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Tom Morello, Prophets of Rage: «Tanta strada alle spalle, ma guardiamo al futuro»

L’8 luglio i Prophets of Rage arriveranno nel capoluogo lombardo per il Milano Summer Festival (Ippodromo SNAI – San Siro). Tom Morello, Tim Commerford, Brad Wilk, Chuck D., DJ Lord e B-Real torneranno dunque in Italia dopo il memorabile concerto al Firenze Rocks lo scorso anno, quando hanno suonato di fronte a 40mila spettatori. Abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare un po’ con Tom Morello, che ci ha parlato dell’esperienza live e della mission dei Prophets of Rage, ben sintetizzata dall’omonimo album d’esordio.

Ciao Tom, come stai? Tornerete presto in Italia, ma vorrei prima chiederti com’è andata lo scorso anno a Firenze…
È stato bellissimo. Quando vengo in Italia, è sempre fantastico. La mia famiglia ha origini italiane, veniamo dal Nord Italia, da Torino. La famiglia di mia moglie invece è originaria di Bari. Ogni volta che suono in Italia, è come se tornassi a casa. Ho suonato qui con i Rage Against The Machine, gli Audioslave, The Nightwatchman e ora tocca ai Prophets of Rage. È sempre una gioia.

Come state vivendo la dimensione live? L’album è uscito nel 2017 e avete già suonato tantissimo in giro per il mondo…
In generale, sta andando benissimo. Abbiamo formato questa band nel 2016 in risposta a una nostra esigenza, a un’emergenza. L’alchimia musicale però si è avvertita subito e, col tempo, è diventata più potente. Abbiamo portato tutta questa energia in studio. Abbiamo registrato nel 2017 e nello stesso anno è uscito l’album, anche se l’EP era già uscito nel 2016. Ora abbiamo l’opportunità di suonare queste canzoni in tutto il mondo e di creare una scaletta serratissima, che contiene brani dei Rage Against The Machine, degli Audioslave, dei Public Enemy, dei Cypress Hill. A tutto ciò si aggiunge un catalogo abbastanza impressionante dei Prophets of Rage, tanto che già siamo pronti a lavorare al prossimo album. Il lavoro non manca.

Avete tutti dichiarato che lavorare insieme in studio è stata un’esperienza estremamente positiva. Puoi dirmi qualcosa in più al riguardo?
Senza dubbio. Quando abbiamo formato la band, erano tempi disperati che richiedevano canzoni pericolose. Volevamo cantare ciò che stava accadendo negli Stati Uniti e, di conseguenza, nel mondo. Non era sufficiente per noi parlarne su Twitter, volevamo tirare fuori l’artiglieria pesante, combinando le nostre forze musicali in una sorta di versione politico-musicale degli Avengers. O, in alternativa, come se fossimo una squadra di football nazionale. Alla fine, però, abbiamo goduto ciascuno della compagnia dell’altro, amiamo suonare insieme e questa sintonia ci è venuta dietro in studio, dove c’era anche il produttore Brendan O’Brien. In due settimane, abbiamo scritto dieci canzoni. È stato il processo più veloce e intenso che io abbia mai vissuto con una band. Eravamo collaborativi, con la mente aperta. In 30 giorni abbiamo registrato l’album con Brendan, nello stesso studio di Los Angeles in cui abbiamo registrato Revealations degli Audioslave. Eravamo veramente felici: avevamo ottenuto un album hard rock, con qualche venatura profondamente funky, che risponde drammaticamente alla domanda: “Cosa sta succedendo nel mondo?”. L’obiettivo è stato poi quello di integrare queste canzoni nella nostra setlist, che è poi il mio lavoro. La cosa più bella è proprio che le canzoni dei Prophets si sposano benissimo col ricco catalogo delle altre band.

La mission di questa band è decisamente importante. Come ha reagito secondo te il pubblico al vostro messaggio politico, in particolare nei live?
All’inizio abbiamo dovuto veramente lavorare sodo. Non avendo ancora un album da proporre, dovevamo spaccare per far arrivare il messaggio. Alla gente non interessa di cosa stai parlando, soprattutto se la performance è debole. Era il nostro principale problema. Va detto però che nessuna band sul pianeta ha lo stesso nostro pensiero politico radicale e la possibilità di suonare nelle venues che abbiamo noi a disposizione. È un elemento molto importante e noi abbiamo preso questa responsabilità molto seriamente. Rappresentiamo un punto di vista preciso sull’uguaglianza sociale ed economica. Vogliamo lottare per le classi più deboli, per l’immigrazione, e vogliamo farlo su scala globale. Ogni show è divertentissimo, speriamo che il pubblico impazzisca, ma c’è un messaggio preciso dietro ogni live. E il significato di quel messaggio è diverso da quello che avete potuto ascoltare in qualsiasi altro show.

È un messaggio quasi anacronistico. Non è così comune pensare che la musica possa ancora unire le persone su obiettivi così importanti.
Penso che non sia importante quale sia il tuo lavoro. Se sei un musicista, hai a disposizione uno studio e un palco su cui puoi mostrare il tuo punto di vista. Se sei un giornalista musicale, un carpentiere, un pescatore e hai delle convinzioni su come cambiare il mondo, non puoi tenertele per te. È importante formare il futuro, ma bisogna essere uniti nel presente. Le persone possono essere coraggiose anche nelle piccole cose ed essere d’esempio per gli altri. Band come i Public Enemy, che parlavano del mondo senza paure e in modo molto sincero – senza mai scusarsi -, mi hanno aiutato a realizzare che potevo fare altrettanto. Non devo per forza stare zitto solo perché me lo dicono gli insegnanti o il Presidente.

Tutti voi avete una lunga carriera alle spalle, la domanda inevitabile è come avete fatto ad unire dei bagagli così importanti e quanto delle vostre singole esperienze portate poi sul palco con i Prophets of Rage?
Beh, è divertente. Chuck D è una leggenda dell’hip hop, lo stesso B Real è stato una grande influenza per i Rage Against The Machine. L’esperienza di ognuno di noi è gigantesca, abbiamo suonato tantissimo e in tutto il mondo. Ma con i Prophets of Rage ormai suoniamo insieme da due anni, di fronte a circa 2 milioni e mezzo di persone. Quando arriveremo in Italia, avremo già suonato in 5 continenti, per un totale di quasi 100 show. Le nostre fondamenta sono forti. Questa non è una band che si guarda indietro, ma che guarda avanti.

 

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