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Ultimo: «Do la colpa alle favole perché non riesco a darla a me»

Mancano solo due giorni all’uscita di Colpa delle Favole, il nuovo album di Ultimo, il terzo dopo Pianeti e Peter Pan. L’abbiamo incontrato in occasione della consegna di ben due Onstage Awards e il cantautore romano ci ha raccontato un po’ di cose sul disco in uscita venerdì 5 aprile.

«Colpa delle Favole è nato per esigenza, perché volevo chiudere una sorta di trilogia con Pianeti e Peter Pan. In Pianeti raccontavo le cose che non avevo e che volevo conquistare, in Peter Pan racconto le ambizioni che si concretizzano e in Colpa delle Favole vado a dare la colpa alle favole perché non riesco a dare la colpa a me – così Ultimo definisce il disco, quasi catartico – mi piace pensare che questi tre album raccontino qualcosa come settant’anni di vita, perché Pianeti può essere scritto dal ragazzo che vuole conquistare, Peter Pan dall’uomo che vuole cercare di godersi quello che ha conquistato e Colpa delle Favole me lo immagino interpretato da un vecchio di ottant’anni che racconta di aver dato la colpa alle favole per i suoi sogni e le sue illusioni. C’è meno fantasia dei dischi precedenti, è un po’ più terreno. Perché è meglio rincorrere un sogno che vivere un sogno».  Un lavoro, Colpa delle Favole, che tocca spesso un concetto che è quello del ricordo: «Questo sicuramente è l’album più nostalgico, come se fossero passati tanti anni dall’uscita di Pianeti che invece è uscito solo un anno e mezzo fa. È una cosa mia quella di rivedere tanti anni in quest’anno e mezzo perché è stato sicuramente molto intenso, al di là dei traguardi lavorativi, anche a livello personale».

E se nei primi due dischi, Ultimo, ha cantato un di un amore presente, adesso questo amore non c’è più e questo ha avuto delle importanti ripercussioni sui testi che non mancano di farsi notare. A queste va aggiunto un forte senso di inadeguatezza, che Niccolò conferma di provare: «Non mi sento mai all’altezza delle circostanze che vivo e questo prescinde dagli obiettivi che riesco a raggiungere, lavorativi o personali. Non mi sento mai disposto a vincere un confronto, che sia con me stesso o con gli altri. La affronto cercando di essere molto cinico, lo dico anche in Aperitivo Grezzo, nascondo le parti sensibili in certe circostanze, mandando avanti quella più schietta e sincera, anche se in fondo sono pieno di cose complicate e di domande». Proprio a questa schiettezza è riconducibile quanto accaduto a Sanremo: «poi rientra anche il fatto che non è tanto quello che uno dice, ma il contesto in cui lo dice: se dico una cosa e mi ascoltano in 10 milioni è diverso rispetto a quando ad ascoltarmi sono solo in 10. Fa parte di me l’affrontare le cose più di pancia».

Il focus poi si sposta su alcuni brani del disco, su uno in particolare Aperitivo Grezzo, uno stacco deciso con quanto proposto finora, un pezzo rappato su una base reggae: «c’era un momento che stavo in fissa col rap, mi veniva difficile trovare ogni volta una base da pagare e allora ne ho presa una su youtube. Aperitivo Grezzo nasce dalla voglia di provare a scrivere un pezzo come facevo allora, così ho scritto instrumental reggae su YouTube e poi l’ho rifatta al pianoforte. Una canzone diversa, soprattutto nella chiave live che sto per riaffrontare, è un po’ un defibrillatore per concerto». E a chi gli fa notare una frecciatina nel testo È pieno di artisti che scrivono dischi, si sentono artisti, ma sono affaristi, Ultimo risponde: «secondo me ci sono alcuni artisti che ho conosciuto che sono più predisposti per il lato social, anche se poi nelle canzoni uno esagera e cerca poi di provocare, sono cose che non direi al di fuori di una canzone».

