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Valelapena, Roy Paci: «Vale la pena fare ogni cosa, soprattutto se ci credi»

Venerdì 29 settembre è uscito Valelapena, il nuovo disco di inediti di Roy Paci e Aretuska (Etnagigante/Artist First), anticipato in radio dai singoli Tira e Revolution. È un disco personalissimo Valelapena, che raccoglie le esperienze di vita di Roy Paci, fortemente influenzate da un ricercato mix sonoro, a cui hanno contribuito tantissimi musicisti, da John Lui – chitarrista – a Moreno ‘Emenél’ Turi, che ha scritto Revolution. Nell’album anche Daniele Silvestri, autore di due brani (Tira e No Stop), Deuce Eclisse – ospite in Destino Sudamerica, Ivan Nicolas, Dub FX e Davide Rossi con i suoi archi. L’album è stato prodotto da Dani Castelar.

Ciao Roy, che bel titolo ha questo album! Noto in tutta la tracklist un mix di influenze, ma una coerenza di fondo proprio nell’esprimere il concetto di Valelapena
Sono contento! Non voglio dire che gli altri miei album fossero brutti, forse qualcuno era meno energetico degli altri. Valelapena però ha tantissime differenze rispetto ai miei precedenti lavori e la coerenza di fondo del concetto ‘Valelapena’ l’ho proprio cercata. Volevo snocciolare questo argomento, perché ne è valsa la pena, lo dico in ogni brano. Per farti un esempio, il senso di Augusta è proprio che è valsa la pena lavorare come un mulo per mio padre, per poter essere ciò che sono. Ora sono felice di aver lavorato la terra e di aver fatto il contadino. Bisogna mettersi dall’altra parte della corda del tiro alla fune, come descrive benissimo Daniele Silvestri in Tira, e capire cosa si prova a stare dalla parte opposta. Forse proprio in quello sforzo troviamo la chiave della nostra esistenza e possiamo accrescere la nostra saggezza.

Valelapena è anche un brano che dà il titolo all’album, una sorta di manifesto…
Sì, non avevo ancora dato il titolo all’album quando è venuto fuori quel pezzo. Da quella prima strofa, però, ho capito che il sapore dell’album era quello: avevo ancora voglia di dire qualcosa. Sinceramente, secondo me in Italia non c’è una roba che mi somiglia: per cui voglio continuare questa strada – a volte impervia – delle cose meno orecchiabili. Non me ne frega niente. Roy Paci non si abbatte, io sono un musicista e suono veramente. Basta questo. Posso suonare per altri o aver voglia di dire qualcosa: di sicuro non sono interessato ad essere la copia brutta di me stesso.

Come ti è venuta quindi l’idea di realizzare questo disco?
Iniziando a lavorare con i ragazzi, abbiamo capito che avevamo qualcosa da dire, da tirare fuori. Ci sono cose belle e molto pregevoli in questo album, soprattutto considerando il tempo in cui lo abbiamo realizzato. Il lavoro è stato molto intenso.

A un certo punto, però, questo lavoro ha subito una battuta d’arresto se non sbaglio.
Lo scorso anno è stato il più brutto della mia esistenza. Ho rischiato pesantemente anche la mia stessa vita. Ho avuto un break-down psicotico, come hanno diagnosticato i miei amici analisti. Purtroppo, per una serie di coincidenze familiari, è andata così. Quando ho ripreso in mano il lavoro, ho capito quanto valesse la pena continuarlo. Nonostante tutto, volevo portarlo avanti e non volevo creare il caso di Roy Paci con la ‘famiglia nella merda’ o di ‘Roy Paci che ha provato a suicidarsi’. Volevo solamente comunicare la mia voglia di amarmi e dedicarmi a me stesso, visto che ho sempre dato, sia pubblicamente che privatamente. Diventa difficile a volte, quando ti ritrovi solo, chiedere aiuto alla gente. Non capivo cosa stesse accadendo intorno a me. È quando raschi il fondo, però, che risali. Perché più a fondo di così non si può andare. Devi salire per forza.

È un atteggiamento molto positivo, nonostante tutto.
Vedo il bicchiere sempre mezzo pieno, e di bicchieri ne vedo tanti (ride, ndr). Mi sono detto: “Continuiamo e portiamo a termine questo progetto”. Io vivo di musica, non per motivi economici, ma perché non riesco a fare a meno di pensare costantemente a suonare. Vale la pena fare ogni cosa, soprattutto se si crede a ciò che si sta facendo.

In questo senso, Valelapena assume una nuova accezione. Hai esorcizzato, attraverso questo lavoro, alcuni tuoi demoni?
Assolutamente. Mi sono persino stupito della mia stessa voce. Non avevo idea di cosa significasse usare un registro medio-grave. Quando mi sono messo in discussione scegliendo un produttore che con me c’entrava poco o nulla – parlo di Dani, che ha prodotto tutta la discografia di Paolo Nutini – ho scoperto cose nuove su di me. Lui ha avuto tantissima pazienza, perché per i miei problemi ho interrotto anche le sue ‘gite’ in quel di Lecce. Sin dai primi momenti, mi ha detto di provare a cantare anche un po’ più basso. Mi son detto “Proviamoci”. Ho apprezzato tantissimo. Soprattutto se riascolto, ad esempio, la mia storia in Augusta. L’ho narrata come facevano i grandi cantastorie della mia terra. Ho voluto rifarmi proprio al cuntu, il rap più antico della storia di cui sono rimasti pochi depositari. Ho voluto plasmare la mia voce a una determinata ritmica e mi sono divertito a scoprire cose nuove. Fino a pochi anni fa, non mi piacevo molto come cantante. Mi sentivo in barricata, urlavo come forma di protesta contro il mondo. Ora questa rivoluzione è diversa, e parte soprattutto da dentro. L’atto più rivoluzionario di tutti, in fondo, è l’amore.

