Onstage

Subsonica: «Nei palazzetti sarà uno spettacolo movimentato»

È quasi tutto pronto per l’8 Tour dei Subsonica. Poco meno di un mese ci divide dal ritorno sui nostri palchi di una delle band più amate dal pubblico: i Subsonica. Dopo la parentesi europea, che li ha visti calcare i palchi delle principali città del continente, Samuel, Boosta, Max, Vicio e Ninja sono pronti ad intraprendere un viaggio che li porterà nei palazzetti di tutta Italia. Proprio in occasione dell’imminente tour, abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Samuel.

Finalmente si riparte, l’ultima volta era il 2016, con Una Foresta Nei Club. Quali sono le vostre sensazioni?
Un po’ come per tutti gli album, generiamo sempre un po’ di spazio creativo personale fra un disco e l’altro. I tempi si allungano, l’attesa genera una voglia di tornare sul palco insieme. Ed è proprio insieme che abbiamo costruito il nostro percorso musicale, ci troviamo. Un meccanismo, una famiglia: uno fa una cosa e l’altro già la sta facendo. È bello ritornare ed è bello portarsi dietro tutte quelle cose che succedono in quegli anni in cui si sta da soli. Ognuno di noi sperimenta a proprio modo, dando forma alla propria creatività nel modo in cui più gli piace; senza filtri, senza dover affrontare discussioni con altre persone. Questa cosa ti permette di sperimentare, di essere libero da ogni compromesso. Questo però genera anche una voglia di tornare insieme: in quella tensione di vitalità creativa, nella quale uno accende l’altro, di competizione positiva, che è per noi un’enorme fonte di energia.

Siete insieme da 20 anni, con la stessa formazione, ed avete ancora la stessa voglia di sperimentare.
Noi siamo veramente una band. Sarebbe impossibile pensare ai Subsonica sostituendo qualcuno del gruppo. L’unico modo per far esistere i Subsonica è essere noi 5. Quando ci stancheremo, o qualcuno deciderà di andarsene, i Subsonica non esisteranno più. I periodi di attesa si traducono in voglia spasmodica di scrivere e poi di ritornare sui palchi. Sui palchi che anche noi, in qualche modo, abbiamo aiutato a far crescere: siamo stati sperimentatori già dalla prima tournée, quando ci venivano quasi regalati strumenti che erano in fase di sperimentazione.

Cosa vi portate dietro dal tour in Europa?
È stato molto interessante, soprattutto perché era la prima volta che ripartivamo – con un’operazione come il disco e la tournée nei palazzetti – dall’Europa. Partendo dall’Europa abbiamo, innanzitutto, rispolverato gli strumenti in un ambiente nel quale forse ci troviamo più a nostro agio, quello dei club. La nostra musica è nata in quei luoghi, è nata nei club, nel periodo in cui i DJ hanno trasformato il modo di fare musica. Ripartire dai club è stata una buona idea per riappropriarci di quegli spazi, di quei movimenti che esistono fra di noi durante il concerto. Poi, ovviamente, all’estero c’è un pubblico diverso, molto più vario ed eterogeneo, e ti confronti con culture diverse, passi le giornate in luoghi differenti da quelli che hai sempre visto. Questo ci ha dato ancora più voglia ed energia di tornare in Italia con un bello spettacolo.

Anche stavolta niente passerella sul palco, proprio non ti piace.
La storia della passerella è una provocazione: i Subsonica non avranno mai una passerella. La passerella è per il cantante, ma noi siamo una band e sarebbe complicato metterci tutti a correre sulla passerella. Anche se l’ultima volta che ho detto che non avrei fatto qualcosa era il 2000, quando ho detto “non andremo a Sanremo”, poi ci siamo andati (ride, ndr). Proprio dopo l’esperienza a Sanremo abbiamo iniziato a non poterci più esibire nei club e a doverci spostare in spazi molto ampi. Questo ci ha permesso di costruire un meccanismo umano e di competenze che ci hanno aiutato a proporre delle produzioni molto competitive, riuscendo a mantenere un prezzo del biglietto adeguato alle possibilità di tutti. Questa cosa qui ce la portiamo dietro da sempre, andare nei palazzetti è diventato normale. È molto più insolito ritornare nei club, nei quali abbiamo vissuto la prima parte della nostra carriera. Il palco sarà molto particolare, a detta dei nostri collaboratori è il primo palco in Italia completamente in movimento: il palco si muoverà insieme a noi, con le luci, gli schermi, sarà tutto un insieme di strutture semoventi. Uno spettacolo molto movimentato, diciamo così.

A breve uscirà il vostro nuovo videoclip, Punto Critico. Siete voi, i vostri strumenti e qualche effetto stroboscopico. Ce lo racconti?
Volevamo raccontare un brano che si basa sul linguaggio elettronico, che è quello con il quale ci esprimiamo. A quello siamo riusciti ad unire anche il linguaggio visivo, portandolo nella stessa direzione: un linguaggio visivo con dei disturbi elettronici che entrassero a far parte delle immagini.

Senza rivelare nulla, cosa dobbiamo aspettarci dalla scaletta?
Ci sono alcuni brani che non possiamo non fare, pena l’essere malmenati alla fine del concerto. Ci saranno pezzi di Microchip Emozionale, di Terrestre, ma anche da L’Eclissi, poi ci saranno ovviamente i pezzi di 8. Ci sarà anche Willie Peyote (unico featuring del disco, ndr), con il quale suoneremo anche un pezzo del nostro primo album.

Siamo in chiusura, ma non possiamo non toccare il capitolo My Space: perché avete deciso di tornarci?
Siamo stati il primo gruppo italiano ad avere un sito web. Ricordo ancora l’anno in cui Ninja ci parlò di un nuovo formato che di lì a poco avrebbe spaccato: era l’mp3. I canali di espressione in rete per noi sono sempre stati una passione, ci piaceva poter raccontare i cambiamenti dei tempi ed andare a riscoprire una vitalità creativa online completamente diversa da quella di oggi.

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