Onstage

Twin Atlantic: «Power è il nostro modo di mantenere il rock rilevante»

Power, si intitola così il nuovo disco degli scozzesi Twin Atlantic, uscito il 24 gennaio e anticipato dai singoli Novocaine e Barcellona. Un album, che si discosta in maniera piuttosto decisa dai precedenti lavori della band di Glasgow, introducendo sonorità prepotentemente elettroniche nel suo sound.

Cresciuti sotto l’egida dell’alternative rock Sam McTrusty (voce, chitarra e tastiere), Barry McKenna (chitarra solista, tastiere e cori), Ross McNae (basso, tastiere e cori) e Craig Kneale (batteria, percussioni e cori), a tre anni e mezzo dall’ultimo album in studio, GLA, tornano con un quinto lavoro, che rappresenta un nuovo inizio. Un disco lontano dalla ricetta di successi come Make a Beast of Myself o Heart and Soul ed estremamente coeso: otto canzoni e due interludi, nati tra le mura dello studio recentemente messo in piedi dalla band a Glasgow, dove, momentaneamente liberi da qualsiasi vincolo di contratto con un’etichetta, hanno curato tutti gli aspetti della creazione di Power, dalla scrittura, alla produzione.

Vincitori del titolo di Best UK Band agli SSE Scottish Music Awards del 2016, dopo aver calcato i palchi dei più importanti festival britannici, dal Glastonbury, al Leeds & Reading Festival, i Twin Atlantic sono pronti a ripartire, a marzo, con le date in UK di un tour, che, come ci ha anticipato Sam Mc Trusty – lo abbiamo incontrato a Milano per farci raccontare i retroscena di Powerli porterà di sicuro anche in Italia.

Questo disco rappresenta un nuovo inizio per voi. Come siete arrivati a questa svolta? È complicato. Per oltre dieci anni ho sempre scritto da solo sulla chitarra, per poi portare il materiale ai ragazzi e renderlo più rumoroso. Inoltre, per i dischi precedenti abbiamo sempre lavorato con altri produttori e quello era il modo più semplice per presentare qualcosa, prima di iniziare il viaggio e registrare il disco. Eravamo rimasti come intrappolati in quel meccanismo. In quest’album, invece, per la prima volta non abbiamo lavorato con un’etichetta, ma abbiamo scritto e prodotto contemporaneamente i pezzi per conto nostro in un ufficio, che abbiamo trasformato nel nostro studio di registrazione. Non è stato facile, perché non sapevamo molto di come si registra un disco, ma è anche quello che ci ha portato ad utilizzare l’elettronica, perché è più facile da registrare. Quando, poi, abbiamo cercato di rimpiazzare una batteria elettronica con quella acustica o un’idea al synth con un basso elettrico, però, ci siamo resi conto che le canzoni perdevano qualcosa, invece che guadagnarlo. L’elettronica quindi è arrivata in modo molto naturale.

Quasi casuale, direi. Molto casuale. La verità è che, Ross e io stavamo semplicemente cercando di imparare a utilizzare l’attrezzatura da studio. Ci stavamo divertendo, la scrittura di canzoni e l’idea di fare un disco non potevano essere più lontane dalla nostra testa e, forse, è la ragione per cui il disco suona così eccitante. Poi ovviamente siamo arrivati a un punto, in cui abbiamo capito che stavamo creando un album e ci siamo concentrati su quello.

Questa è anche stata la prima volta, che avete registrato un disco nella vostra città: Glasgow. Che effetto ha avuto sul processo creativo di Power? Bella domanda! Ci ha influenzati tantissimo, già il fatto di andare a dormire ogni notte nel tuo letto cambia completamente le cose. Sei più rilassato, circondato da cose familiari, quindi è difficile fingere di essere qualcosa che non sei, a differenza che in passato, quando andavamo a registrare a Los Angeles, ci svegliavamo, mettevamo gli occhiali da sole e facevamo finta di essere delle rock stars, eravamo nel trip hollywoodiano. Questa volta, invece, la modalità è stata più portare fuori la spazzatura quando uscivo per andare in studio. Insomma, è stato tutto molto più realistico e la cosa ci ha resi molto più onesti con noi stessi rispetto a quello che era buono o meno per questo disco. Non è stato facile, anche perché avevamo tutte le distrazioni delle nostre vite normali. E poi il tempo a Glasgow è una merda, è capace di piovere venti giorni di fila!

In che modo tutto questo ha influenzato le liriche dell’album? La religione! La menziono in almeno quattro o cinque canzoni del disco e non sono una persona religiosa, ma Glasgow lo è. Ci sono tantissime chiese rispetto alla grandezza della città! I Chvrches, ad esempio, sono di Glasgow e si chiamano così per questa ragione, per ironizzare sulla cosa. C’è anche una profonda divisione tra cattolici e protestanti, quindi, probabilmente, avendo speso più tempo della mia vita adulta in tour che nella mia città, questa cosa della religione è riemersa quando sono tornato.

