Onstage

Sum 41: «Basta baldoria! Tutto quello che abbiamo oggi lo diamo sul palco»

Dopo l’ultimo passaggio dallo Stivale, l’estate scorsa al Firenze Rocks in apertura allo show dei The Cure, i Sum 41 sono pronti a tornare in Italia con un’unica data, martedì 28 gennaio, al Lorenzini District di Milano. A quasi vent’anni dall’esordio discografico con All Killer No Filler, con il quale si imposero nella vivace scena pop-punk dei primi 2000, grazie anche a hit come Fat Lip e In Too Deep, e una storia fatta di successi, ma anche di abbandoni e ritorni, come quello del chitarrista Dave Baksh, di abbandoni e basta nel caso del batterista Steve Jocz (sostituito nel 2015 da Frank Zummo) e di dipendenza, come quella dall’alcol, superata dal frontman Deryck Whibley, la formazione canadese, 15 milioni di copie vendute in carriera, ha dimostrato di avere ancora qualcosa da dire con l’ultimo disco Order In Decline. Anticipato dai singoli Out For Blood, Death In The Family, 45 (A Matter Of Time), dedicato a Donald Trump, e Never There, l’album è, per sonorità, il più pesante mai pubblicato dalla band. Un bello schiaffo di decibel e ritmiche assatanate, che la band è pronta a portare sul palco del Lorenzini District, come ci ha raccontato al telefono da Dusseldorf il bassista Cone McCaslin.

Martedì sarete a Milano, di ritorno in Italia dopo le date agli I-Days nel 2017 e dell’estate scorsa al Firenze Rocks. Che ricordo avete di quegli show?
In realtà abbiamo tanti ricordi legati ai nostri show in Italia, sin dal primo concerto che abbiamo fatto lì da voi in questo piccolo club, che si chiamava Transilvania, non so nemmeno se esiste ancora.

Purtroppo no.
Peccato, era un bel posto ed è stata la nostra prima volta in Italia. Poi siamo tornati spesso e come dicevi l’estate scorsa abbiamo fatto Firenze Rocks, mentre agli I-Days eravamo stati nel 2017 con i Blink-182 e i Linkin Park, pazzesco… Abbiamo dei bei ricordi dell’Italia.

Tornate con Order In Decline, il vostro disco più pesante e duro. Cosa ci possiamo aspettare, quindi, per il live di Milano?
Sì, probabilmente il nuovo album è il più pesante e il più aggressivo che abbiamo mai fatto, intenso dall’inizio alla fine, incluso un paio di canzoni più morbide. Abbiamo pubblicato roba pesante anche in passato, però, penso a un disco come Chuck, non siamo nuovi a questo genere di musica, quindi in scaletta oltre ai pezzi del disco nuovo, ci sarà almeno una canzone da ognuno dei nostri album.

Avete detto che questo non è un disco politicizzato, ma sicuramente è molto ispirato al contesto socio politico. Era una conseguenza inevitabile stando ai tempi in cui ci troviamo o una conseguenza naturale per voi nella vostra crescita artistica e personale o, magari, entrambe le cose?
Tra l’uscita di 13 Voices e la pubblicazione di Order In Decline sono successe un sacco di cose, Trump è stato eletto e questo ha causato molte divisioni negli Stati Uniti, che oggi sono più divisi che mai, ma anche in tutto il mondo. Quindi, sì, questo disco è una riflessione su come ci sentiamo a proposito di tutto quello che ci stava accadendo intorno. Certamente non vogliamo suonare paternalistici o insegnare alla gente a pensare, questa è semplicemente la nostra visione, come ci sentiamo e se c’è qualcosa che vogliamo dire è che, forse, anche voi dovreste pensare a come vi sentite e, se come vi sentite non vi sta bene, parlate, fate sentire la vostra voce.

Voi lo avete fatto più volte, nel corso di una carriera ultra ventennale. In che momento vi trovate ora come band?
È difficile dirlo, ma sicuramente siamo in una fase in cui siamo un po’ più vecchi e ne abbiamo passate tante in questi anni: Stevo è uscito dal gruppo, Deryck ha passato dei momenti durissimi a causa dell’alcol. Sai, eravamo ragazzini quando abbiamo iniziato, avevamo 19 anni e ci piaceva festeggiare duro, ci divertivamo come dei matti. Adesso continuiamo a divertirci, ma lo facciamo in modo un po’ diverso, il nostro focus principale sono gli show, mentre prima ci sdavamo a tutti gli after party, ora mettiamo tutto quello che abbiamo negli show, diamo tutto sul palco e finito un concerto pensiamo subito a quello dopo e non a fare baldoria.

Sicuramente vi siete tolti tante soddisfazioni suonando live. Siete stati sul palco con Iggy & The Stooges, con Tommy Lee dei Mötley Crüe e Rob Halford dei Judas Priest, avete aperto per i Metallica e condiviso i palchi dei festival con un botto di altri nomi enormi. Cosa vi portate dietro di quelle esperienze?
Quando suoni con gente di quel calibro, fai semplicemente un passo indietro, li guardi fare la loro cosa e capisci esattamente perché sono diventati delle leggende. Diciamo che da ognuno di loro ci siamo portati via qualche insegnamento, dei Mötley Crüe l’attenzione che mettono nella produzione e nel modo in cui mettono in piedi i loro show, di Iggy Pop il modo in cui quando sale sul palco l’unica cosa che gli interessa è vivere il momento, mettere tutto quello che ha in quello show. All’epoca in cui abbiamo suonato con lui aveva quasi 60 anni e ancora si buttava tra il pubblico! Quando vedi cose del genere non puoi non essere ispirato dalla passione mettono in quello che fanno, e capisci anche perché sono diventati quello che sono.

Per voi com’è cambiato l’approccio al palco dagli inizi a oggi?
All’inizio eravamo una band di ragazzini e quello che ci interessava di più era investire il pubblico con una botta di energia, ma credo che allora fossimo dei musicisti più scarsi di quelli che siamo adesso. Oggi ci piace mettere in piedi uno show suonato bene e che intrattenga, anche sotto il profilo della produzione, anche perché abbiamo più possibilità, quindi i nostri live sono più grandi e più belli.

Cosa vi aspetta lungo questo 2020? E avete già idea di come celebrerete i vent’anni di All Killer No Filler nel 2021?
Staremo in giro in tour e a giugno torneremo in Europa per fare qualche festival. Per quanto riguarda i vent’anni di All Killer No Filler, dobbiamo ancora discuterne, ma sicuramente festeggeremo a dovere.

Credito foto: Nathan Dobbelaere

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