Onstage

The Kolors: «Sul palco è un po’ come a letto, non bisogna ripetersi mai»

Esce oggi il nuovo singolo dei The Kolors: Los Angeles ft. Gué Pequeno. Un brano, con cui la band capitanata da Stash continua il percorso di ricerca sulle sonorità anni Settanta e Ottanta, intrapreso a partire dal precedente singolo Pensare Male ft. Elodie, che con oltre 17 milioni di stream ha conquistato il disco di Platino e il numero 1 della classifica Earone per tre settimane consecutive.

Accompagnata dal video diretto da Gianluigi Carella e dedicato all’amico Nelson Campbell, prematuramente scomparso a marzo di quest’anno, la canzone racconta di distanze da annullare. Uno stato d’animo che, come una polaroid, inizia da un bicchiere in un bar italiano e termina sull’infinito lungomare di L.A., come se la lontananza fosse solo un concetto astratto. Ecco cosa ci hanno raccontato i The Kolors su questo nuovo singolo, che senza dubbio entrerà nella scaletta delle quattro date nei club, che li vedranno protagonisti a partire dal 9 ottobre a Torino e poi il 10 a Milano, il 16 a Roma e il 17 a Napoli.

Guardare indietro per andare avanti, dopo Pensare Male prosegue il vostro viaggio attraverso le sonorità 70s e 80s. Cosa vi affascina di più del suono di quel periodo e quali sono gli artisti che sentite più vicini, oltre ovviamente al grandissimo Pino Daniele?
Oltre a, come dici giustamente, realtà italiane come Pino Daniele o Battisti, in questo brano soprattutto c’è una forte ispirazione alle sonorità di fine Settanta e inizio Ottanta, nello specifico c’è tanto Alan Parsons Project, perché tutta la struttura ritmica si basa su questa chitarra in ottavi. Non siamo sicuramente i primi a ispirarci a quel mondo là, però, nelle sonorità abbiamo ricercato proprio quella specifica ispirazione, cercando di  replicare quel suono con tutti gli strumenti utilizzati suonati, che dovrebbe essere una cosa normale, ma in questo contesto storico una cosa suonata con una chitarra, un ampli, un Moog e una batteria vera risulta più una novità, piuttosto che una roba mega prodotta su un laptop, cosa che abbiamo fatto, perché ci rendiamo conto che è figlia di questa generazione, ma in questo momento ci sentiamo di “rappresentare” una fettina di persone che, un po’ per nostalgia, un po’ per voglia di cambiare questo schema così preciso matematicamente, anche proprio nella produzione dei suoni, apprezzano la musica suonata in tutte le sue parti.

Questo, tra l’altro, è un ottimo presupposto per andare a fare dei bei live. Ma prima vorrei chiedervi: come state rinfrescando questi ingredienti un po’ vintage?
Nel caso di Los Angeles è stata proprio un esigenza di mettere su qualcosa di fresh, figlio di quest’epoca e non a caso c’è Gué Pequeno. Per noi lui è sempre stato un po’ un riferimento, perché abbraccia più periodi dell’hip hop ed è sempre stato una locomotiva, perché dai Dogo fino ad oggi è sempre stato lassù, non perché ce la sentiamo di badare ai numeri, ma per una credibilità, che deriva da un flow e una tecnica talmente riconoscibili e con così tanta identità, che non abbiamo avuto dubbi. Dal momento in cui abbiamo capito che lui forse qualcosa con noi avrebbe fatto, lo abbiamo contattato subito per chiedergli di duettare con noi.

È entrato molto nel vostro mondo in questo pezzo.
Sì, è vero. È stato veramente un professionista, perché è difficile per un rapper entrare in un mondo così suonato e melodico, ma lui è stato incredibile. Ha messo un po’ del Gué della primissima fase della sua carriera e un po’ di quello di questa fase contemporanea.

Los Angeles parla di distanze che si annullano, sembra un tema ricorrente per voi, da dove arriva?
È da poco che scrivo in italiano, la mia prima vera canzone in italiano è stata Pensare Male, per cui ho scritto tutte le parti, tranne quella di Elodie, che ha scritto Davide Petrella, un fratello per noi. Quindi non ho un’esperienza pluridecennale nella scrittura nella nostra lingua e mi sono accorto che quando inizio a raccontare qualcosa della mia vita, comunque ha a che fare con la distanza, perché la mia vita è fatta così, da sempre. Io anche con il mio nomadismo innato, da Napoli a Grosseto, da Grosseto a Napoli, poi a Milano dopo il liceo instauro dei rapporti con le persone nei luoghi, i luoghi sono fatti dalle persone e quindi si crea della distanza. Mi sono accorto che nella mia scrittura c’è tanta di quella roba lì, non per forza un sentimento nostalgico, ma che vuole annullare quel tipo di distanza e quindi la denuncia.

A Los Angeles ci siete poi andati?
Più volte!

Il vostro profilo Instagram è stato svuotato: la calma prima della tempesta, cioè del nuovo disco?
Per ora ci concentriamo sul singolo. Per noi i social sono un amplificatore di quello che vogliamo comunicare e l’idea era quella di resettare per concentrarci sulla promo di questa canzone, che è molto importante per noi e archiviare, perché non sono cancellate, magari in futuro, quando avremo comunicato bene quello che ci sentiamo di comunicare ora dal punto di vista visivo, grafico, allora torneranno tutte le foto. Non volgiamo cancellare il passato, è semplicemente un uso dei social concentrato sul progetto.

Nel mentre ci sono quattro date nei club da recuperare. Come vivete questa dimensione da club?
Siamo troppo contenti, perché saranno diversissimi dai concerti con migliaia di persone e per una band come la nostra che si spira al mondo indie britannico, coltivare questo tipo di situazioni, dove magari sei davanti a quattrocento persone e non 40mila come in una piazza immensa, si crea una specie di alchimia tra noi e il pubblico. Questa cosa caratterizza sempre in maniera diversa il concerto, che non è un concertone, ma un concertino, come li facevamo all’inizio. Noi siamo nati nei locali e nei club, quindi ci sentiamo di continuare a vivere quel tipo di emozione.

Guardare indietro per andare avanti: di chilometri ne avete macinati tanti tra un palco e l’altro, ma qual è l’elemento che vi siete voluti portare sempre dietro nel vostro approccio al live?
Pensare che quella lì sia la data zero alle Scimmie, lo diciamo sempre: “Pensiamo di stare alle Scimmie”. La nostra data zero come The Kolors è stata lì e sembra una frase fatta, ma cerchiamo di dare sempre il massimo e, un po’ come si fa a letto, di non ripeterci mai. Siamo stati tantissime volte spettatori e rivedere la stessa band, che fa esattamente la stessa cosa, esattamente nello stesso modo non è mai stata un’emozione bella. Anche una jam session cambiata sul palco o una intro cambiata nella scaletta di un tour, che comunque è una sola e te la porti dietro per due o tre mesi, rende tutto più interessante.

Credito foto: ufficio stampa

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