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Sofi Tukker: «La musica è istinto, il live una festa»

Si intitola Best Friend il nuovo singolo dei Sofi Tukker e, a dispetto delle sonorità peculiari, il brano ha già conquistato la Apple, che l’ha scelto come colonna sonora del nuovo iPhone X.  È indubbiamente una grande soddisfazione per il duo di New York composto da Sophi Hawley-Weld e Tucker Halpern, che la aggiunge ai suoi traguardi inattesi: la nomination ai Grammy come Best Dance Recording per Drinkee, il primo EP Soft Animals e il singolo Johny nella colonna sonora del gioco FIFA 17. Tanti piccoli tasselli che fanno di Sophie e Tucker un duo da tenere indubbiamente d’occhio. Abbiamo per cui provato a scoprire qualcosa in più sulla loro storia e sulla loro produzione artistica.

2014, nascono i Sofi Tukker. «Abbiamo deciso di fare musica quando mi sono ammalato di mononucleosi. – racconta Tucker – Non riuscivo a liberarmene, per cui ho dovuto lasciare la scuola per un anno. Ero nel letto senza energie e ho deciso di fare musica sul mio computer. Quando sono tornato a scuola ho provato a riprendere a giocare a basket, ma non avevo le forze fisiche. Per cui ho pensato di dedicarmi a quest’altra passione che avevo sviluppato. Ho pensato di fare un tentativo. Mi ha aiutato molto, però, il fatto di non essere un musicista vero e proprio, perché mettevo insieme le cose che mi piacevano e realizzavo musica semplice. Proprio perché non potevo fare altrimenti. I musicisti, quelli bravi, spesso hanno problemi a realizzare musica perché sono troppo preparati. In un certo senso, è andato a nostro vantaggio». L’incontro con Sofi avviene nel 2014 alla Brown University: «Io facevo il dj in una galleria d’arte – racconta Tucker – lei suonava in questa galleria, faceva bossa nova. L’ho vista e ho pensato che fosse veramente brava, ma molto noiosa (ride, ndr). Le ho chiesto se potevo remixare qualcosa di suo, renderlo ballabile. Abbiamo iniziato così, e non abbiamo più smesso».

2016, l’EP Soft Animals. «C’è una poesia di Mary Oliver, si intitola Wild Geese. – spiega il duo – In un verso, la Oliver dice più o meno che non devi attraversare il deserto pentendoti o essere buono a tutti i costi, devi solo lasciare che i ‘soft animals’ del tuo corpo siano liberi di amare ciò che vogliono. Mentre lavoravamo all’album, ci chiedevamo proprio che tipo di band volessimo essere e cosa volessimo esprimere. Non ci piaceva l’idea di giudicare noi stessi e la nostra musica o pensare a cosa avrebbero pensato gli ascoltatori. Ci è venuto in mente quel verso e abbiamo pensato che ci rappresentasse: l’istinto è tutto per noi, se una musica ci fa stare bene la portiamo avanti».

La nomination ai Grammy. «Una roba pazzesca! – scherza Tucker – Veramente non ce lo saremmo mai aspettati, non sapevamo neanche quando sarebbero state annunciate le nomination. Non era sul radar, per niente (ride, ndr)! Stavamo girando un video e Sophie è venuta a dirmi con una faccia stranissima ‘Non ci crederai mai. Ti abbraccio’. Non ci abbracciamo mai e in quel momento ho capito che era accaduto qualcosa di molto bello o qualcosa di molto brutto. Fortunatamente era un evento molto bello. L’ho capito quando ho visto che avevo ricevuto 300 messaggi sul cellulare».

2017, F*ck They. «Chi sono ‘loro’? La gente che tenta di trattenerti dall’essere te stesso. – spiega il duo a proposito del singolo rilasciato nel 2017 – Le persone che ti giudicano, che pensano che tu debba essere in un determinato modo».

Best Friend. «Questo brano è stato ispirato veramente dal fatto che siamo amici. – racconta Tucker – È nato nel garage dei miei genitori. Sophie parlava al telefono con una sua amica del college e, a fine telefonata, ha esclamato ‘Ho avuto la conversazione migliore di sempre, voglio scrivere una canzone’. Così abbiamo scritto un brano, ma non sapevamo che farcene di questa traccia. Abbiamo chiamato le NERVO, che ormai sono nostre amiche. Loro ci hanno messo in contatto con Alisa Ueno nel caso volessimo un sound più straniero, visto che lei è giapponese. Alla fine loro l’hanno girata ad Alisa, ma avevano apprezzato così tanto la traccia che ci hanno chiesto di poter partecipare al featuring. Mancavano solo i The Knocks, i nostri veri grandi amici. Abbiamo messo insieme tutti i pezzi e ne è venuta fuori una canzone un po’ strana, però molto positiva. È veramente un esempio lampante di cosa voglia dire fare musica per se stessi e non per gli altri. Non avremmo mai pensato di farne un singolo, finché non ci ha chiamati la Apple».

Il live, le prime esperienze e le prossime date. «La prima esperienza dal vivo è stata in un piccolo club a New York, probabilmente c’erano 20 persone. – conclude il duo – Non sapevamo ancora chi eravamo, pensavamo di essere una band e che sarebbe stato un concerto scuro e figo, col fumo e l’alcol. Invece non ci siamo divertiti affatto. Abbiamo capito che eravamo persone diverse: non siamo tipi da concerto figo, siamo più gente che vuole divertirsi. Abbiamo puntato da allora a salire su un palco e divertirci, sorridere, fare casino. Ora siamo dei pazzi nei live, abbiamo un sacco di energia, facciamo persino coreografie. Al centro del palco c’è un’installazione, si chiama il Book Tree. È una scultura fatta di libri veri, ma dentro abbiamo nascosto dei microfoni. Così, se usi le bacchette su questa scultura, escono fuori bei suoni. Ci piace essere connessi con la folla, è una grande festa».

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