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Al disco, però, non seguirà l’ormai consueto tour di instore che gli artisti intraprendono per promuoverlo, ma anche su questo Niccolò dimostra di avere le idee molto chiare, anche quando gli facciamo notare che sui social i suoi fan li chiedono a gran voce: «ho scelto di non fare gli instore, anche se è una scelta molto atipica. So benissimo che è una cosa che va contro le vendite, alcuni fanno più instore a settimana per avere subito delle certificazioni e sono consapevole che facendoli venderei il triplo dei dischi. Io però so che se anziché il disco la gente dovesse comprare una lattina per fare la foto, lo farebbe comunque, perché vuole fare la foto e non vuole il disco. È un meccanismo antimusicale. Se incontro le persone per strada sono felicissimo di parlare con loro, anche perché sono loro che vengono ai concerti. Quello che forse non passa è che fare gli instore a me porterebbe solo guadagni, in termini economici e di certificazioni. Io per questo stimo gente come Cremonini, che non li fa, per non parlare di Vasco che non può proprio farli. Se poi io facessi l’instore sarebbe anche fattibile, non avrei le stesse questioni di Vasco, che non li fa proprio per questioni di ordine pubblico (ride, ndr). La mia fortuna è quella di lavorare con una casa discografica indipendente (Honiro, ndr), nella quale c’è grande disponibilità al dialogo e ho la fortuna di poter dire no, io questo nun lo vojo fa’, so’ malato e nun lo vojo fa’».

Ed è proprio la parola malato che apre la strada ad un approfondimento relativo ad Ipocondria, un altro dei brani del disco, candidato ad essere uno dei tormentoni di Colpa delle Favole, parola nostra. Del brano ci ha stupito, in particolar modo, l’apparente contrasto tra titolo e contenuto, decisamente più allegro: «è una cosa che mi piace fare, l’ho fatto anche con Canzone Stupida, dove uso una melodia molto cazzona per parlare di un problema. La canzone si chiama Ipocondria, ma non parlo di ipocondria. Canto tu mi piaci perché curi questa bastarda ipocondria, poi il pezzo parla di tutt’altro. Poi la canzone è stata fatta pure per smorzare in ottica di un concerto, a me è ovvio che viene molto più facile fare delle ballate, ma poi il disco diventa pesante». Ipocondria che, comunque, lo tormenta da prima di diventare famoso: «prima e dopo il successo non è mai cambiata né la quantità di paure né la quantità di medici a cui scrivo. Io ho l’ansia perché sono sempre stanco, se sto a casa mi metto a letto, ma se sto in tour o me passa o me passa e infatti mi porto un medico (ride, ndr)».

Interesse, quello nei confronti della musica di Ultimo, che non è stato minimamente scalfito da quanto accaduto a Sanremo. La settimana successiva, infatti, entrambi i suoi album si trovavano nella top10 dei dischi più venduti: «è stato bellissimo, spero di poterne vedere tre in top10, ma già così è un risultato fantastico. Ad avvalorarlo, il fatto che di questi tempi un pezzo sta due settimane primo e poi basta. Pianeti in un anno non è mai stato a quel livello e ci è poi arrivato in un anno e mezzo, mi piace che ci sia arrivato col tempo. Bisogna essere bravi a mantenere più che ad arrivare». Un pubblico sempre in aumento, dunque, non composto esclusivamente da giovani, ed è proprio nei confronti dei più grandi che Ultimo si sente di avere maggiori responsabilità rispetto a quello che racconta nelle sue canzoni: «mi entusiasma sapere che ci sono molti adulti ai concerti, una media di 28 anni. Paradossalmente, sapere di parlare a un sessantenne mi dà più ansia che parlare ad un bambino, perché quando mi rivolgo a persone con una certa maturità so di non avere nulla da insegnarli. Mi piace sapere che anche persone più grandi si riconoscano nei miei pezzi, non serve cambiare musica per cambiare il proprio pubblico».

