Onstage

Santa Manu: «Non abbiate paura di abbracciare la vostra potenza»

Dopo il primo singolo Baby Boy e il crudo intimismo di Paris, Santa Manu è tornata con il nuovo inedito, Coca Cola. Interamente scritto da lei il pezzo dal sound estivo e dal ritornello martellante, è l’ennesima prova di uno stile molto personale, che unisce gli echi della tradizione cantautorale italiana a sonorità urban contemporanee.

Nata in un piccolo paese delle marche e cresciuta dalla nonna, una donna molto religiosa e al contempo molto rock’n’roll, Manuela Rinaldi (questo il vero nome dell’artista) inizia a cantare a quattro anni e a scrivere canzoni a dodici. Entrata, poi, al conservatorio nella classe di pianoforte, inizia a dividere i suoi pomeriggi tra lo studio della classica e le ore a suonare rock nei garage del paese trasformati in sale prova.

Trasferitasi a Milano studia elettronica alla Civica e collabora con diversi beat makers contaminando il suo stile con sonorità urban e hip hop, collezionando anche un’esperienza a X Factor insieme al fratello, metà dei Frères Chaos. L’abbiamo incontrata per farci raccontare un immaginario, che si fa più intrigante di uscita in uscita, un universo artistico fatto di forti contrasti, espresso tanto in musica, quanto per immagini, tra sacro e profano, forza e vulnerabilità.

Santa Manu, nel tuo nome sta già un’indicazione bella concreta su quello che è il tuo immaginario, ma prima di parlarne vorrei capire come Manuela Rinaldi è diventata Santa Manu?
Ho fatto una promessa a mia nonna, che è la persona che mi ha cresciuta. Le ho promesso di mantenere il nome Manu. Santa l’ho aggiunto per rafforzarlo e significa inviolabile, degna di rispetto e quindi anche priva di limitazioni. È una cosa molto vicina a me e molto vicina a lei, essendo lei molto religiosa, ma anche rock’n’roll come donna. Per cui ho trovato questa unione perfetta e una notte, nei miei deliri da mezza ubriaca, ho detto: ok, devo chiamarmi Santa Manu.

Come dicevi, Santa sta per inviolabile, degna di rispetto, una caratteristica che nelle tue canzoni emerge chiaramente come attributo del femminino. Oggi, però, questa visione ha ancora dell’utopico, in Italia, nel mondo e nella scena musicale, oggi forse più che mai. Tu come la vedi?
Purtroppo e per fortuna questa cosa deve farci pensare, ma a ogni crisi di solito segue una bella rinascita. I dati parlano da sé, nell’industria musicale italiana siamo pochissime come artiste, come artiste che scrivono ancora meno e di produttrici meno meno meno, ma questo anche nel mondo, dove ci sono il 2 per cento di produttrici donne. È una cosa allucinante, però deve farci capire che sta a noi. Ovvio, servono delle spalle gigantesche per andare avanti, anch’io ho avuto i miei momenti, in cui, non dico che avrei voluto abbandonare tutto, ma comunque di grande sconforto e lì ci sei solo tu.

Raccontami: dal conservatorio e dai garage trasformati in sale prova del tuo paese, a Milano, per incontrare contaminazioni trap, urban, hip hop. Oggi ti trovi esattamente dove avevi immaginato che saresti stata o quanta casualità, intesa come positiva forza creatrice, c’è stata nel tuo percorso?
È stata una combinazione di cose. Non credo molto nel caso, ma che ognuno sia un po’ artefice del suo destino. Credo che bisogna alzarsi tutti i giorni, fare, studiare, dire: anche oggi studio un’ora di chitarra e mi metto lì al piano a scrivere, anche se non ho voglia o non ho l’ispirazione. Se lotti, prima o poi le robe arrivano. Al conservatorio ero un po’ la pecora nera, sono stata presa nel corso di pianoforte molto tardi, però evidentemente avevo fatto dei progressi in breve tempo e hanno deciso di prendermi, ma già scrivevo canzoni e cantavo da tanti anni. Quindi in realtà non mi occupavo solo di musica classica, la metà del mio pomeriggio era studiare Bach, Chopin, tutta la classica insomma, e la seconda metà era fuggire in questi garage, con tutti i maschi a fare musica rock. Sì, mi vedevano come un personaggio un po’ strano al Conservatorio, anche un po’ isolato, se vuoi.

Parlare di generi immagino ti interessi poco o per niente, ma ci sono dei contrasti nella tua musica, così come dall’immagine di donna che emerge dall’insieme di visual e liriche, un po’ Vergine Maria, un po’ Maria Maddalena, un po’ sacra e un po’ profana. Che ruolo ha questo dualismo nel tuo mondo creativo?
Sì, è vero, per me parlare di generi non ha molto senso, perché ho avuto a che fare concretamente con tante cose diverse, dai miei studi di elettronica alla Civica di Milano, Stockhausen e tutta quella roba lì, al cantautorato italiano, alla West Coast americana. Ho avuto molte influenze disparate nella mia vita, cosa che mi ha permesso di capire a cosa sono vicina e cosa, invece, è bello, ma non mi interessa. Per quanto riguarda la mia figura, alcuni mi hanno dato della blasfema, ma, in realtà, io non vedo blasfemia, né nelle grafiche, né nei video, ma una forte attrazione per tutto quel mondo sacro e religioso, di cui siamo impregnati in Italia. Io arrivo da un paesino piccolissimo delle Marche e sono impregnata di quella roba lì, che per me ha un valore sia estetico, che affettivo molto profondo, legato a mia nonna. Poi, io credo che ogni donna sia santa e ogni donna non debba avere paura di mostrare la sua parte sacra e la sua parte profana, è una distinzione che deve finire quella tra la santa e la puttana.

