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The Lumineers: elogio alla vulnerabilità

Quando mi siedo con Wesley Schultz e Jeremiah Fraites nella hall del loro hotel, poche ore prima del loro concerto sold out all’Alcatraz di Milano (si replicherà il 12 luglio 2020 all’Arena di Verona), con un paio di tazze di the caldo sul tavolino, di certo non immagino che in venticinque minuti saremmo riusciti a parlare del loro ultimo album III, di musica, vulnerabilità, catarsi, tossicodipendenza, amore, Kurt Cobain, Quentin Tarantino e del potere della tristezza. E invece i The Lumineers sono proprio come la loro musica: ti afferrano, ti stritolano, ti imbavagliano mentre li ascolti stupito e ti inghiottono nel loro vissuto.
Ma non fa male, lo giuro. 

 

Come prima cosa mi piacerebbe iniziare parlando del vostro ultimo EP, III. E mi si sono ingarbugliati i pensieri nel cercare di decidere da dove partire. Ci sono così tante cose in quel disco e così tante le cose che ti fa provare che mi sembra di aver vissuto una vita intera ascoltandolo. Beh, in effetti, ne ho vissute tre, giusto? Come sono nati questi tre personaggi? 

Wesley: È stato un po’ come un processo di ingegneria inversa; abbiamo iniziato scrivendo il migliore album che potevamo, con le canzoni più interessanti possibili. E questo è il punto da dove siamo partiti. Una volta finito l’album è nata l’idea di pubblicarlo in questi tre diversi capitoli – hey, c’è Eminem che suona nell’altra stanza? (ride, ndr). Esatto, dicevo, stavo ascoltando Eminem e poi ci è venuta questa idea… (ridono, ndr). É stato davvero divertente (continuano a ridere, ndr). Tornando a noi, all’inizio avevamo questo album con le canzoni esattamente nello stesso ordine in cui poi sono state pubblicate. Solo poi è venuta l’idea di questi tre capitoli, senza che sapessimo veramente di cosa questi capitoli dovessero parlare. Ho solo guardato alle canzoni e mi sono detto “e se queste tre canzoni parlassero di Gloria? Proviamo a riimmaginarle in questo modo”. E le ultime tre mi sono sempre sembrate molto legate al personaggio di questo Jimmy. L’ultimo personaggio che è nato è stato Junior, ed è successo solo nel momento in cui ho pensato che quelle tre canzoni avrebbero potuto parlare del nipote della famiglia. Non è nato in nessun tipo di ordine, ma alla fine ha funzionato. 

Per cui non è che ci siamo seduti e ci siamo detti “questo sarà l’album, questi saranno i personaggi”. Nella maggior parte dei casi quando registriamo arrivo con in mano questi testi -, anche se in alcune canzoni, per esempio Donna, è stato Jer a scrivere la maggior parte del testo, – e dico semplicemente “non faccio altro che cantare di questa roba, che è ciò che sta succedendo nella mia vita, e ci sto combattendo, ma il modo migliore che ho per scenderci a patti, per qualche strano motivo, è dargli voce e farla uscire da me, e metterla su un pezzo di carta e cantarla”. 

Ed è stato davvero catartico, vedere tutte quelle esperienze trasformarsi in quei personaggi e in quelle canzoni.
Tra di noi ci diciamo sempre che stimiamo davvero tanto tutte quelle band che scrivono concept album, sedendosi intorno a un tavolo e dicendosi “l’album suonerà così. Io farò questo e tu farai quello”. Ma non è stato altrettanto lineare per noi, non è stato così pianificato. 

Quello che hai detto sul fatto che la musica possa essere catartica mi ha fatto pensare ad una citazione che amo molto e che mi ritrovo spesso a ripetere. È francese, “L’art est la solution au chaos”, che significa “L’arte è la soluzione al caos”. Ed è qualcosa in cui credo molto. Voi cosa ne pensate? Credete che l’arte possa aiutarci a dare un senso a quello che ci accade? C’è qualcosa a cui persino l’arte non può aiutarci a dare un senso?

