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White Lies: «È il momento di iniziare a goderci il successo»

A pochi mesi dalla data di settembre all’Home Festival di Treviso, i White Lies sono pronti a tornare nella Penisola con la data unica dell’11 marzo a Bologna, che inizialmente programmata all’Estragon, è stata spostata per le tante richieste nel più capiente Palestragon.

Di nuovo la band di Ealing, Londra, porta il quinto disco in carriera, Five, uscito il 1 febbraio e immediatamente battezzato come il più solido, fresco e interessante sfornato dal trio indie rock sin dai tempi di To Lose My Life…, che per la cronaca quest’anno compie dieci anni.

Un anniversario da festeggiare insieme ai fan, già a partire da questa serie di date europee, alle quali, come ci ha raccontato il co-fondatore e batterista del gruppo Jack Lawrence-Brown, che abbiamo intervistato poco prima della data di Stoccolma, i White Lies arrivano con un carico inedito di consapevolezza e la voglia di guardare avanti.

Come sta andando il tour?
Per molti aspetti è tutto oltre le nostre aspettative, sai, all’inizio di un tour non si è mai certi di come andranno le cose, se la gente verrà a sentirti, ma un sacco di date sono sold out, i numeri ci dicono bene, quindi siamo davvero soddisfatti.

L’11 marzo sarete a Bologna. Che rapporto avete con l’Italia e con i vostri fan italiani?
Ci piace un sacco venire a suonare in Italia, ci siamo stati molte volte negli ultimi dieci anni e abbiamo suonato in posti molto diversi. Lo scorso settembre abbiamo avuto uno show grandioso a Treviso, all’Home Festival, e siamo venuti via di lì pensando a quanto fosse stato incredibile e che saremmo dovuti tornare assolutamente per fare altri live. Quindi sono sicuro che a Bologna ci sarà da divertirsi.

Tornate con Five, il primo disco prodotto da voi.
Pensandoci la chiamerei più una collaborazione, perché abbiamo avuto l’aiuto di molta gente che aveva già lavorato con noi, come Ed Buller, che ha prodotto il nostro primo e secondo disco. Verso maggio dell’anno scorso, siamo andati due settimane da lui a Los Angeles ed è stata la prima volta che siamo usciti per lavorare alle canzoni. Gli abbiamo fatto sentire tutto quello che avevamo, le canzoni che dovevano essere cambiate, quelle che erano pronte, quelle che avevano bisogno di essere lavorate e, cercare di fare le cose in questo modo, è stata un’esperienza molto formativa. Poi siamo tornati a Londra a registrare in studio per un mese e nel complesso credo che lavorare così ci abbia dato molta più responsabilità, una cosa che volevamo a questo punto della nostra carriera.

Questo disco porta un rinnovamento nel vostro sound, in che territori vi siete spinti?
Friends era più una sorta di disco pop, eravamo entrati in studio con l’idea di fare canzoni ballabili e con un po’ più di elettronica, mentre questa volta volevamo riportare buona parte del focus sulle chitarre. Questo, però, era forse l’unico obiettivo palese che avevamo, realizzare un disco con canzoni di diverse, alcune delle quali guidate dai synth, altre dalle chitarre. Alla fine, le canzoni di questo disco sono sia le più pesanti che abbiamo mai registrato, che le più pop, prendi un pezzo come Tokyo. La sfida è stata trovare un equilibrio rispetto a ciò che volevamo ottenere, visto che questo è stato il primo album che abbiamo iniziato senza avere una visione globale di come volevamo che suonasse. L’approccio è stato: prendiamo le canzoni che abbiamo e vediamo come suonano, se una canzone suona come se volesse essere pop, come Tokyo, allora che sia una pop song; se suona prog-rock, come Kick Me, allora lasciamo che sia così. Ci siamo lasciati trasportare da quello che succedeva in studio e il risultato è un disco vario a livello stilistico e, alla fine, è la cosa che mi piace di più.

Cosa lo rende unitario, vostro?
Di base possiamo suonare in vari stili, ma finché c’è la voce di Harry (McVeigh, ndr), ci sarà sempre il marchio White Lies. E poi ci abbiamo lavorato con molta gente con cui, in un modo o nell’altro, avevamo già collaborato prima, quindi tutti sapevano come vogliamo che suoni un disco dei White Lies. È stata una bella esperienza, a volte in studio ti puoi trovare stressato da opinioni diverse, ma questa volta è stato diverso, perché ci siamo entrati con una buona disposizione mentale e, alla fine, abbiamo fatto esattamente il disco che volevamo. Il tempo dirà il resto, ma di sicuro siamo usciti dalle sessioni di registrazione convinti di aver fatto il nostro miglior disco dall’epoca di To Lose My Life….