Mi ha colpita molto il video di Paris, io un’idea me la sono fatta, ma ti va di raccontarmi il concept dietro alla clip?
Ci sono due significati che io do a quel video: da un lato si ricollega al fatto che chi continua a idolatrarti, a portarti rose e a farti complimenti, in qualche modo, a un certo punto ti fregherà, cercherà di toglierti la libertà e di farti diventare in qualche modo dipendente. Il secondo significato è più femminista, cioè, va tutto bene se come donna sei immobile come una statua e non crei problemi, ma quando tu inizi a parlare, a quel punto non sei più la santa da adorare, ma la strega da mettere al rogo.

Visto che non ci piacciono le etichette, vorrei invece capire con che musica sei cresciuta? Quali sono stati gli artisti che ti hanno influenzata maggiormente?
Uno dei dischi più importanti per me è The Velvet Underground & Nico, per tutto quello che ha dentro a livello di sperimentazione. Adoro Lou Reed, lo adoro come personaggio, come artista e penso che dal suo incontro con John Cale sia arrivato il genio che ha messo su i Velvet Underground. Oltre a questo la West Coast americana, ma anche Johnny Cash, Joni Mitchell, i Pink Floyd, Madonna, David Bowie e poi la musica italiana degli anni ’50 e ’60, i grandi cantautori, come Tenco, Endrigo e Guccini.

Nel nuovo singolo Coca Cola lo citi Lou Reed, insieme a William Blake e Peggy Guggenheim. Cosa ti intriga in particolare di ognuno di loro?
Sono tutti personaggi, che hanno lasciato un segno bello pesante nella mia vita, persone che ho citato, perché ho avuto delle illuminazioni quando sono entrata in contatto con le loro cose. Peggy Guggenheim e Venezia, a cui sono molto legata, il suo museo, lei come donna molto emancipata indipendente, fuori dalle regole, anche lei super moderna, super provocatoria, non aveva paura di andare a letto con dieci uomini diversi, senza sentirsi obbligata a spiegare, chi, come o perché. Tutto quello che ha fatto a livello di collezionista d’arte, fino a diventare la più grande collezionista di arte contemporanea è incredibile, il suo museo è folgorante. Un’altra folgorazione c’è stata con William Blake, quando ho visto per la prima volta alle superiori le sue stampe illuminate, quindi nella canzone faccio una sorta di gioco, dicendo: «Vedere solo la tua luce, come fossi Blake».

Hai detto che sei molto legata a Venezia, come mai?
È una città dove vado spesso e Coca Cola l’ho scritta dopo esserci stata. Molte cose di quella storia sono state vissute a Venezia. È una città che ho vissuto molto, a cui sono molto legata, una sorta di porto tranquillo, dove torno quando voglio rilassarmi e svuotarmi.

Adios my amor. Nella canzone parli di qualcuno da lasciare alle spalle. Questo ci riporta al cuore del messaggio delle tue canzoni, che tu stessa hai riassunto come un’esortazione ad abbracciare la propria potenza e andare, avanzare fino alla fine, fare quello che si vuole, senza limitazioni. È un risultato che richiede esercizio, tu come ci sei arrivata o come stai cercando di farlo?
Sto cercando di arrivarci tramite riferimenti esterni, ogni volta che posso cerco di guardare documentari o interviste di artisti che mi interessano. Leggo molti libri di persone, che, secondo me hanno cambiato qualcosa nel corso della storia, non perché io abbia la supponenza di voler cambiare qualcosa nella storia, ma perché penso che ognuno di noi abbia questo ruolo, di far venir fuori il meglio di sé e aggiungere un tassello a questo mondo.

Letture recenti?
Ho appena finito di leggere il libro su Marina Abramović, sulla sua storia, si chiama Attraversare il muro e già il titolo la dice lunga, credo che sia già quello un grande insegnamento, ho metà libro sottolineato, mi ha lasciato tantissimo.

Le tue canzoni sono confessioni e come tali un atto di liberazione, anche da filtri e protezioni. Che rapporto hai con la vulnerabilità?
Sono una persona iper sensibile e iper vulnerabile, mega istintiva e in realtà faccio molta fatica a rapportarmi con le altre persone, anche se sembro molto socievole, ho avuto varie difficoltà anche nell’adolescenza. Ero una persona molto asociale, non perché lo volessi, ma poi ho sfruttato questa cosa per fare musica, spendevo meno tempo con gli amici, ma avevo più tempo per costruire qualcosa, dato che quella parte mi mancava. Sono una che discute poco, ma quando lo faccio esce il diablo che c’è in me soprattutto se si tratta di lavoro, il Bambi sparisce e esce il diablo, anche qui c’è il dualismo di cui parlavamo.

Live e prossimi progetti?
Aspetterò l’inverno per i live, perché vorrei fare uscire qualche altro singolo. Quindi ho in programma di scrivere molto quest’estate e ho già qualche singolo da parte, che uscirà da settembre.

Crediti foto: Bogdan

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