Wesley: Penso che l’arte possa portare un senso di ordine, ma penso anche che quello che ho imparato ascoltando moltissima musica e forse pensando troppo è che…mmm…hai presente quando parli ad un tuo amico del fatto che hai un problema? E loro non fanno altro che provare a risolverlo per te? È il peggiore amico con cui potresti parlare. A volte vuoi solo poter dire “sai, sto passando davvero un brutto periodo, questo è quello che mi sta succedendo”. Sento che con la musica molto spesso esprimere e descrivere sono molto più importanti che dirti qual è la risposta e come risolvere il problema. C’è questa idea di prescrittivo e descrittivo, che sono due concetti molto diversi, e penso che quest’album non faccia nulla per dire alle persone cosa fare. Ed è probabilmente perchè ho avuto diverse esperienze con questa tossicodipendente a cui volevo molto bene. Non facevamo altro che dirle cosa doveva fare e non ha funzionato. A volte il solo descrivere una scena può essere la cosa più potente e di maggiore impatto. E per un ascoltatore ascoltare questo album non gli dà alcuna soluzione, se non il fatto che forse non sei solo in quello che stai passando e questo può essere confortante. Esprimere la propria solitudine è una delle cose universalmente più confortanti, per me. Quando sento qualcuno parlarne, mi emoziona, e penso che sia parte di cosa significa essere un essere umano. Questa era una lunga risposta, ma penso che l’arte non mi offra risposte, ma che la risposta possa essere semplicemente parlarne di più. 

Ho apprezzato davvero tanto ascoltando III il fatto che abbiate deciso di parlare di tossicodipendenza in un modo descrittivo e non prescrittivo. Molto spesso quando gli artisti parlano di temi delicati come questi vengono accusati di glamourizzare l’utilizzo di sostante, la dipendenza e i pensieri suicidi -, non importa come trattino l’argomento. Penso ad esempio alle controversie intorno alla serie Thirtheen reasons why o alla nuova generazione dei rapper dello Xanax: se parlano apertamente di come si sentono nei confronti degli oppiacei, stanno sbagliando. Ma se non sono sinceri e non lo fanno, stanno sbagliando allo stesso modo. Quindi, cosa pensate sia la cosa migliore: dire tutto di come è davvero un’esperienza o cercare di ricoprirla un pochino di zucchero per arrivare al pubblico più ampio possibile? 

