Onstage

JJ Burnel dei The Stranglers: «Abbiamo spinto il punk oltre i nostri sogni più selvaggi»

A sei anni dal loro ultimo concerto in Italia e a sette dalla loro ultima uscita discografica, Giants, The Stranglers, tornano a trovarci con una serie di tre date: domani a Bologna, domenica a Ciampino (Roma) e lunedì a Venaria Reale (TO).

A quarantacinque anni dalla nascita e quarantadue dal seminale esordio con Rattus Norvegicus, con una lunga scia di cambi di formazione e storiacce varie tra risse, droga e più di qualche nottata in gattabuia alle spalle, ma soprattutto con una nutrita serie di pezzi indimenticabili in curriculum – da Golden Brown a No More Heroes, da Peaches a Skin Deep, da Strange Little Girl a Walk On By, Nice n’ Sleazy, Hanging Around e Always the Sun – The Stranglers sono pronti a raccontarsi ancora una volta dal palco, attraverso la loro musica.

Ci sarà da divertirsi. Sarcastica, irriverente, irrequieta, amante della sperimentazione e insofferente a qualsiasi genere di regola imposta dall’esterno, come dimostrano ampiamente la sua storia e produzione (si vedano, su tutti, dischi come The Gospel According to the Meninblack, Aural Sculpture o singoli come Golden Brown e La folie), la formazione di Guildford, partita dal pub rock, ha attraversato territori new wave, goth rock, post punk, senza mai perdere quell’attitudine che ne fa, in essenza, una leggenda del punk.

Ce lo ha raccontato il bassista e cantante Jean-Jacques Burnel, unico membro fondatore insieme a Dave Greenfield (tastiere e voce), ad avere superato le bordate del tempo e di una storia turbolenta. Oggi insieme a Baz Warne (chitarra e voce) e Jim Macaulay (batteria e percussioni), subentrato in tour all’ormai malandato Jet Black, classe 1938, tra i fondatori della band, insieme a Burnel, Greenfield e al fuoriuscito Hugh Cornwell, tiene viva la leggenda dei The Stranglers. Una storia alla quale si potrebbe presto aggiungere un nuovo capitolo.

Ciao JJ, come sta andando il tour?
Fantastico, abbiamo fatto tre show sold out a Tokio un paio di settimane fa. È stato un anno ricco di impegni. Tra qualche giorno saremo in Italia, non ci veniamo spesso, quindi non sappiamo esattamente cosa aspettarci.

Il vostro ultimo concerto qui da noi, in effetti, risale a sei anni fa. Che ricordo conservi dei vostri live in Italia?
Non è mai andata molto bene – ride -. Credo che l’Italia sia il Paese del mondo nel quale abbiamo suonato di meno nella nostra carriera e un po’ mi dispiace. Ricordo, però, quando suonammo a Città di Castello o forse Roma, di sicuro era il 1980, l’anno in cui siamo usciti di prigione (c’erano finiti per dei tafferugli scoppiati a un loro concerto a Nizza, vedi Nice in Nice, ndr). Fummo troppo lenti nel tornare sul palco per l’encore, quindi si scatenò una rissa enorme, cosa piuttosto divertente, ma, alla fine, tagliammo la corda.

Beh, spero che a questo giro vada meglio… o forse no, non so.
Spero che ci sia della comunione. Per il resto, abbiamo una storia lunga, oltre quarant’anni di repertorio da cui pescare, eravamo dei giovani punk e ora siamo dei vecchi punk.

Forever punk!
Credo di si, è un’attitudine che ti porti dietro nel tempo.

C’è stato un gran dibattere negli anni attorno alla natura dei The Stranglers. Siete o non siete una punk band?
Per certi aspetti possiamo dire che lo siamo, perché abbiamo allargato la definizione di punk. Sicuramente c’è una definizione stretta di cosa sia punk, che prese piede alla fine dei ’70, una specie di nuovo fondamentalismo o di nuova ortodossia, che diceva non puoi avere questo, non puoi avere quello, non puoi fare questo, non puoi fare quello, ma chi le fa queste cazzo di regole?! Le tue regole devi fartele tu, questo ha a che vedere con il punk! Io credo che The Stranglers abbiano esteso la definizione di punk oltre i loro sogni più selvaggi e adesso io mi ci attengo.

