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Vinicio Capossela: «Bestie e natura per creare immagini universali»

Si intitola Ballate per Uomini e Bestie il nuovo album di Vinicio Capossela, uscito il 17 maggio (per La Cùpa/Warner Music) e pensato dallo stesso cantautore come un «cantico per tutte le creature, per la molteplicità, per la frattura tra le specie e tra uomo e natura». Un progetto che scava nel passato per riflettere sull’attualità, attraverso quattordici tracce che esplorano «la scomparsa dei vincoli sociali e della legge, non solo quella dello Stato ma anche quella intima».

«Ho riletto le novelle di Boccaccio e la riflessione è stata che la peste nera fu l’acceleratore di una crisi già in atto. – spiega Vinicio in conferenza – In queste situazioni, però, si cerca sempre un capro espiatorio e la contemporaneità ne offre molti. E poi abbiamo la propaganda virale, il vittimismo… sono tutte cose che c’entrano con questo disco. E gli animali cosa c’entrano? Entrano nel mondo dell’uomo in forma antropomorfa. La pluralità di uomini e bestie mi ha permesso di avere più messi a disposizione per comunicare».

La tracklist, del resto, nasconde immagini e suggestioni, che il cantautore ha provato a spiegare nel dettaglio. A partire da Uro, la traccia che apre l’album, dedicata a «un animale scomparso». «L’uomo compie il suo primo gesto inutile – commenta Capossela – e disegna grandi animali sui muri. Disegna anche se stesso, mascherato da animale. Ognuno di noi, in fondo, è vecchio di migliaia di anni».

Il singolo che ha anticipato il progetto – Il Povero Cristo – non ha bisogno di molte spiegazioni. «Il Cristo veramente si fa uomo – spiega Vinicio – perché i Poveri Cristi sono quelli che ci passano accanto ogni giorno e che non vediamo. La croce più grande che ci portiamo è che bisogna invecchiare e morire». Il video del brano, tra l’altro, è stato girato a Riace, un luogo in cui «si è provato a mettere in atto la buona novella dell’Ama il prossimo tuo come te stesso».

La Peste è una riflessione sulla viralità, con una dedica a Tiziana Cantone. «La rete non è peste, ma un veicolo di comunicazione su cui non c’è una normativa. – spiega Vinicio – Vale un po’ tutto, anche i materiali osceni, quelli non destinati a essere messi in scena. Per me è un brano nuovo perché c’è un po’ di tecnologia, ma ci sono anche strumenti antichi. Non ho la voce per diventare un cantante neomelodico, per cui provo a diventare neomedievale e stare al passo con i tempi».

Se Danza Macabra è un «testo politico che esplora l’uso della paura come strumentale al potere», Il Testamento del Porco, per Capossela, è un «un pezzo bandiera, perché il maiale ha sempre pagato la sua eccessiva vicinanza all’uomo. Lo considero un testamento che mette in luce il tema del sacrificio, ispirato a L’eccellenza e il trionfo del porco di Giulio Cesare Croce».

«Da un sacrificio all’altro, la tracklist continua con Ballata del carcere di Reading», ispirata a un componimento poetico di Oscar Wilde, «conseguente alla caduta quasi cristologica» dello scrittore che «invece di togliersi la vita, va oltre il dolore e arriva alla compassione». Per Vinicio, la compassione altro non è che l’arte «di percepire il dolore degli altri come momento di uguaglianza e, in questo brano, c’è una critica alla pena di morte e al carcere come strumento di repressione». Nella canzone spiccano gli archi di Teho Teardo, in un’atmosfera che «coniuga tecnologia e arcaicità».

La settima traccia è Nuove Tentazioni di Sant’Antonio, un riferimento alla festa di inizio anno dedicata a Sant’Antonio Abbate, il patrono degli animali. «Le tentazioni sono soggetti pittorici noti – spiega Vinicio – e mi sono chiesto in che modo ora come ora il male tenti l’uomo. Il brano è un pezzo punk, realizzato da Massimo Zamboni e altri musicisti».

La Belle Dame Sans Merci è, secondo Capossela, un «pezzo preraffaelita tratto da un poesia di Keats. Una ballata per una donna senza pietà. Un incantesimo della bellezza. I preraffaeliti, alla fine, mi sono simpatici perché vivevano all’inizio della società industriale».

Perfetta Letizia continua il viaggio nel mondo della letteratura del cantautore, rifacendosi all’originale di Francesco D’Assisi (ne I Fioretti). «Ho preso il testo – commenta Capossela – e trovavo paradossale il modo in cui San Francesco consiglia di trovare la letizia. Non siamo davvero noi i responsabili della nostra felicità, ma possiamo solo gloriarci di sopportare le pene con letizia. E questa è la vera rivoluzione. In una società capitalista, è un sovvertimento». Gli ultimi cinque brani dell’album partono con la «fine del ciclo dell’utile» de I Musicanti di Brema, una compagnia di animali che trova uno scopo altro e che riesce «a cavarsela perché l’unione fa la forza. Daniele Sepe qui ha dato vita a un arrangiamento baldanzoso».

Loup Garou è invece un «pezzo politico, ispirato alla licantropia e alla storia di un uomo del ‘600, convinto di essere licantropo. Alla fine, fu scuoiato perché la comunità si accertasse di quello che stava raccontando. La corsa verso la liberazione, forse, è impossibile».

Anche La Giraffa di Imola prende spunto da un vero episodio di cronaca. «Ho visto tante foto di questo animale meraviglioso. Era ovunque e sempre fuori posto. – racconta Vinicio – La giraffa non è sopravvissuta a questa corsa, ma la sua bellezza ha messo in luce la miseria circostante».

Di città in città (e porta l’Orso) è un «brano orchestrale sull’orso, il primo vero re della foresta poi decaduto. L’orso è un animale troppo vizioso per essere re della foresta, per cui alla fine viene ammaestrato e diventa un buffone». In chiusura, La Lumaca, brano che Capossela ammette essere stato ispirato da un vecchio consiglio di Vincenzo Mollica, che gli disse di non dimenticare il mollusco nel suo bestiario. «La Lumaca è il brano che chiude il viaggio. – spiega Capossela alla stampa – Rappresenta l’humilitas, perché solo nel farsi piccoli si accede al grande ed è possibile lasciare una scia del cammino fatto con i propri mezzi».

Tra bestie, strumenti medievali e riferimenti letterari, il viaggio di Vinicio Capossela appare – come dichiara lo stesso cantautore – «il ritratto del campo astratto del bestiario». Ma non trovateci riferimenti agli album precedenti. «Qui c’è un lavoro musicale diverso rispetto a La Cùpa, dove mancava un brano orchestrale. – spiega infatti Capossela – Non sono credente, ma trovo che il sacro sia importante come punto d’accesso alla natura. In questo senso, questo è un disco religioso. Il peccato è ciò che porta alla separazione. Io attingo solo da soggetti della natura per creare immagini potenti e universali»

Grazia Cicciotti

Foto di Marco Zanella

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