Ci spostiamo ancora sui brani del disco, che sono in tutto 13, La stazione dei ricordi, che chiude l’album, nella quale si rivolge ad entrambi i genitori: «è una canzone molto quadrata, dico avessi gli occhi di mio padre proverei a ragionare, lui è una persona che ha sempre detto devi fare questo, questo e quest’altro perché la vita è questo, questo e quest’altro; ha sempre avuto un po’ la presunzione di sapere cosa fosse la vita. Ma io no. Per questo dico ma io sono nato con la voglia di strafare e col bisogno di volare, non sono mai stato simile a lui in questo, siamo simili in altre cose. Mia madre invece l’ho delusa in tante cose personali, ma non lo faccio per vittimismo. Ancora oggi mio padre ogni volta che si parla di musica cambia discorso, perché non me la vuole dar vinta, non gli va di parlare dei miei successi, ma all’Olimpico vengono». Ed è parlando dei conti che chiede la vita che Ultimo ci racconta del suo modo di viverla: «faccio quello che mi va di fare, questo riporta molto al discorso dell’ipocondria: la maggior parte degli ipocondriaci fumano, però molti dicono ma come, sei ipocondriaco e fumi? Ma allora non sei ipocondriaco, che è ‘na cazzata. L’ipocondriaco è molto contraddittorio e in quella frase manifesto proprio questa cosa, pagherò un contro fra 10 anni, forse anche domani, però sai che c’è che vince chi si sveglia, vive, muore e spera sempre dentro alle sue mani. Alla fine, me la decido io la vita che voglio vivere, nella vita non esiste un piano B, ho sempre pensato che il piano B è una cazzata».

Dopo aver discusso a lungo di ciò che il successo gli ha tolto, la nostra attenzione si sposta su quello che, invece, gli ha regalato ed è senza esitare un secondo che Ultimo risponde: «i concerti! Quando fai un concerto non te lo so spiegare come ti senti. È di una bellezza…soprattutto se sei uno che magari scriveva le cose e non venivano capite e poi ti trovi a farle davanti a 8.000 persone, in un palazzetto. Come quando ad un concerto canti una canzone sul dolore, non è che il dolore passa, però se tutti vivono lo stesso dolore questo diventa condivisione. Questo vale anche per le piccole cose, per esempio io ho paura del buio, non mi vergogno a dirlo, ma quando so che in casa c’è qualcun altro la paura mi passa».

Gli viene poi chiesto se crede che, alla lunga, ci si possa stufare del suo stile, diventato ormai un marchio di fabbrica: «sì, secondo me molte persone si sono stufate. Se un artista cambia troppo genere non ha una identità, se uno fa sempre la stessa cosa è monotono e pesante. Quindi dov’è la verità? Io sto cercando di trovare un compromesso, anche se poi quello che faccio rende il mio tiro riconoscibile».

Nessuna collaborazione nei dischi, e quella con Fabrizio Moro è una vera e propria eccezione, caratterizzata da un rapporto che non vanta con nessun altro artista. Ci sono però alcune collaborazioni che Ultimo, però, non nega di desiderare con tutto il suo cuore: «il mio sogno irraggiungibile è quello di avere un disco con gli assoli di John Mayer. Sai quelle cose irraggiungibili? Voglio andare nello spazio. Poi direi Vasco Rossi, ma è talmente tanto per me che non me la sento di dirlo. La collaborazione con Fabrizio è un’eccezione, perché so che non si fa problemi a dirmi oh, ma che m’hai mannato? se una cosa non gli piace». E di quell’incontro con Vasco, dopo un concerto, Niccolò ne parla con una sacralità che si riserva solo alle divinità:  «l’ho incontrato dopo il concerto all’Olimpico, manco ci volevo andare, perché capisco come uno si sente a concerto finito, vuole starsene per i fatti suoi. Gli ho stretto la mano senza nemmeno una foto». Vasco Rossi che, non dimentichiamolo, si è più volte fatto endorser del giovane cantautore di San Basilio, anche condividendo una delle nostre Instagram Stories del concerto di Ultimo al Forum di Assago, a novembre, nella quale interpretava al piano Albachiara».

Prima della conclusione di questa chiacchierata, non si può, però, non parlare di un tour che ha registrato il tutto esaurito nel giro di pochi giorni: «il tour sarà molto diverso anche dal punto di vista delle scenografie, abbiamo fatto un lavoro veramente bello, ma ci sarà molta intimità, cercherò di portare le piccole cose in grandi platee. Allo Stadio Olimpico (anche questo, rigorosamente sold out, ndr) bisognerà far ancor di più le cose in modo intimo. Penso a Vasco, quando lui fa Toffee, con le stesse parole e tre accordi, mi fa piangere. Per me fare poco e sentito è la strada da intraprendere».

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Felice Ragona

Foto di Lorenzo Piermattei

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