Come si intuisce dal titolo, c’è anche un altro tema che attraversa le canzoni del disco, quello del potere o, forse, della potenza. Beh, siamo in un momento interessante a livello creativo, come band: abbiamo il nostro studio, siamo produttori di noi stessi e non abbiamo lavorato con un’etichetta. Liberarci da tutto ciò che conoscevamo e che essendo giovani ci aveva influenzati, ci ha dato un sacco di libertà e, di conseguenza, di potere. Anche nelle nostre vite, ora che siamo arrivati ai trenta, io mi sono sposato, ho avuto un figlio, Ross ne ha due… stiamo gettando le fondamenta e sono cose che quando ero più giovane mi facevano paura, ma che in realtà sono grandiose, perché ti fanno sentire in controllo del tuo futuro e del tuo destino. Poi c’è da aggiungere, che abbiamo fatto quest’album in un momento di caos politico, specialmente per il nostro Paese. In Scozia sono molti anni che votiamo per l’indipendenza e poi è arrivata la Brexit, anche nel votare per il governo, credo che negli ultimi dodici o tredici anni, la Scozia abbia votato in una direzione e lo UK in un’altra, in pratica da quando ho diritto di voto sono rappresentato dalla parte opposta a quella che ho votato. Insomma, siamo arrivati a un punto, in cui ci è sembrato giusto far tracimare un po’ di quella frustrazione anche nella nostra musica. Il titolo del disco è anche connesso al fatto che molte delle decisioni politiche, prese oggi nel mondo, sono più funzionali al desiderio egoistico di scalata sociale di qualche individuo, che al bene della gente ed era importante per noi, come band scozzese, nel 2020, uscire con un disco che suggerisse quest’idea.

È interessante, anche nella misura in cui, in questo periodo storico, in cui più o meno ovunque impera un approccio populista della politica, la gente crede di avere un potere, che in realtà è più inconsistente che mai. Perché è un’idea che è stata instillata attraverso l’uso dei social media.

È un fatto che avete considerato nella concezione di Power? Più che altro mi sono avvalso di un’iconografia religiosa per rendere quell’idea. C’è una canzone Messiah, che non ha nulla a che vedere con Gesù o la religione, ma ho usato il temine per riferirmi più a una forza, una sorta di demone capace di condizionare il tuo pensiero. I social media hanno dato alla gente l’illusione del potere, diventando una camera di risonanza, dove finisci col parlare con persone, che hanno la tua stessa opinione, quindi inizi a pensare che sia un’opinione condivisa. Non ho nozioni di politica tali per cui poterne scrivere direttamente, quindi ho usato delle metafore, per catturare la sensazione del navigare attraverso tutto questo.

Quella canzone ha una forte atmosfera alla Depeche Mode. Dal momento che vi siete trovati a confrontarvi per la prima volta con del materiale elettronico, ci sono stati dei gruppi ai quali avete fatto riferimento per trovare la vostra strada? Sì e ci siamo concentrati su quegli artisti elettronici, che hanno quell’attitudine, per cui i Depeche Mode sono i numeri uno, cioè la gente li vede come una rock band e dal vivo suonano come una rock band. Poi Justice, Nine Inch Nails, Felix Da Housecat, specialmente la canzone Ready 2 Wear, avrei voluto scriverla io. Ma che ne sono tantissimi!

Il disco ha una struttura geometrica, con Mount Bungo e Asynchronous a fare da perno, fra le tre sezioni del disco. Cosa vi ha spinti a organizzare così la scaletta? È il modo in cui di solito concepiamo le scalette per i nostri live e volevamo riuscire a trasferirla su disco. Prima quando facevamo un album era più un flusso di emozioni e cercavamo di renderlo molto morbido, in modo che si ascoltasse tranquillamente dall’inizio alla fine, ma onestamente oggi i dischi non hanno la stessa valenza artistica, suonano più come una playlist. Alla fine quindi abbiamo cercato, ancora una volta, di usare a nostro vantaggio un ostacolo, una limitazione e fare in modo che si abbia la sensazione di ascoltare la setlist di un dj. Un interludio come Mount Bungo è fatto apposta per essere odiato, per dire: ma perché devi rovinare l’album?! Ma ti distrae e ti rimette a nuovo i sensi. Alla fine, anche la linea con i tre colori della cover simboleggia quella divisione a tre, che è un modo per avere un disco che si avvicini ancora più a un’opera d’arte, che a una playlist di canzoni, un modo per continuare a dare rilevanza alla musica rock.

