Onstage

Wrongonyou: «Milano parla piano, un album sincero»

Il 18 ottobre è uscito Milano parla piano (Carosello Records), il secondo album di Wrongonyou e il suo primo in italiano. Il cantautore si è dunque messo alla prova senza modificare tuttavia il proprio dna sonoro, raccontando un cambiamento che non è solo artistico ma soprattutto di vita. Ecco la nostra intervista.

Ciao Marco, come va? Inizio dalla domanda che penso ti abbiano fatto tutti…
Te la dico io?

Vai!
Come mai il cambio in italiano. Giusto?

Esatto.
Ci ho azzeccato (ride, ndr). No, dai, fammi una domanda precisa così variamo un po’.

Va bene. Ci siamo incontrati un po’ di volte e ricordo che tutti ti chiedevano come mai cantassi in inglese e non italiano.
Ora ho scritto in italiano e tutti mi chiedono perché. Stiamo sempre là.

Però la mia domanda è: che tipo di esigenza ti ha portato a scrivere in italiano e qual è stata, in questo senso, la sfida più grande? 
È stata tutta una sfida in verità. Se ne parlava da un po’ tra addetti ai lavori, amici e altri musicisti. Ogni tanto qualcuno mi chiedeva ‘Perché non provi a scrivere in italiano?’ e nella mia testa ha iniziato a balenare questa idea. Però non sapevo da dove cominciare e il problema grosso era che non volevo rischiare di perdere le mie vocalità. Mi sono reso conto che l’inglese era anche un velo, una sorta di protezione che è venuta a mancare quando ho iniziato a scrivere in italiano, con cui c’è un contatto molto più diretto. Di solito parto dalla melodia e dopo sviluppo il testo, ma qui non ho potuto fare questa trafila. C’è subito il peso della parola e solo dopo arriva la musica, oppure musica e parole arrivano in contemporanea.

Quindi da dove sei partito?
Volevo parlare di cose sensate, che non fossero troppo banali e quotidiane. Avevo voglia però di scrivere in italiano, perché non riesco a fare cose che non voglio. Vale sia nella musica che nella vita: ogni volta che faccio cose che non voglio fare, le faccio male. La premessa, quindi, è che il disco l’ho fatto bene proprio perché mi andava di farlo. Ho scritto la prima canzone con Andrea Bonomo – e pensa che questo brano non fa neanche parte del disco – e da lì mi è partita la voglia di scrivere e cantare in italiano. Quindi è partita anche la penna. È stato un anno importante, alla fine son state prodotte 8 canzoni e mezzo, contando l’Outro. Ne avrò scritte però almeno una trentina. Dopo la prima parte del tour mi metterò ad ascoltarle come si deve e a produrle un po’.

Invece le sonorità contraddistinguono ciò che scrivi e questo album mi sembra molto ricco da questo punto di vista. Ti sei un po’ sbizzarrito. Come hai lavorato al tappeto sonoro per farlo collimare con l’italiano?
Abbiamo lavorato con molti produttori proprio per cercare varie sonorità. Escluso Katoo, che è un mio amico, sono tutte persone a cui mi sono presentato. Volevo sperimentare. Con Antonio Filippelli, ad esempio, ci siamo incentrati su cose alla Bon Iver per mantenere la linea fedele a quanto fatto finora. Fausto Cogliati ha un mondo un po’ più pop e ci siamo contaminati a vicenda. Con Dardust abbiamo cercato un pop 2.0., mentre con Katoo mi sono trovato bene perché veniamo dal mondo metal. Ci siamo ammazzati dalle risate. C’era un bel clima. Ho sperimentato, ma nello stesso tempo ho lasciato anche spazio ai produttori. Ne è venuto fuori una sorta di potpourri in cui non è mancata la comunicazione, ed è stato molto bello. Non voglio esagerare, ma loro si ritrovano a scrivere spesso per artisti che cantano e basta. Io scrivo anche la musica e penso che questo abbia dato vita a un bel confronto. Direi che è stata una bella esperienza anche se un po’ traumatica, perché è sempre un trauma fare un disco. Però ti devo dire che ci son stati molti meno scontri del solito ed è filato tutto abbastanza liscio. Poi ci sono storie su Michael Jackson e Rick Rubin che si so’ presi a pizze, figurati cosa può succedere in ambienti più piccoli…

Se è volato qualche schiaffo e ti senti di dirmelo, sono qua per questo.
No, assolutamente no (ride, ndr).

