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Tananai, la piccola peste che dice cose serie senza prendersi troppo sul serio

Tananai, alias Alberto Cotta, si racconta prima del live nella sua Milano, il 16 novembre al Serraglio, nella prima data davanti a tante persone da vero e proprio headliner: “Un po’ di strizza ce l’ho perché è la prima volta nella mia vita. Però non sono ansioso, mi rendo conto che quando sono sul palco, quella è la cosa che mi piace fare di più al mondo. Che poi se tu ti diverti, la gente davanti a te lo capisce e si scioglie”.

Dal 1995 con autoironia, capelli spettinati, passione per la techno e i meme di animaletti, una maglia dell’Inter per ogni occasione (anche per il concerto di Massimo Pericolo) e una bella parlantina, che porta sul palco: “Dalla prima data di Aspettando il primo vero tour di Tananai suonerò assieme ad una band che è composta da amici e coinquilini e questo mi facilita tantissimo le cose… Il fatto di essere tra di noi mi farà sicuramente dire o fare qualcosa di stupido, che non dovrei fare”. Tananai è appena entrato nel mondo della musica indie ma si riconosce subito per testi e video ironici (consigliata la visione di Bear Grylls in cui si “integra” con gli abitanti di New York e nel finale cita Bandersnatch) e semplici, in cui racconta di disagi quotidiani e paure condivise tra coetanei, soprattutto nell’ultimo singolo intitolato Calcutta (come il cantante, non come la città).

Si avvicina al mondo della musica a 9/10 anni, quando prende lezioni di piano come “primo atto di ribellione – ride – perché mio papà era maestro di chitarra da giovane, quindi io apposta ho voluto dedicarmi a un altro strumento. Intorno ai 14 anni poi ho cominciato a produrre le prime schifezzine, ovviamente ero abbastanza scarso”. Con la sua passione per la musica, Tananai ha sempre “un po’ rotto le palle a tutta la mia famiglia, facendogli sentire le mie canzoni”. Suo nonno è venuto a mancare quando era piccolo e non ha potuto scoprire questa parte di lui, per questo l’ha voluto rendere partecipe attraverso il nome d’arte. “Tananai” (forma dialettale che significa gran confusione, frastuono, schiamazzo) è il modo in cui lo apostrofava: “Lo facevo impazzire, era un omaccione gigante che faceva un po’ fatica a muoversi, era goffo, ingombrante. E io, quando ero a casa dei mie nonni combinavo disastri, poi gli scappavo tra le gambe. Lui mi diceva sempre “sei proprio un tananai” nel senso di sei una peste, un casinista”.

Crescendo si avvicina all’elettronica, con il progetto Not for us e l’album To Discover And Forget: “Dopo averlo rilasciato ho avuto una sorta di depressione post parto. Avevo detto tutto quello che volevo dire in quell’ambiente e non trovavo più un modo di esprimermi che fosse sincero con me stesso. Mi sarebbe sembrato insensato continuare sulla stessa strada senza attraversare un periodo di evoluzione, negativa o positiva che fosse”. Così, in modo piuttosto naturale, continua a produrre i suoi pezzi e inizia a mettere i suoi appunti di pensieri in musica “la mia ragazza dell’epoca ascoltava molta musica italiana, lei e una serie di persone attorno a me mi hanno fatto appassionare a quello”.

Tananai è un po’ uno di noi, andati in fissa con l’indie italiano. Anche con Calcutta? “Certo, nel brano omonimo c’è il solito fattore ironico, ma sono sincero quando dico che, nella scrittura, vorrei avere delle intuizioni alla Calcutta. Anche se punto a uno stile mio e non ad assomigliare a qualcun altro”. Che poi quello di sentirsi inadeguati e faticare a trovare lo stimolo ad essere qualcosa di unico è il tema di Calcutta. “Finché sei costretto a rifarti ai tuoi idoli o continui a pensare questo lo fa meglio di me, rischi di incappare in una brutta copia o peggio nel non fare niente. Diciamo che, con tutto il rispetto, bisogna passare per la morte di Dio… Ora che ho citato Nietzsche poi giustamente mi diranno chi cazzo pensa di essere” (ride, ndr).

Poi spiega: “Bisogna uccidere gli idoli e fare qualcosa di testa propria. Io in primis ci casco, anche a livello inconsapevole, sicuramente assomiglierò a qualcuno, le mie cose ricorderanno qualcun altro perché come tutti sono influenzato da quello che ascolto e chi frequento. Spesso si tende a voler assomigliare a persone che sono di riferimento: per azzardare un’ipotesi, Instagram ti permette di entrare nella vita privata di personaggi che prima erano intoccabili e astratti. La gente che voleva essere David Bowie non sapeva esattamente cosa facesse nella sua vita privata a tutte le ore. David Bowie era uno stimolo a raggiungere qualcosa di più grande del personaggio in sé. Il sentimento era: voglio essere come lui ma nel senso di qualcuno che si esprime, che dice la propria, un artista. Mentre ora magari, essendo tutto più esasperato, ci sono proprio modi di apparire standard che vengono adottati”.

Il live al Serraglio sarà nel contesto del Culture Club, serata milanese dedicata a talenti indipendenti emergenti, di cui Tananai fa parte a pieno diritto. “Milano è un punto di ritrovo di diverse scene, dalla romana a quella di Genova e Bologna. L’identità milanese si perde un po’ ma non a discapito della musica anzi, si scoprono nuove culture e nascono nuove figate. Sento di appartenere a una scena di gente giovane in fermento“. Tra i nomi spunta quello di Madame di cui dice, giocando con il titolo del suo ultimo singolo: “È la promessa dell’anno ma anche quella dei prossimi. Se a 17 anni scrive così non posso immaginare cosa farà a 25. Sono molto contento del successo che sta avendo, se lo merita. Poi era ora che tutti si accorgessero che ci sono ragazze che spaccano con questa roba. Io sono da sempre per la superiorità del genere femminile, ma penso che possa far bene anche alla musica accorgersi di questa cosa”.

Anna Zucca

Foto di @Chilldays - Bogi Plakov

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