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The Script: «Italia, torneremo! E con lo show più interattivo di sempre»

Dovevano suonare a Milano, al Forum di Assago, il 9 marzo ma un’improvvisa bronchite ha dato uno stop al frontman, Danny O’Donoghue, e così i The Script, malvolentieri, hanno dovuto rinviare i live italiani. Che recupereranno, beninteso. Nonostante il dispiacere, abbiamo avuto l’opportunità di fare una bella chiacchierata con Mark Sheehan (chitarre) e Glen Power (batteria), che ci hanno raccontato come procede il tour – intoppi a parte – e cosa rappresenta per loro l’ultimo album, Freedom Child.

Ciao ragazzi, prima di tutto come state vivendo l’annullamento del concerto milanese? Non è mai bello immagino annullare un live.
Siamo veramente dispiaciuti, per non dire altro. Dobbiamo rinviare lo show, non è qualcosa che ci piace fare. In dieci anni abbiamo cancellato un solo concerto, perché non è mai una cosa bella. La cosa importante è che torneremo, il live è solo rinviato. Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi, per cui è impossibile pensare di non tornare. Suoneremo un’altra volta, ma in questo momento, se Danny si sforzasse di cantare, potrebbe davvero nuocere a se stesso e magari correre il rischio di non cantare più. Non potevamo permettercelo.

Parliamo allora del tour, o almeno di come sia andato finora. State viaggiando tantissimo…
Sì, ed è bellissimo. Anche se la verità è che piano piano si sono ammalati tutti quelli del nostro team, tutti quelli che sono in giro con noi. Alla fine, si è ammalato anche Dan. Quando stai male, non è bello viaggiare. Anche perché il ritmo è di tre show consecutivi e poi un day off. Devi stare fisicamente benissimo per reggere questi ritmi. Nonostante tutto, i concerti finora sono stati pazzeschi. La gente che viene a sentirci è fantastica.

Quindi c’è stata una sorta di epidemia?
Abbiamo iniziato ad ammalarci in UK. Avrai sentito parlare della Beast From The East, un’ondata di neve. Era freddissimo, nevicava ovunque e penso che questo non abbia aiutato. Piano piano tutta la crew si è ammalata e abbiamo iniziato a chiederci: “Oddio, cosa facciamo ora?”.

Avete comunque molta esperienza in ambito di live shows. Come vi sentite cambiati, sul palco, in tutti questi anni?
L’unico elemento che non è mai cambiato è la musica. Cambiamo i paesi e, di conseguenza, cambia il pubblico, così come l’ambiente e il tempo. O la location. Difficilmente suoniamo nello stesso posto due volte, e la bellezza dei live è proprio questa. Può succedere di tutto, ogni volta. Eravamo felicissimi di suonare a Milano proprio per questo. Probabilmente questo è lo show più interattivo che abbiamo mai fatto. Siamo in mezzo al pubblico, suoniamo tra la gente. Ci sono cose che nessuna band ha mai fatto prima. Ed eravamo felici di portare tutto questo in Italia.

L’esperienza vi ha aiutati a mettere su questo tipo di live?
Certo, impariamo sempre qualcosa di nuovo su come interagire con il pubblico. Diciamo sempre che siamo bravi tanto quanto la gente che viene a sentirci. E’ un reciproco scambio di energie e, con il tempo, acquisiamo una maggiore consapevolezza di ciò. Diventiamo anche più preparati.

Come sta reagendo il pubblico a questa improvvisa vicinanza?
Sinceramente non sanno come comportarsi. Vedi dipinta sul volto delle persone l’espressione What The Fuck (ridono, ndr). Però alla fine apprezzano questo sforzo di condividere il live. Abbiamo tenuto un concerto in Irlanda e c’era un messaggio, che ci definiva più o meno come una band per le persone. Letteralmente non lo ricordiamo bene, ma il senso era quello. I fan hanno percepito che volevamo metterci al servizio del pubblico. E noi siamo effettivamente così, vogliamo scendere dal palco, allontanarci da queste luci enormi e stare semplicemente in mezzo alla gente. Lo show così è ancora più bello rispetto a un qualsiasi altro show super organizzato. E’ qualcosa di intimo ed è anche più complicato, perché sbagliare è più facile e non puoi neanche nasconderti se succede. Ma siamo umani, è importante che la gente lo capisca. E per mostrarci così vulnerabili c’è voluto coraggio.

