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The André, la presentazione di Themagogia il nuovo album

Themagogia: Tradurre, tradire, trappare, si intitola così il disco d’esordio di The André, fuori in digitale, cd e vinile. Fenomeno del web, nato con una serie di video su YouTube, in cui coverizzava voce, ovviamente alla De André, e chitarra i più famosi successi Trap, The André è un artista in evoluzione, come dimostra, dopo gli EP Demos e Deluxe, questo primo album.

Composto da nove tracce originali e la cover di Habibi di Ghali, il disco più che una vera e propria traduzione, offre una rielaborazione delle canzoni a cui si ispira, una traduzione sul piano culturale di concetti chiave presenti nei successi Trap o trash di riferimento, ma che ritrovano il loro senso proprio nel tradimento del loro significato originale, sradicato dal contesto iniziale.
«Quello a cui sono arrivato adesso è un’evoluzione del percorso iniziato sul web – racconta -. Non mi bastava più cantare i testi nudi e crudi com’erano e ricercare quel tipo di straniamento, ma portare avanti un discorso di “traduzione”, visto che i testi delle canzoni dell’album sono legati attraverso sparute parole chiave ai testi originali, ma sono svolti in una maniera diversa, come se mi avessero affidato un tema e Bello Figo l’ha svolto in un modo, io in un altro. Le parole chiave sono le stesse, ma il messaggio e lo svolgimento sono completamente diversi».

Così, con testi e musiche firmati The André, Non pago affitto di Bello Figo diventa Canzone dell’affitto, un pezzo di rivalsa di chi vede calpestato il suo diritto ad avere casa senza pagare l’affitto e stipendio senza lavorare (un sogno destinato a diventare realtà?); la Danza dell’ambulanza di Young Signorino la Ballata dell’ambulanza, una struggente storia d’amore tra un clochard e un’infermiera sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale.
Vendetta Vera di Truce Baldazzi, poi, pur mantenendo il titolo dell’originale, racconta i dolori e il desiderio di rivalsa di quei reietti emarginati e condannati dal sistema scolastico, a causa del loro rifiuto all’omologazione culturale; Britannico, racconta la storia di un uomo troppo British (Dark Polo Gang) che, raggiunto finalmente il benessere economico, scopre la vacuità che vi si cela dietro.

Questo per citare alcune “traduzioni” dalla Trap, ma ci sono anche rielaborazioni di successi senza tempo del trash, come Marito, inno al libero amore ispirato da Mi sono innamorato di tuo marito di Malgioglio o Maddalena, cioè la vera traduzione (a cura di Gaetano Petronio e The Andrè) del pezzo spagnolo Una cancion para la Magdalena di Joaquin Sabina, «ciliegina sulla torta, che si lega molto bene all’immaginario di De Andrè, riallacciandosi a quello che ha fatto con metà della discografia di Brassens e anche con Dylan, ma anche in modo antifrastico a quello Trap, dove ogni donna è una bitch».

«Rispetto alla Trap ho avuto la reazione di più o meno tutti quelli che l’hanno conosciuta dopo i vent’anni: totale chiusura, riconoscendola subito come un sottoprodotto culturale. Dovendola frequentare per questo progetto, però, ho scoperto che in realtà non è proprio così un sottoprodotto, ci sono delle cose della Trap che possono essere considerate originali, innovative e comunque è un tentativo di espressione, se non anagrafico, almeno culturale. Quanto questo corrisponda a dire che la Trap è una forma artistica molto alta, non lo so. Io la sto attraversando in modo ironico, capita però delle volte che alcuni messaggi, che ho cercato di veicolare servendomi di quelle canzoni, fossero già in filigrana lì dentro. In altre parole, ho cercato di prendere dei testi che avessero una risonanza anche di basso livello abbastanza ampia, ma che potessero, una volta selezionati dei temi base di collegamento tra l’originale e la mia, non essere solo divertenti, ma magari nascosti in mezzo all’operazione di avvicinare l’alto e il basso, il postmoderno e tutto quanto, poter dire qualcosa».

Ci sono anche due pezzi scevri da riferimenti precisi: Una canzoni Indie, metabrano tautologico e postmoderno, praticamente Indie allo stato puro, ma con ironia, e Originale, «l’unica canzone del disco veramente scritta da zero e visto che mi sono un po’ calato nel personaggio del Trap boy ho fatto una canzone in cui racconto la mia storia dell’ultimo anno, cercando di fare un po’ brutto, ma visto che io non sono un vero Trap boy alla fine non riesco e finisco per fare un dissing a me stesso, un auto insulto».

Un’operazione demagogica, come dichiara da subito il titolo del disco e la cover con quei tre omini stilizzati a simboleggiare la massa, tutta uguale. «Sto dando al pubblico quello che vuole sentire, cioè musica trash, ma nel mentre sto facendo quello che interessa a me, cioè fare un altro tipo di musica, completamente diversa e secondo me questa è un’operazione molto demagogica», confessa The André, che dal tempo del web ha conservato l’identità celata, «per lasciare un po’ di mistero e portare l’attenzione sulla voce, le parole e la musica».

Già, perché il riferimento vocale e musicale, al contrario dei temi base, poi debitamente sviluppati in queste dieci canzoni, è alto, probabilmente il più alto a cui si possa guardare in tema di cantautorato italiano. «Io sono cresciuto ascoltando De André, ho imparato a suonare la chitarra sui suoi testi e ho incominciato a cantare sopra le sue registrazioni, quindi dal lato musicale il legame è fortissimo. Dal lato umano, essendo cresciuto con la sua musica, molti dei suoi messaggi mi sono entrati dentro e mi ci ritrovo molto vicino anche adesso. Tanto che nell’introduzione del booklet o nei concerti, dico: “Quest’album o questo live parla della morte”. È un riprendere in modo un po’ macchiettistico De Andrè, ma in realtà il messaggio di fondo dei suoi testi lo condivido appieno».

La sensazione di scomodare un grandissimo, chiaramente, è stata la prima avvertita da The André, che a proposito della reazione di Dori Ghezzi al suo progetto ha dichiarato: «Pensavo che avrebbe potuto non capire l’ironia del progetto o non apprezzarla, l’altra parte di me, invece, si sentiva molto in colpa a utilizzare la vocalità, la maniera e lo stile di un mostro sacro della musica italiana. Con Dori ci siamo incontrati alla Fondazione De André e mi ha detto che coglieva tutto il sottotesto, la parte antifrastica del mio messaggio e che avevo la sua approvazione. Da allora mi sono sentito molto sollevato, addirittura mi ha chiesto di partecipare alla presentazione del nuovo libro della fondazione De André a Book City e di suonarci un paio di pezzi per: “Mostrare la distanza fra quello a che era la musica di de André e quello che è considerato il moderno cantautorato italiano”». Silente invece Cristiano De André. «Lo conosco come artista, come persona non mi ci sono mai imbattuto», commenta l’artista misterioso.

Tutto è bene quel che finisce bene e, legittimato nella sua deandreitudine, The André, dopo il Vendetta Vera Tour da poco conclusosi e che quest’estate lo ha portato sui palchi di grandi festival quali l’Home e il Flowers Festival, ripartirà in tour da Roma il 30 marzo. «Il set è ancora da decidere. Quest’estate e quest’autunno mi sono fatto accompagnare da un tastierista, ma adesso sto cercando di convincere il mio promoter a farmi uscire con un gruppo di diciotto elementi, purtroppo non ci sono ancora riuscito, quindi possibilmente saranno due o tre… forse quindici». Ma per fare trentuno, perché non chiamare la PFM?

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