In che senso?
L’amore è, in questo momento, l’atto rivoluzionario che più mi rappresenta. E non è un amore vago, ma quello con la A maiuscola. Non mi incazzo, provo a cercare il bello anche dietro il nemico, dietro un hater o una qualsiasi stronzaggine che mi capita nella vita. Ne ho quasi bisogno.

Però il tuo animo rivoluzionario è tutt’altro che sopito.
Ti riferisci a Ipocrita? È dedicata a una persona in particolare, ma non rivelerò mai la sua identità (ride, ndr). È un testo forte. Ti dirò di più: anche se la gente non crede a queste cose e penserà che sono pazzo, questo pezzo non l’ho scritto io. Cioè, l’ho scritto io ma non l’ho scritto io. Mi è uscito alle 2 di notte, cosa che non mi è mai successa. Io lavoro in studio come un impiegato, dalle 8 di mattina in poi. L’unica volta che sono andato in studio di notte è stato in questa occasione, perché Primo mi stava dettando un testo. Primo è un fratello che ho perso, il leader dei CorVeleno morto l’anno scorso. È stato lui a dettarmi queste parole, io non ho fatto nulla. Non ho neanche mai scritto un pezzo così pesante. Ero molto incazzato, forse ho fatto un sogno allucinogeno sulla persona a cui è dedicata questa canzone. Gli ho dato tutto, e non si meritava nulla.

C’è tanto di te quindi in questo album…
C’è profondità in ogni cosa che ho scritto e che ho suonato. Una profondità data dal tempo. È un disco senza tempo, perché non avevo premura di dover fare un certo tipo di lavoro o di consegnare alle major. Sono indipendente anche stavolta. Anzi, con Lettera Gigante ci portiamo dietro questa bella e complicata realtà. Rimaniamo indipendenti e questo album è venuto fuori perché avevo voglia di dire delle cose, l’ho condiviso solo, all’inizio, con amici e colleghi. Se va male, continuo a fare le mie 250 date all’anno. Pensa che l’anno scorso ho voluto fermarmi a gennaio, fermare proprio i live, e mi sono capitate una serie di sfighe allucinanti. Un anno tremendo. Però ognuno dei musicisti con cui lavoro si è dedicato a sé ed è poi tornato con stimoli nuovi. Non a caso, è un disco pieno di influenze e di ospiti.

Ospiti che sono prima di tutto tuoi amici…
Sì, sono tante cose che ho fatto con tanti amici e che ho portato poi nel mio mondo. C’è, ad esempio, il groove di Valelapena che è un groove difficilissimo, non l’ho fatto per ballare. Ricordo che sono venuti a trovarmi in studio un po’ di colleghi che stimo tantissimo, tra cui Manuel Agnelli. Mi hanno detto: “Ma che è sta roba?”. Ho risposto che era un mantra, che mi ero immaginato una grande marcia nel deserto con bandiere bianche, con questi fiati indiani di tanti gruppi del mondo. Vorrei fare non un videoclip, ma un film, tipo Mad Max. Ho un immaginario anche molto cinematografico in questo album, cosa che non mi è mai capitata. Di solito, penso al tour. Stavolta non me ne è fregato niente.

Possiamo dire, però, che senza palco non sai stare…
Il palco è suddiviso in vari settori, come la mia casa. C’è il salone, la cucina, il salotto… e ognuno ha il suo spazio. La casa è il palcoscenico. Dopo 35 anni di musica suonata – non conto i funerali, le feste di paese, ma il mio primo concerto a 13 anni con la banda – sono quasi 5000 concerti. Li hanno contati. Giuro. Sono circa 4860. Sul palco manca solo l’abat-jour. Ognuno dei miei ragazzi ha la sua stanza, se l’è arredata. Ognuno di loro mi ha dato e continua a darmi tantissimo. Mi hanno saputo insegnare tanto. Uno su tutti, Manu Chao.

Cosa hai imparato da lui?
Musicalmente gli ho dato tanto, ma in termini puramente strategici, di movimento sul palco, mi ha insegnato lui tantissimo.

Per questo album ti stai immaginando un live diverso?
Sì, forse stavolta introdurrò elementi scenografici. Se ce ne sono troppi, di solito, io perdo di vista il progetto. Ripeto: ho visto di tutto, per cui non mi stupiscono gli effetti speciali. Uno degli ultimi concerti rock a cui ho assistito è stato quello dei Tambour du Burundi. So che gli amanti del rock diranno che non c’entrano nulla, ma questi con i tamburi che suonavano hanno fatto il concerto più rock di tutta la mia vita. Per cui, va bene tutto, ma non voglio assolutamente che qualcuno dica che un elemento della mia band non suona bene. La band deve spaccare sul palco, qualunque cosa tu faccia. Userò qualche effetto, ma solo perché voglio. Ho in mente elementi riciclati. Tra l’altro in Puglia c’è tanta gente che lavora in questa direzione, con la plastica delle bottiglie, e sto cercando di capire cosa riesco a realizzare. Da un punto di vista sonoro, ci sarà un po’ di elettronica in più, opportunamente dosata.

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