Wesley: Nel nostro caso penso che la musica sia lo zucchero. È come se le melodie, i ritornelli, i suoni fossero lo zucchero e il messaggio, la storia che vengono raccontati, che sono più crudi e realistici, fossero la medicina. Amo molto il verso in Gloria che dice “they found you on the floor/ my hand was tied to yours”. Ho scritto queste lyrics quasi in momento di mania, ho iniziato a piangere mentre le stavo scrivendo ed è stato quello il momento in cui ho capito, strano a dirsi, che erano dei buoni versi. Proprio perchè mi facevano emozionare. Ma erano un modo davvero semplice di esprimere qualcosa che era astratto, ma in un certo senso non lo era veramente. Quando quel tossicodipendente, Gloria in questo caso, è sul pavimento, ti senti così connesso con lui, così unito dall’amore che è come se fossi incatenato a loro, a tutte queste persone. Ci sono altre parti, nella stessa canzone, in cui canto “there’s easier ways to die”, e sono dei versi molto grezzi e quasi comici al punto che ascoltandoli potresti pensare: “ma questo tipo che canta è serio?”. Ma quando hai passato queste cose, o quando sei stato vicino a qualcuno e ci hai tenuto così tanto e lui non ha fatto altro che farsi del male, ti trovi a dirti “quali altre soluzioni ci sono rimaste? Perchè ti comporti così? Stai facendo male a tutti, ma soprattutto a te”… ma non riesci a capirlo, perché lo fa.
Così penso che parte della risposta sia cercare di trovare un equilibrio: se avessimo le stesse identiche canzoni, ma fossero tutte molto lente e dark e tristi, non so se l’album avrebbe funzionato allo stesso modo. Sta tutto nella collisione tra i suoni belli e felici e le brutte cose di cui a volte cantiamo – ma non tutto è così brutto e triste. Anzi, penso che in questo album ci sia molto amore. Ne parliamo spesso, ma il fatto che entrambi abbiamo delle storie diverse con tossicodipendenti alle spalle, ci ha fatto vedere tanta bellezza nel fatto che spesso non puoi toglierti di dosso l’amore della famiglia, nonostante quanto tu ci stia provando. Non ti lasceranno mai in pace, in modo positivo. Sono con te.
Quello che cerchiamo di fare è raggiungere un certo equilibrio: possono essere tecnicamente delle canzoni tristi, ma un bambino che le canta non farebbe altro che ballare e muoversi dondolando (ridono, ndr). Mi è capitato che un bambino mi cantasse Gloria con il suo piccolo ukulele ed è stato strano, come se non fosse giusto , quasi improprio, ma è come se in un certo senso ci potessimo dire: ”bene, abbiamo fatto la nostra parte per quanto riguarda la bella musica. Adesso gli adulti possono ascoltare anche i testi e le storie (ridono, ndr)”. 

Pensate che quel tipo di amore di cui parlavate prima sia, in un certo senso, un amore più potente o solo differente rispetto a quello che proviamo quotidianamente? Sapete, siamo così abituati ad ascoltare canzoni d’amore che sono tutte uguali e poi ti imbatti in canzoni come queste…

Wesley: Io e Jer ne abbiamo parlato proprio nei primissimi momenti in cui abbiamo iniziato a suonare insieme; abbiamo parlato tra noi della frustrazione che ci nasceva dal fatto che molte delle nostre band preferite scrivessero canzoni che sembravano non parlare di nulla, solo delle parole e dei suoni carini… penso ci sia un’enorme differenza tra questo e quello che Kurt Cobain faceva e faceva così bene. Era quasi come se sapesse sempre quali parole usare. Potevano non avere alcun senso quando le leggevi, ma erano sempre le parole giuste per il momento giusto. Aveva questo modo quasi mistico di scrivere i testi, e penso che per noi una cosa che è sempre stata importante sia non scrivere canzoni che non parlano di nulla, o di cose come “oh, questa ragazza mi ha spezzato il cuore”. C’è un posto e c’è un pubblico per quelle canzoni, e ci sarà sempre, ma quello che vogliamo fare è raccontare delle storie, e le storie migliori di solito vengono da ciò che conosci molto bene. Sei un po’ come un agnello sacrificale, e lo sono spesso anche le persone attorno a te; che è il motivo per cui molti dicono “non uscire mai con un musicista, perchè canterà dei peggiori momenti che avete passato insieme (ride, ndr)”.
Questo tipo di amore, l’amore in una famiglia, è la bellezza e la tragedia di tutto questo album. Non importerebbe nulla se potessi dire solo “beh, allora vai. Vai a fare quello che devi fare. Sto bene, con o senza di te”, ma non è così. È un amore che non si può rompere e che proprio per questo può essere incredibilmente frustrante; spesso ti senti come se fossi chiuso fuori e stesti cercando di guardare dentro a qualcuno. Guardo a questo amore con molta ammirazione e soggezione, perchè non ci pensi quasi quando tutte sta andando bene, pensi solo “hey, quello è mio fratello, mia sorella, mia mamma” e poi succede qualcosa e tuto cambia… Adesso abbiamo dei figli e non riusciamo ad immaginare che gli capiti qualcosa di brutto o che possano avere dei problemi di questo tipo, come la dipendenza. Quindi, si, è un tipo di amore differente, non è una cosa tipo “oddio, mi ha spezzato il cuore, sono alle medie (ridono, ndr)”, non è un amore giovanile. È un amore famigliare, è un legame forte.  