Che quest’anno compie dieci anni. Quanto è cambiato il vostro approccio da allora?
Non ricordo esattamente in che forma mentis eravamo all’epoca, forse avevamo semplicemente paura, non sapevamo cosa stavamo facendo, eravamo molto giovani e quando ci hanno detto che la settimana dopo avremmo registrato un album abbiamo pensato solamente: “Oh merda!”. Non avevamo idea di cosa sarebbe venuto fuori. Oggi abbiamo un controllo decisamente diverso di ciò che facciamo, forse non consideriamo così tanto se quello che stiamo facendo sarà considerato tipicamente White Lies o meno, ma di sicuro cerchiamo di mantenere una gamma di emozioni e i testi di Charles sono sempre piuttosto vari, alcuni sono storie, altri sono esperienze personali e altri completamente di fantasia, come è sempre stato.

Ascoltando il disco sembra che oggi vi sentiate anche molto più liberi.
Si, assolutamente. Questo disco è frutto di un lavoro più indipendente, ma è stato solo negli ultimi due o tre anni, che abbiamo sentito che eravamo pronti per farlo. Credo che per i primi cinque o sei anni della nostra carriera ci siamo sentiti come se avessimo vinto una competizione, ci sentivamo così fortunati per quello che stavamo facendo, ma non avevamo tutta questa auto-consapevolezza, facevamo quello che ci veniva naturale, nei dischi e nei concerti, cercando sempre di migliorarci, ma non credevamo fino in fondo che il nostro posto fosse tra le band di successo. Negli ultimi cinque anni, da quando abbiamo preso molta più iniziativa e molta più responsabilità, ci sentiamo molto più orgogliosi di tutto quello che abbiamo realizzato. Questo, poi, è un buon anno per uscire con un nuovo disco e guardare indietro a questi dieci anni, a tutte le cose che abbiamo fatto e questo tour, finora, è stata una meravigliosa esperienza sotto questo profilo. Abbiamo girato tutta Europa, in alcuni posti, come in Olanda, stiamo ancora crescendo e a noi sembra folle, perché pensavamo che a questo punto molti fan si sarebbero potuti intiepidire, invece le cose stanno andando ancora nella giusta direzione e noi abbiamo ancora molto potenziale, quindi ora sentiamo di essere nel posto giusto, quello dove dobbiamo cercare di rimanere il più a lungo possibile e che forse dovremmo guardare ai prossimi cinque, dieci anni, invece che al prossimo o ai prossimi due, come abbiamo sempre fatto.

E guardando avanti cosa vedi?
Bella domanda, non lo so! No, abbiamo cambiato idea rispetto a cosa significhi “essere di successo” e credo che per noi ora significhi suonare live in tutto il mondo. Andare in Messico, negli USA o in Sud America e fare dei bei concerti per la gente che ama la nostra musica è molto più esaltante per me oggi, di quanto non lo sia vendere centomila dischi. Continuare ad allargare i confini e mantenere interessante quello che facciamo per i nostri fan, ma anche per noi, continuando a spingere a livello creativo sia negli album, che nei live. Se tra dieci anni sarò ancora qui a parlare con te del ventesimo anniversario di To Lose My Life…, sarò felicissimo, tre anni fa ti avrei detto no way, ma a questo punto non mi sembra impossibile e, forse, è ora che iniziamo a goderci le cose e a pensare un po’ più a lungo termine.

Sul versante dei live, invece, come vi siete evoluti in tutti questi anni?
Abbiamo cercato di non ripeterci mai, perché chi ci segue potesse sempre trovare degli elementi differenti nei nostri show, una sfida per noi e per loro in un certo senso. In questo tour abbiamo una produzione e un impianto scenografico molto equilibrati, ma sai qual è la cosa che è veramente cambiata nel corso degli anni, specialmente negli ultimi tre? Quando salgo sul palco non sono più terrorizzato, come in tutti gli show che facevo in passato. Ora mi sento molto sicuro di quello che facciamo ed è una sensazione bellissima, sapere che sei nelle condizioni di offrire alla gente il miglior concerto possibile e di goderti anche la situazione. E poi è un buon momento per noi, con cinque album possiamo creare una scaletta con le canzoni che i nostri fan vogliono sentire, ma anche con le canzoni che noi vogliamo suonare.

Essendo il decimo anniversario del vostro disco d’esordio, ma con un disco nuovo appena uscito, come avete disegnato la scaletta di questo tour?
Sicuramente Five è il focus del tour, ma il set è lungo, il più lungo che abbiamo fatto, quindi abbiamo tempo di suonare canzoni da tutti gli album. Abbiamo inserito quattro o cinque canzoni da To Lose My Life… e la ragione per cui non ne suoniamo di più è che vogliamo tenere qualcosa in sospeso, visto che stiamo discutendo la possibilità di portare quel disco on the road e suonarlo tutto nella prima parte del set, per poi suonare le altre canzoni nella seconda. Ci stiamo ragionando e sarebbe bellissimo per noi riuscire a ripartire in tour verso la fine dell’anno con questo progetto, ma al momento non c’è ancora nulla di confermato.

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