Ok. Allora torniamo all’album. Il disco racconta un cambiamento, non solo artistico ma di vita. Si intuisce già dal titolo.
Sì, è stato un caso che io abbia iniziato a scrivere in italiano quando mi sono trasferito a Milano. Le due cose sono in un certo senso collegate, ma non per la città, perché a Milano ho scritto molto anche in inglese. Però non ero circondato dai soliti boschi, dal lago e dalle montagne. Ero in città, per cui ho raccontato semplicemente ciò che mi succedeva, parlando del quotidiano. Oppure scrivevo metafore di come mi sentivo in alcuni momenti, come una nave stanca, ad esempio. Succedevano cose che mi rendevano frastornato. C’è stato molto stress, non per la produzione del disco, ma per il movimento che si è accelerato. Con l’italiano c’era molto più interesse e molta più ricerca. A volte tornavo a casa e dicevo ‘Ma mo’ me metto a fa’ il benzinaio’. Poi invece con buon senso e amore per se stessi e per la musica – che prende il sopravvento spesso e volentieri – ancora canto per il momento. Però se apro una pompa di benzina te lo dico.

Grazie, anche perché vorrei essere assunta in quel caso…
Ok. Moriremo subito per le esalazioni di benzina, non siamo abituati. Però se apro, ti chiamo.

Visto che fai ancora il cantante, al primo ascolto di questo album cosa hai pensato?
Penso di aver realizzato un album sincero, in cui la gente si può rispecchiare abbastanza. Sono simpatico, ma anche molto introspettivo e malinconico. Wrongonyou è alla fine il mio alter ego un po’ malinconico, perché sono un malato grave di malinconia. Sono il primo, il paziente zero. L’album inizia positivamente e poi, da Milano parla piano in poi, ha un calo verso la malinconia. Alla fine, però, le giornate e la vita sono così. Quante volte siamo una palla di fuoco e improvvisamente vogliamo cambiare lavoro? Per questo lo reputo un disco sincero. Quando ho finito di ascoltarlo mi son detto ‘Bene, ho fatto un buon lavoro. Speriamo che venga gradito’.

La chiusa in effetti è un po’ malinconica. Parlo di Ora.
Sì, l’ho scritta in tram. Sul 3, per l’esattezza, da Corso San Gottardo a Duomo.

Possiamo dire che sia la canzone più malinconica del disco?
Sì, di brutto. Sono d’accordissimo. Ero in tram da tre minuti e mi è uscito fuori questo pezzo. Sono andato in studio e l’ho registrato così. Buona la prima. Ma non è una canzone autobiografica, mi sono immaginato una litigata, in cui uno dei due cerca a tutti i costi di sistemare la situazione e di portare leggerezza e riappacificazione.

Parliamo un po’ di live invece. Cosa stai preparando?
Siamo ai preparativi. Ci sarà una power trio sul palco. Io chitarra e voce, e poi basso e batteria. Ci saranno delle basi per la prima volta, perché volevo essere fedele al disco. Userò anche altri strumenti, infatti. La mia dimensione preferita resta comunque il live, quando sono sul palco e ho la libertà di cantare è la mia zona di comfort. Sono un animale da palco più che da studio. Per cui cercherò come sempre di portare sul palco la mia musica il più sinceramente e professionalmente possibile. Non ci sarà un LED di 50 metri, però ci sarà un bell’impatto. Di questo son sicuro.

E il palco come sarà?
Non posso dirti nulla, ma solo perché stiamo ancora capendo cosa ci sarà a livello scenico e visivo.

Non ti calerai dal soffitto, quindi, ma ci saranno molte sonorità.
Sì, non sarà un trio crudo alla Nirvana. Sarà meno viscerale, ma comunque diretto.

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