Prendete davvero molto dalle vostre storie personali e mettete tutto queste dentro le vostre canzoni. Vi ha mai spaventato l’idea di dover continuamente rivivere parte di quei momenti e di quel dolore sul palco, sera dopo sera?

Wesley: Ci sono alcune canzoni, come Leader of the Landslide, che ogni sera, quando le canto, mi portano in un posto particolare della mia mente; ma non penso che sia per forza di cose negativo. Prima di ogni show in questo ultimo tour ascoltavo sempre questa specifica canzone, che mi ricordava la persona su cui, per me, la maggior parte di questo album si focalizza. E piangevo, prima di ogni concerto. E ho sempre saputo che per me cantare non è solo…se ci fosse qui un piano o una chitarra e mi chiedessi di suonare, lo farei senza alcun problema. È qualcosa in cui sto migliorando, suonare così, ma viene da un posto diverso. Suonare non è qualcosa in cui provo piacere nel senso “hey, guardatemi, sto suonando la chitarra”; è qualcosa che viene da un lato molto vulnerabile di me, mi sento molto esposto. E quindi, in modo da potermi connettere con quel lato di me, ho bisogno di sentire delle emozioni vere. Per cui ascoltavo quella particolare canzone prima di ogni show.
In questo caso, fare musica che mi faccia davvero sentire in quel modo… non mi sento un attore sul palco, sto solo attingendo da tutto ciò che per me è vero. Farlo ti porta via qualche pezzettino di te, ma è il motivo per cui il pubblico viene ai concerti, per vedere qualcosa di vero, per sentire qualcosa. Molte volte ci diciamo che le uniche volte in cui vediamo qualcuno, soprattutto gli uomini, piangere, è ai funerali. Ma io sono stato a molti concerti che mi hanno portato alle lacrime e c’erano uomini e donne adulti e bambini che piangevano, e piangevano tutti. Ed era quasi religioso. Era speciale. Penso che la musica possa essere così, ma devi essere disposto ad essere parte di quel processo. Non puoi pensare di scrivere una canzone triste che non significa niente per te, fingere ogni notte che non sia così e sperare che funzioni. Sarebbe molto più difficile da fare (ride, ndr). 

A proposito di quello che stavate dicendo in merito all’essere vulnerabile: penso spesso alla capacità di essere vulnerabile quasi come a un superpotere. É qualcosa che ammiro molto negli artisti ed è il motivo per cui ho sempre amato tanto Kurt Cobain. Ma avete mai pensato che forse vi stavate esponendo troppo, ogni sera con il cuore tra le mani? 

Wesley: Quando avevamo appena iniziato a suonare insieme, un giorno ho detto a mio zio che sarei stato un musicista professionista, ed era dieci anni prima che anche solo qualcosina si smuovesse, ma ero così convinto e così dedito a questo progetto nella mia testa. Stavamo bevendo una birra insieme e lui mi ha toccato il petto e mi ha detto: “se vuoi davvero farlo, devi farli entrare”. È come se lui avesse visto che stavo suonando e guardavo in basso, ero chiuso, mi stavo proteggendo. E un anno fa gliel’ho ricordato, quello che mi aveva detto, e lui mi ha risposto che non se lo ricordava (ride, ndr). A volte le persone ti dicono le cose più brillanti, ma dato che non sono brillanti per loro non se le ricordano. È stato un momento davvero speciale. Quindi penso che se sei disposto ad essere vulnerabile, non è una cosa negativa. Ma può diventare pericoloso, se tutto riguarda sempre e solo te; ma penso che nel nostro caso, cercare di cantare di questi temi e sentirci toccati e vulnerabili, è qualcosa che dovrebbe essere incoraggiato. Ogni volta che vedo un’intervista che considero essere una buona intervista, è perchè le difese della persona intervistata crollano e puoi incontrarla per davvero. Le interviste peggiori sono quelle in cui la persona è un robot, le sua difese sono alzate, ti sta dando delle risposte gentili. Quella è una versione della vulnerabilità. In generale quello che mi lascia ben sperare è che la maggior parte di noi ama davvero qualcuno solo quando riesce a incontrarlo; è solo quando non riesci a conoscerlo che dici “ah, non mi interessa, quella persona fa schifo”, perché sono freddi e stanno costruendo un muro tra te e loro. Probabilmente ci piaceremmo gli uni con gli altri molto di più se sentissimo di avere il permesso di essere noi stessi un po’ di più e dire liberamente quello che esprime ciò che sentiamo.  

