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The Japanese House: “Non voglio le vostre etichette”

Si fa chiamare The Japanese House, Amber Bain. Un po’ perché “ non mi piace il mio vero nome. In fondo, a chi piace davvero?”; ma soprattutto perché “non volevo che tutti assumessero fin da subito che sono solo una ragazza che suona la chitarra acustica. Non volevo che mi dessero un’etichetta; volevo suonare come una band”.

E quella che incontro nei camerini del Circolo Magnolia poco prima dell’inizio del suo primo headliner show italiano lo scorso 6 Febbraio 2019 è un po’ The Japanese House e un po’ solo Amber. Una ragazza di 23 anni allo stesso tempo timida e sfacciata, che viene dal Buckinghamshire, ha alle spalle quattro EP che NME ha definito stellari e un tour mondiale con la band inglese The 1975.

Il primo marzo uscirà per Dirty Hit – etichetta britannica indipendente- Good at Falling, suo primissimo album. Tredici pezzi che abbiamo avuto l’occasione di ascoltare in anteprima e che sono in puro stile The Japanese House. Un dream pop sognante, quasi doloroso e incredibilmente onesto. “L’album è una raccolta di storie e sentimenti molto diversi. Ovviamente le canzoni sono tutte nel mio stile, perché sono io che ho filtrato e raccontato tutti questi diversi sentimenti, ma  allo stesso tempo sono estremamente eterogenee”.

Così ce lo racconta Amber il suo primo album, con poche parole e senza prendersi troppo sul serio. Perché più che il desiderio di veicolare un messaggio chiaro quello che la spinge a infilare in una canzone tutto il suo mondo è una vera e propria urgenza.

Un bisogno di mettere in musica tutto ciò che le frulla per la testa, che il più delle volte “non mi aiuta a chiarirmi le idee perché spesso sto cantando di cose di cui non vorrei davvero cantare ogni notte e allora mi chiedo “ma perché devo farlo? Perché mi faccio del male da sola?” (ride, ndr). A volte scrivere fa proprio l’opposto che aiutare a chiarirmi le idee, però mi dà un senso e questo mi aiuta a gestire la mia salute mentale. E’ come se mi liberassi di qualcosa scrivendo, anche se non ho ancora capito davvero di cosa.”

Ha tanti perché e tanti non so, Amber. Ma non li ha The Japanese House, che sa cantare di amore e amicizia e fallimento e senso con la maturità di chi ha vissuto molte più vite. Amber scrive da quando, a 4 anni, passò una settimana intera fingendo di essere un maschio mentre si trovava in vacanza con la sua famiglia a Devon, Inghilterra. Alloggiavano in un appartamento che si chiamava “The Japanese House”, la casa giapponese, e che da quel momento divenne il suo simbolo preferito dell’ambiguità.

Quell’ambiguità che l’ha sempre affascinata sin da bambina e che vive in modo completo e totalizzante, senza alcuna paura, anche adesso che di anni ne ha 23. Ambiguità sessuale, ambiguità artistica, ambiguità nel modo in cui sceglie di farsi chiamare e conoscere. Ma dell’ambiguità non si è mai voluta fare né simbolo né portavoce: “Mi viene detto costantemente che scrivo canzoni sulla comunità LGTB e non è così, scrivo solo canzoni su di me e su quello che mi succede. Mi è semplicemente capitato di avere una ragazza. Non penso a questo quando scrivo le mie canzoni, all’essere il portavoce di qualcosa o qualcuno – sarò onesta. Ma allo stesso tempo mi rendo conto che per molti miei fan che sono estremamente giovani sia importante potersi riconoscere in una canzone. Quando ero più piccola il fatto di amare degli artisti gay mi ha aiutato ad accettare che lo fossi anche io, gay o bisex o quello che sono”.

Ambiguità e profonda onestà: due parole chiavi per inscatolare il mondo e la musica di The Japanese House, che si è fatta notare a partire dal 2015 anche grazie allo stretto rapporto con i The 1975. La band indie rock britannica non solo l’ha voluta in tour con sé per la promozione del suo secondo album I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It, ma ha anche prodotto tutti i suoi lavori. E qualche volta ha persino rischiato di metterla in ombra, rubandole la scena nelle sue stesse interviste. “Mi piacerebbe sapere se al mio posto ci fosse un ragazzo, se riceverebbe lo stesso trattamento in merito alla sua relazione con i The 1975. Non penso che [ questo continuo chiedermi solo di loro ] succeda solo perché sono una ragazza, forse è soltanto perché sono infinitamente più famosi di me. In generale cerco di non lasciare che la cosa mi butti giù”. Non si identifica né come etero né come gay o bisessuale, ma sicuramente come donna.

Mi parla dell’idea che si è fatta sul perché il Me Too Movement non abbia avuto ripercussioni tanto forti nell’industria musicale come quelle che ci sono state nel cinema“Sono sicura che ci siano molte storia simili nell’industria musicale. Fortunatamente non ho avuto esperienze di questo tipo nell’industria musicale, mi sono capitati centinaia di momenti me too, come ogni ragazza, ma mai nella mia carriera”– e di quanto abbia invece apprezzato la scelta del Primavera Sound, il “The New Normal” – “Penso che se guardi ai festival inglese, anche alcuni tra i quali suonerò io stessa, le line up sono composte quasi al cento per cento da uomini bianchi, il che è noioso. Ma il motivo per cui le persone non realizzano mai fino in fondo che sono quasi tutti artisti uomini è fondamentalmente perché sono inconsciamente sessisti e quindi pensano che le donne non siano brave abbastanza da poter fare parte della line up di una grande festival. Alla fine sarebbe perfetto se riuscissimo a mantenere un equilibrio semplicemente scegliendo ogni anno i musicisti che ci piacciono di più, ma all’inizio, per poter iniziare a muoversi in questa direzione, penso che sia giusto forzare un po’ la cosa. “ E mi ricorda costantemente di quanto sia importante per la sua musica la dimensione live.

É nel live che le canzoni di Good at Falling prendono davvero vita. Un’ora e trenta di esibizione, la sua, che risale il tempo fino ai suoi primissimi singoli. Una chitarra, un basso, una tastiera e una batteria; non serve nient’altro a The Japanese House per fare la sua magia. Al resto pensa la sua voce, che controlla di un controllo totale e sicuro. Il Magnolia canta e batte le mani, anche se è un mercoledì di inizio febbraio e fuori fa talmente freddo che vorresti solo rifugiarti sotto le coperte. Ma cosa fai quando trovi un po’ di Giappone nella grigia Milano? Te lo godi, ovviamente.

Paola Marzorati

Foto di Pagina Facebook dell'artista

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