. Ed è solo attraverso la lettura che possiamo trovare un sentiero nella vita, lungo il quale possiamo agire con saggezza e connetterci con i nostri fratelli e le nostre sorelle, perché è questo che alla fine ci porta gioia, non quei fottuti iPhones».

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Cinzia Meroni

Foto di Francesco Prandoni

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