Jer: Penso che la vulnerabilità nella nostra musica sia diventata un elemento positivo, che è nato sotto delle circostanza particolari. Avevamo pubblicato un solo album, ed eravamo in tour da tre anni e mezzo, in tutti i continenti, ovunque, tranne che in Antartide. E stando in tour così tanto abbiamo iniziato ad accorgerci che eravamo l’unica band ai festival che non suonava per forza in modo forte, spinto e rumoroso. Il nostro primo album non ha nessun elemento che sia veloce nel ritmo o estremamente rock n roll, quindi in un certo senso eravamo vittime delle nostre stesse circostanze, dovevamo suonare quello che avevamo. E spesso il nostro set diventava davvero tranquillo, con solo Wes alla chitarra, o Wes alla chitarra e me al kick drum, o io al piano e Wes che cantava, qualsiasi variazione che mettevamo in piedi sembrava essere interessante per il pubblico, perchè era diverso da quello che erano abituati ad ascoltare a quei festival. In questo album, sia dal punto di vista musicale che dei tesi, quella vulnerabilità è ancora più intensa che in qualsiasi altro album; persino nel primo pezzo, il modo in cui suona il piano – quella per me è la definizione di vulnerabilità. In termini musicali, c’è proprio una sorta di feltro che abbiamo posizionato tra le corde e i martelletti del piano, che ha l’effetto di trascinarti dentro. Canzone dopo canzone ci sono tutti questi elementi, e penso che la vulnerabilità possa essere davvero utile, se sai attingervi. Ricollegandomi alla tua altra domanda, in un modo quasi strano, penso che se la felicità e la tristezza fossero dei carburanti, per me la tristezza brucerebbe per molto più tempo e in modo molto più efficiente per l’ispirazione. Per me, anche come performer, la felicità è un’esplosione veloce, ti fa sentire bene ma quando stai suonando, se riesci ad arrivare a quel senso di tristezza…è un po’ come il fatto che l’odio e la rabbia sono due emozioni molto distinte, non sono per niente la stessa cosa. Quindi non devi per forza di cose essere triste quando suoni, ma riuscire ad arrivare in un posto, mentre sei sul palco, in cui sei vulnerabile…

Wesley: A tutto a che fare con il riuscire a lasciare che le cose ti entrino dentro e poi escano.

Jer: Sento di poter suonare meglio se riesco ad attingere a tutto questo, e questo tipo di carburante mi permette di creare e sentire più a lungo. Soprattutto quando stiamo scrivendo musica insieme, se riesci ad attingere a sentimenti di questo tipo…sai, abbiamo appena avuto entrambi dei figli, circa due anni fa, e non c’è nessuna canzone nel nostro album che sia “siamo papà, è fantastico, i nostri figli sono così belli” (ride, ndr). Se provassimo a scrivere una canzone su questo, penso che probabilmente per me dopo circa un minuto tutto l’entusiasmo mi scenderebbe. Può sembrare strano, ma se riesce ad attingere a quello che è importante per la canzone, funziona meglio. 