Nel farlo qual è stato il momento più esaltante e quello peggiore della vostra carriera?
Ce ne sono stati tanti di momenti di estasi. Uno sicuramente è stato quando agli inizi volevamo pubblicare un disco intitolato Golden Brown e la nostra etichetta dell’epoca non voleva farlo uscire, perché dicevano che non suonava come noi, che non era ballabile, che non suonava punk, ma che poi il punk era morto, fine della storia. Noi però non abbiamo mollato, abbiamo insistito ed è stato un successo mondiale. A quel punto volevano che ci ripetessimo, che gli dessimo la stessa cosa, allora gli abbiamo dato qualcosa di completamente diverso, un singolo in francese (La folie, ndr), per fotterli. Quello fu un bel momento, perché ha confermato e validato la nostra visione artistica. Avevamo insistito tanto su qualcosa, nonostante tutto quello che diceva la discografica e avevamo ragione, fu un bel momento, ma ce ne furono tanti anche di brutti, come quando finimmo in prigione o quando Hugh lasciò la band, ma poi, vedi, Baz si unì alla band è continuammo ad avere successo in tutto il mondo. Lo scorso maggio abbiamo suonato a Las Vegas davanti a diecimila persone, non andiamo spesso negli Stati Uniti, ma ogni volta che andiamo funziona alla grande. Il successo, però, si può misurare anche in termini artistici, ci sono dischi che ti lasciano soddisfatto, altri meno.

Quali sono quelli che reputi i migliori della vostra produzione?  
Pochi. Ci sono dischi che dopo un po’ di tempo, guardando indietro pensi: “Ah, non è esattamente come avrei voluto che fosse”. Però, The Raven è un disco di cui sono fiero, altri sono The Gospel According to the Meninblack, che in realtà nessuno può ascoltare, perché è molto sperimentale, Sweet XVI e Giants, ma è un’opinione del tutto personale.

Quest’anno è il trentacinquesimo anniversario di Aural Sculpture e lo festeggiate con un vinile in edizione limitata. Cosa rappresenta quell’album nel percorso della band?
Rappresenta un periodo nel quale siamo tornati a sperimentare, andando in una direzione diversa. Non sono soddisfatto al cento per cento di quel disco, ma quello che mi fa piacere è che molti dei nostri dischi sono stati riciclati e non per farci dei posacenere, ma nel senso che la gente li sta veramente riascoltando. C’è una nuova generazione che se li sta ascoltando e questo è sempre figo, perché nel mondo in cui viviamo così tanto di quello che chiamiamo arte è, in realtà, un prodotto usa e getta. Credo che la musica stia tornando ad essere semplice show business, come era prima dei ’60, usa e getta, puro intrattenimento e con niente da dire, mentre sappiamo che la buona musica, la buona arte in generale, ha sempre qualcosa da dire.

Voi avete scritto delle pagine memorabili nella storia della musica. Vi siete mai sentiti condizionati dal vostro passato?
Credo che tutti gli esseri umani siano in qualche modo condizionati dal loro passato, il problema è quando ti senti schiacciato e soffocato dal tuo passato, ma a me non è mai accaduto, io abbraccio il mio passato.

In che momento vi troviamo ora?
Abbiamo iniziato a registrare e credo che finiremo l’anno prossimo. Però, è un assoluto privilegio avere la possibilità di girare il mondo, facendo quello che ami di più, con i tuoi migliori amici, suonare la tua musica ed essere invitato a farlo in tutto il mondo. E la figata è che a volte abbiamo anche l’opportunità di visitarli questi posti, non c’è tanta gente in giro con un lavoro del genere, quindi ce lo godiamo.

Dal nuovo materiale, invece, cosa ci possiamo aspettare?
L’inaspettato! Suoneremo qualcosa di nuovo nei live.

A proposito di live: con una carriera di quarantacinque anni, come si costruisce una scaletta?
È del tutto arbitrario e soggettivo, perché abbiamo così tanto materiale da suonare e un sacco di roba che vogliamo suonare, quindi cambiamo la scaletta ogni sera, semplicemente per mantenere alto il nostro interesse. Se così non fosse finiremmo per sembrare un numero di cabaret, odio l’idea di cantare ogni sera la stessa roba, mi ucciderebbe.

Immagino, che nel corso degli anni, invece, non sia mai cambiato quello che volete dare sul palco e quello che volete lasciare alla gente che vi viene a sentire.
Sì, è corretto. Voglio che ci sia comunione con la gente che ci viene a sentire, non voglio che mi guardino come se fossi nello schermo di un televisore, deve esserci interazione e un qualche genere di umanità, tra quello che facciamo sul palco e la gente che viene a vederci.

Tour italiano 2019:
Sabato 30 dicembre – Estragon – Bologna
Domenica 1 dicembre – Orion – Ciampino (Roma)
Lunedì 2 dicembre – Teatro della Concordia – Venaria Reale (TO)

Cinzia Meroni

Foto di Ufficio stampa

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