E avete mai sbagliato?
Capita che siamo lì davanti e pensiamo ‘Ma che stiamo facendo?’. Anche se le preoccupazioni maggiori sono quelle della security (ridono, ndr). Prima di ogni show ci dicono: “No, non potete farlo”. Noi diciamo “Ok” e poi lo facciamo lo stesso. A volte sono veramente spaventati, ma la gente capisce che per comportarci così superiamo realmente tutte le nostre paure. Ripetiamo: poche band al mondo farebbero una cosa del genere.

Immagino, in effetti, che la band proprio per definizione abbia più difficoltà a relazionarsi con il pubblico rispetto ad un singolo artista. E’ qualcosa su cui si deve lavorare…
Sì, bisogna lavorarci prima e dopo ogni singolo show. Scherziamo spesso sui social media e sulla necessità, al giorno d’oggi, di essere “social”. Non si chiamano anti-social media. Devi parlare con la tua gente, entrare in contatto con il tuo pubblico. E non solo con la musica e le canzoni. L’altro giorno mi sono commosso. Abbiamo cancellato uno show a Zurigo, ma abbiamo voluto comunque incontrare i fan, parlare con loro. E una ragazza, davanti a tutti – erano più o meno 90 persone – ci ha letto una lettera. La prima riga era terribile, parlava del pensiero di uccidersi. E’ una grande responsabilità: a una cosa così puoi rispondere con un abbraccio e salutare o interessarti realmente a ciò che sta accadendo a questa ragazza. Abbiamo provato a parlarle, perché le persone vanno aiutate, soprattutto quando sono circondate dal buio. Tutto questo va al di là della musica. Siamo fortunatissimi che ci sia gente che paga per vederci. Dobbiamo ripagarli in qualche modo, altrimenti non ne vale la pena.

A proposito di social, come vi rapportate al mezzo? E’ qualcosa che avete dovuto imparare a gestire?
Assolutamente sì. Ci piace, di diverte. Non capiamo perché molti artisti si rifiutino di usarli. Vediamo i fan come una persona sola, li rispettiamo e – se li rispetti – loro rispettano anche te. Sui social poi va anche bene essere semplicemente normale, con gli alti e bassi tipici di ogni persona.

Cosa rimpiangete di più dei vostri primi live?
Sinceramente nulla. Tutto ciò che abbiamo fatto ci ha portato a questo punto. Siamo cresciuti negli anni e non vogliamo tornare indietro. E’ stato un percorso bellissimo e le tappe sono avvenute tutte nel modo giusto e al momento giusto. Ora possiamo suonare ovunque. Se vedi la capienza del Forum di Assago, magari per voi è normale pensare che suoniamo solo in posti simili e davanti a tantissima gente. In realtà, non è vero. Due notti fa, ad Amburgo, abbiamo suonato davanti a 200 persone. Facciamo lo stesso show, con la stessa passione ed energia, davanti a pubblici grandi e piccoli. Suoniamo ancora nei pub e nei bar. Questa versatilità ci rende ancora interessanti come musicisti. Il nostro lavoro è suonare musica nel modo migliore possibile, ed è ciò che facciamo indipendentemente dalla location.

Volevo chiedervi qualcosa sull’album. Nelle vostre canzoni c’è tanta energia, ma ci sono anche brani molto importanti, in cui parlate di politica e di tanti mali della società odierna.
Abbiamo tirato fuori un mantra, valido per ogni album. La regola, più o meno, è di rappresentare il momento che stiamo vivendo. Non ha senso scrivere una canzone un anno prima e poi pubblicarla un anno dopo. Quando parti, l’album va finito tutto d’un fiato e lanciato. Vogliamo sempre lanciare messaggi positivi, non sempre la gente apprezza. Il perno di Freedom Child è ovviamente il concetto di libertà. Le persone non vogliono sentirne parlare, soprattutto se poi inizi a parlare di rovine politiche o terrorismo. Sappiamo che sono cose che rendono il pubblico nervoso. Il nostro compito è, tuttavia, quello di unire le persone. Pensiamo sia importante però far sentire le persone al sicuro, farle star bene.

Per il live immagino comunque che voi differenziate le sonorità rispetto all’album…
Sì, lo facciamo sempre. E’ come una bottiglia di vino: quando la apri, devi farla respitare. Con la musica è lo stesso: devi farla metabolizzare. Il live poi deve suonare diverso, è fondamentale.

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