Sono completamente d’accordo e in effetti mi sono appuntata mentre stavo ascoltando il vostro album una citazione di Tom Waits, che dice qualcosa di simile in un certo senso a quello che hai appena detto: “se esorcizzo i miei demoni, ho paura che se ne possano andare anche i miei angeli”. 

Jer: Penso che se riesci a fare la distinzione tra quali angeli sono gli angeli e quali demoni i veri demoni, e riesci a circondarti di entrambi nelle giuste quantità, allora potresti essere davvero una persona felice. Ma se non riesci a capire chi è cosa nella tua testa e nel tuo cuore, allora può essere pericoloso; ma questa frase mi piace molto. 

Mi sembra che in un certo senso questo album sia anche un’ammissione che il modo tradizionale di fare musica e scrivere dischi sia, non dico morto, ma che non funzioni più come prima. Ogni volta che vogliamo ascoltare un album per intero abbiamo quasi la sensazione che avremmo bisogno di tantissimo tempo per poterlo fare. Cosa ne pensate? Siete nostalgici nei confronti di come ascoltavamo la musica qualche anno fa o pensate sia giusto evolversi e provare a ascoltare musica in un modo che sia più congeniale ai tempi che stiamo vivendo? 

Jer: Penso che sia un momento davvero eccitante, il cambiamento è inevitabile. Quello che mi rattrista è che negli ultimi dieci anni non ci sono state abbastanza persone disposte a riconoscere che il modo tradizionale di fare e ascoltare musica non era, non dico morto, ma non era di sicuro l’unica strada. Ed era una modalità che stava cadendo a pezzi. Se eri una band negli anni ’90, pubblicavi un album e se avevi successo potevi vivere i dieci anni migliori della tua vita. Ma tantissime band sono state fottute da questo meccanismo…

Wesley: É come un tunnel molto sottile 

Jer: Si, o ci passi attraverso e fai alla grande o ti schianti. Mentre adesso ci sono così tante band che riescono a vivere grazie a Bandcamp o Spotify, puoi scoprire molta più musica. Siamo riusciti a pubblicare sei canzoni di questo album come singoli, praticamente metà del disco stesso, ed è stato estremamente eccitante sia per noi che per i nostri fan. Penso che abbiamo dimostrato che la musica può funzionare anche non seguendo gli schemi più tradizionali. Adesso che stiamo suonando live due mesi dopo l’uscita del disco le persone conoscono davvero le canzoni, non è come se avessimo pubblicato un solo singolo e sapessero solo quello…

Wesley: Quentin Tarantino continua a fare film lunghi e tutti vanno ancora a vederli (ride, ndr). E non sono nemmeno degli action movies. Penso che la risposta più semplice sia che, qualunque cosa fai, deve solo essere buona. Quando qualcuno pubblica un album e non sento di doverlo mandare avanti o saltare dei brani, ma lo sto ancora ascoltando dopo un paio di volte cercando di capire cosa ne penso e come mi sento, quando sento di poterlo ascoltare tutto d’un fiato…beh, mi piace. Mi piace poterlo fare, ascoltarlo tutto, non amo saltare continuamente da un brano all’altro. Penso che ci sia ancora spazio per questo tipo di dischi e questo tipo di ascolto, se la musica è buona, se la musica riesce a mantenere alta la tua attenzione. Mi ricordo benissimo Dookie dei Green Day, lo ascoltavo continuamente tutto per intero; è stato il mio primo CD, l’ho consumato. Non è che ci fossero delle canzoni che semplicemente tolleravo, era tutto fantastico, dall’inizio alla fine. E guardali, stanno ancora facendo musica di cui alla gente importa, scrivono ancora album completi. Per cui penso che questo sia il trucco: fare della buona musica. Ma di sicuro l’industria discografica era in grado un tempo di venderti un intero album e la maggior parte di quelle canzoni era spazzatura. Ma non è quello che stiamo provando a fare. 

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