Onstage

The Amazons raccontano Future Dust: «Un sollievo dalla pressione della vita»

A due anni dal loro omonimo disco d’esordio e a uno dal live album Come the Fire, Come the Evening, The Amazons sono tornati con Future Dust. Uscito il 24 maggio 2019 e anticipato dai singoli Mother e Doubt It, il disco ci restituisce la band di Reading i una veste molto più matura sia nei suoni, che nei testi.

Più solido ed esplosivo del debutto, Future Dust pesca atmosfere e sonorità nel rock oscuro del passato, tra gli Anni ’50 di Jerry Lee Lewis, ai fine ’60 e ’70 dei Led Zeppelin, passando attraverso il blues di Howlin’ Wolf, Muddy Waters e molti altri. Il risultato è la giusta ambientazione sonora, in cui calare problematiche quali dipendenza da social media, disturbi alimentari e depressione, senza dimenticare i momenti per cantare in coro.

Partiti l’11 maggio da Brighton per il tour europeo, Matt Thomson (voce e chitarra), Chris Alderton (chitarra), Elliot Briggs (basso) e Joe Emmett (batteria), arriveranno in l’Italia il 15 giugno in apertura alla data di Eddie Vedder a Firenze Rocks, per poi tornare a ottobre con due date: il 24 al Circolo Magnolia di Milano e il 25 al Covo Club di Bologna.

Il vostro album d’esordio ha avuto un grande successo commercial e le aspettative per il nuovo disco erano alte, la cosa vi ha messi in qualche modo sotto pressione?
L’unica pressione che abbiamo vissuto è arrivata da noi stessi, da domande come: è questo il meglio che possiamo fare adesso? È il migliore sound che possiamo ottenere? Vogliamo solo cacare fuori album, andare in tour e fare parte di una band? No, noi volevamo fare qualcosa che sentiamo avere qualche valore, volevamo fare qualcosa di grande. Se poi ci siamo riusciti o meno, non sta a noi deciderlo, ma sentiamo che è ciò che abbiamo provato a fare e questo è ciò che conta.

Future Dust, cosa significa il titolo che avete scelto?
A livello lirico il disco si relaziona con un sacco di caos e incertezze. Mi piace il fatto che qualsiasi cosa succeda, tutto un giorno sarà Future Dust (Polvere Futura). C’è del conforto in questa prospettiva.

Nei testi parlate di religione, moralità, dipendenza dai social media, disordini alimentari e depressione. Come entrano queste tematiche nella vostra musica?
Non è stata per niente una decisione premeditata. Sono tutti temi che sono venuti fuori in maniera naturale, come qualcosa che volevo sviscerare ed esprimere attraverso i miei testi – spiega Matt -. Credo che se avessi iniziato a scrivere con quei temi in testa sarebbero risultati innaturali e poco sincere.

Perché avete scelto Mother e Doubt It come singoli di lancio del disco?
Sono state le scelte più naturali per ripresentarci ai nostri fan e presentare sia la band, che il disco a un nuovo audience. In generale, ci interessava cercare di attizzare l’attenzione di chi ancora non ci aveva mai sentiti.

Come pensate di essere cresciuti personalmente e artisticamente negli ultimi due anni?
Credo che la più grande differenza sia che ora abbiamo qualcosa da dire. Abbiamo una voce che non significa solo avere un’opinione in un’intervista, ma è molto più compiuta sia per quanto riguarda la musica che facciamo, i visuals che la accompagnano e il modo in cui Chris suona la chitarra, che credo sia molto più compiuta di quanto non fosse nel primo disco. Lo stesso, però, vale per la batteria, il basso, la mia voce e specialmente per le mie liriche. Credo anche che siamo in piena evoluzione, un’evoluzione di cui siamo stati consapevoli per tutto il tempo, perché non puoi cambiare realmente, a meno che tu stesso non decida di farlo.

In effetti i riff sono esplosivi. Che idea musicale sta alla base di questo disco?
Durante il tour a supporto del primo disco ci siamo divertiti in particolar modo a suonare le canzoni più scure e pesanti e quindi abbiamo volute esplorare molto quell’aspetto del nostro sound nel nuovo album.

Avete esplorato il Blues, attraverso i Led Zeppelin avete scoperto Howlin’ Wolf e Jerry Lee Lewis. Come hanno influenzato la creazione del suono del disco, cosa vi intriga della loro musica, vita e leggenda?
Credo che la cosa più interessante di questi personaggi sia il loro essere emersi in un momento storico in cui l’aspirazione a essere una rockstar non era intesa come possiamo fare oggi. Questi tizi del blues vivevano in maniera ruvida, vite dure per molti anni prima che la loro musica ottenesse il giusto riconoscimento.

Oggi le cose sono un po’ diverse, ma ci sono artisti contemporanei che vi hanno influenzati nella creazione di Future Dust?
Siamo grandissimi fans dei Queens of the Stone Age, Arcade Fire e Florence & The Machine.

Di recente siete stati al SXSW di Austin, che esperienza è stata?
È stato molto eccitante, c’era un’energia che non abbiamo assaggiato da nessun’altra parte. Austin e il Texas hanno una storia musicale così ricca, un sacco di artisti che abbiamo ascoltato quando stavamo registrando il disco vengono da lì: Lightnin’ Hopkins, Buddy Holly e Janis Joplin, giusto per fare qualche nome, ma ce ne sono davvero tantissimi.

Parliamo del tour, cosa possiamo aspettarci da questo show?
Un sollievo dalla pressione della vita, dalla pressione mentale o di qualsiasi altro genere. Oggi non ci sono molte opportunità di vivere veramente il momento e noi vogliamo che il nostro show sia una di quelle.

Il 15 giugno sarete a Firenze Rocks e, poi, il 24 e il 25 ottobre suonerete a Milano e Bologna, dove avete già suonato due anni fa. Che ricordo avete dell’Italia?
Ci è rimasto nel cuore il calore della gente. Ci siamo divertiti un sacco, erano tutti incredibilmente amichevoli e appassionati della nostra musica. Spero di ritrovare quel pubblico per il nostro ritorno e, ovviamente, che ce ne sia anche di nuovo! L’Italia, poi, è un Paese dove non siamo stati molte volte e ci piace esplorare nuovi posti, culture e incontrare nuova gente. Il nostro bassista Elliot ha anche un interesse per la storia italiana, credo, l’ultimo libro che ha letto era sui Medici.

Intrigante! Grazie ragazzi, vi aspettiamo.

Crediti foto: Alex Lake

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