Tra un paio di settimane parte il vostro tour in UK. Come pensate di tradurre il disco live? Non sarà facile, perché abbiamo canzoni vecchie, in cui suono la chitarra acustica, mentre in quelle nuove suono il synth e la drum machine e altra roba del genere. I nostri live però sono molto molto energetici. Li abbiamo sempre immaginati come se fossero un dj set, dove tutto cresce finché la gente perde il controllo, quindi credo che le nuove canzoni renderanno il tutto più semplice e che tutto questo porterà i nostri live a un altro livello. In più ci darà la chance di imparare un altro modo di esibirci, una scintilla di cui abbiamo bisogno dopo dieci anni e passa di live.

In carriera avete fatto da supporto a Biffy Clyro, The Gaslight Anthem, Blink-182, My Chemical Romance, Thirty Sconds To Mars qual è la lezione più utile per la vostra vita da performing band, che avete imparato da ognuno di loro? Diverse cose. I Biffy Clyro ci hanno insegnato a prenderci cura dei nostri strumenti. Era il primo tour professionale che facevamo e io me ne andavo in giro con un ampli ricoperto di nastro adesivo colorato e senza una custodia, lo lanciavo nel van quando dovevamo spostarci e andavo. Non avevo nemmeno corde nuove sulla chitarra e siccome i Biffy Clyro sono scozzesi come noi, i tecnici della loro crew a un certo punto sono venuti da noi tipo: “Ma che cazzo fate, ragazzi?”. Così ci hanno messi in contatto con la Fender e si sono presi cura di noi, per insegnarci come andare in tour. Con i My Chemical Romance ho capito come puoi suonare musica pesante, ma fare in modo che ognuno nella stanza provi qualcosa. Abbiamo suonato prima dei Muse, The Gaslight Anthem e me ne stavo lì da un lato, sera dopo sera, a guardare come stavano sul palco, il modo in cui parlavano al pubblico, quale parte di una canzone funzionava o no. Abbiamo suonato con molte band diverse, perché non rientriamo in qualche particolare sottogenere del rock, quindi abbiamo avuto l’occasione di imparare molto.

Quanto ha influito sull’evoluzione del vostro sound, il fatto di avere un’attività live costantemente in crescita? Per me moltissimo. Come band suonare live e andare in tour sono il cinquanta per cento di ciò che fai, quindi quando sei in studio cerchi di disegnare l’album in funzione anche di quello e alla fine di un tour, quando torni in studio, ci arrivi con i live ancora in testa e per quanto mi riguarda non riesco a non pensare a come potrei migliorarli, così inizio a scrivere a partire dalla canzone che avrei voluto avere in scaletta. Gli altri a volte mi cazziano, perché loro sono più focalizzati sul lato musicale, che sul songwriting, mentre io penso sempre: se spingo la canzone fino a quel punto la gente sarà ancora interessata? Canterà questo ritornello o alzerà le mani al cielo se glielo dico a questo punto del pezzo? Penso anche ai colori, che le canzoni di un disco potrebbero portare nel light design di un live… forse ci penso davvero un po’ troppo!

Come vorresti che fosse colorato lo show di Power? Rosso, verde e blu, come nell’artwork, perché penso che sia il modo in cui possiamo mostrare le limitazioni che abbiamo affrontato nel realizzare il disco. Quindi limiteremo i colori a questi tre colori primari, che sono anche quelli dei pixels, l’unità base di quello che poi aggiungendo diverse luci crea le immagini, che noi vediamo sui nostri schermi.

Verrete in Italia a suonare? Sicuro! Le volte in cui siamo venuti o eravamo band di supporto per qualche gruppo più grosso o non eravamo riusciti a organizzare un vero e proprio tour, perché eravamo ancora un piccola band. Questa volta vogliamo organizzare tutto per bene, spero che ce la faremo entro quest’anno.

Che ricordo avete dei vostri live italiani? Abbiamo suonato solo a Milano al Tunnel, ci abbiamo suonato due o tre volte, una volta a supporto degli Enter Shikari. Eravamo così diversi allora, ma adesso penso che forse abbiamo preso qualcosa anche da loro. Mi piace molto il Tunnel, è molto genuino, mi sembra che sia tenuto in piedi da una comunità di gente che ama la musica rock. In generale ho dei bei ricordi e so che è un po’ un cliché, ma, come tutti, andiamo in fissa sul mangiare e il bere quando veniamo qui da voi: pizza, pasta, vino, caffè!

Preferiti? Mi piace il vino rosso, ma non sono un intenditore, perché bevo più che altro birra, la cosa divertente è che a casa bevo sempre la Moretti, in Scozia piace parecchio. E poi sono ossessionato dal tiramisù, ovunque trovi un ristorante italiano, ovunque nel mondo, devo provare il tiramisù, devo trovare il migliore! A Milano ne mangiai uno incredibile, ma non ricordo dove.

Credito foto: Katy Cummings

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