Onstage

Yola: «Ho camminato tra le fiamme e lì ho capito che ero felice»

Si chiama Yola, viene da Bristol ed è la nuova stella del country folk internazionale, in arrivo in Italia il 22 novembre per una sola data da headliner alla Santeria Social Club di Milano e una, il 24 novembre, sempre a Milano, in apertura dello show dei Greta Van Fleet all’Alcatraz. Con il suo disco d’esordio, Walk Through Fire, prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys e registrato nei suoi studios a Nashville, la cantautrice britannica sta portando nel genere una visione libera, nel rispetto della tradizione, e ricca di contaminazioni.

Uscito a tre anni dall’Ep Orphan Offering, il disco, da cui sono stati estratti i singoli Ride Out In The Country, Faraway Look e Love All Night (Work All Day), è la summa di trent’anni di vita, un racconto di sofferenza, accettazione della vulnerabilità e catarsi. Cresciuta in una famiglia povera, che non ha mai incentivato la sua passione per la musica, Yola ha attraversato l’inferno per arrivare dove è ora, vivendo di espedienti e trascorrendo anche svariati periodi senza una fissa dimora, ma non ha mai mollato e prima come cantante dei Phantom Limb, poi come corista di Massive Attack, Chemical Brothers e Iggy Azalea ha scavato la sua strada verso questo disco, che saprà conquistarvi nota dopo nota.

Yola, le sfumature che si sentono nel modo in cui canti e nel tuo sound sono tante da Aretha Franklin, a Joan Baez, Tina Turner, Tracy Chapman, Joni Mitchell, Carol King, da Staple Singers e Mavis Staple, a Dolly Parton, Credence Clearwater Revival, The Band, Crosby, Stills & Nash, per citarne alcune. Con che musica sei cresciuta?
La maggior parte degli artisti che hai menzionato sono stati un riferimento per me crescendo, ma ho sempre avuto dei gusti molto eclettici, oltre ad Aretha, Mavis e Tina, ascoltavo anche Ella (Fitzgerald) e Etta (James). Sono inglese, quindi sono cresciuta attorno al Brit Pop e a gruppi come i Blur e i Pulp, essendo una bambina degli anni ’90, poi, amavo anche D.Lite, Shania (Twain), Beck e avevo anche gusti forse un po’ meno sospettabili, come i Nirvana e KRS One. Come molti dei ragazzini nei ’90, amavo guadare indietro, così mi sono innamorata anche dei Kinks e dei beatle, di Dolly (Parton) e di Roy Orbison, di Otis, dei The O’Jays e dei Parliament. Nel Regno Unito le charts dell’epoca erano varie, quindi hanno creato una generazione di Xennials molto eclettica.

Da quella base, come hai lavorato per trovare la tua voce?
Sono uscita dalla pancia di mia madre con un suono che non mi aspettavo. Così ho proceduto e ho cercato di adattarmi, molti dei miei amici di allora pensavano che quello fosse il modo in cui suonavo, ma mi stavo nascondendo. Allora ho cercato gente che avesse dei gusti musicali simili ai miei e quello è stato il primo passo verso il trovare la mia voce, ma anche il mio primo passo nell’autolimitarmi, non mettendo relazioni che mi sostenessero al fianco di quella priorità. Ho progredito creativamente fino a un punto, ma iniziai a soffocare crescendo. Ora la mia vita è una vera liberazione di energia creativa.

Oggi la sentiamo in Walk Through Fire, un disco che rappresenta una grande crescita dall’EP Orphan Offering e che in qualche modo parla di catarsi, di cambiamento. In che modo hai camminato attraverso il fuoco? A quanto ho letto lo hai fatto letteralmente!
Ero una torcia umana, sono stata in un incendio. Mentre andavo a fuoco mi è venuto in mente che ero più felice di quanto non fossi mai stata e musicalmente più ispirata che mai. Questo mi ha ispirata a iniziare a scrivere le canzoni che poi sarebbero entrate in questo disco e nel prossimo. Senza quell’incendio ci sarebbe voluto molto più tempo per rendermi conto che ero pronta a tornare alla musica dopo uno iato di tre anni.

So che i tuoi inizi non sono stati facili, hai dovuto lottare molto per poterti dedicare alla musica. Rifaresti tutto allo stesso modo?
Onestamente credo che mi sarei potuta risparmiare un po’ del dolore che ho sopportato per arrivare a questo punto e avrei comunque imparato la lezione. Cavolo, parte di questa merda stava portando a casa un messaggio che avevo già ricevuto, ma forse se così fosse stato non avrei incontrato le persone che ho incontrato quest’anno. Non augurerei a nessuno neanche la metà della mia vita passata, ma se guardo dove tutto questo mi ha portata devo dire che lo rifarei di nuovo.  Non credo che avrei potuto pensare di sapere quello che so, ci sono cose che ignori se non le hai vissute, no? Beh, i miei primi trent’anni di vita sono stati uno spettacolo di merda.

Parliamo del disco a cui ti hanno portata, ci hai condensato molte influenze per lo più di ascendenza americana, dal soul, al country, al folk, all’americana, riuscendo ad unire i generi in maniera molto organica. Lo hai registrato a Nashville, ma tu sei di Bristol, che influenza ha avuto tutto questo sul suono del disco?
Credo che gli inglesi abbiano creato da tempo una conversazione attraverso l’Atlantico. Elton John è di Londra e Honky Château è un disco molto rootsy, che attraversa molte delle mie influenze musicali. Joe Cocker, Graham Nash and the Bee Gees pure erano inglesi che attingevano dalla musica americana quanto faccio io stessa. È una vecchia questione, ma nella nuova interpretazione di una ragazza nuova.

Nello specifico, a livello musicale conosciamo Bristol per lo più per il Bristol Sound, il trip-hop. Crescere lì come ha plasmato il tuo gusto per la musica?
Per niente. È bizzarro, il mio gusto è sempre stato molto eclettico, ma il trip hop non ha mai fatto veramente parte di esso più di tanto,almeno fino a tempi recenti, quando ho lavorato con i Massive Attack. Stavo ancora scappando dalla chiamata a fare quello che sto facendo ora, non mi vergogno di ammetterlo. Bristol è un posto meraviglioso dove mettere in piedi un progetto, ma sembrava opporre resistenza al mio tentativo di fare di me qualcosa nel modo in cui volevo farlo. Il patriarcato dominante era un ostacolo che non avrei mai potuto eliminare e il mio rifiuto di piegarmi alla struttura gerarchica vigente ha fatto incazzare un bel po’ di persone. Sembra che essere diversi faccia incazzare un sacco di gente semplicemente per la confusione che crea. Neanche musicalmente è stato facile con la mia voce rootsy, cercavo, qualche volta, di adattarmi, ma in maniera futile. Ero sotto tutti i profili una persona strana. Anche quando trovavo gente con cui avevo più cose in comune musicalmente parlando, sembrava che i miei meriti fossero loro, che i miei gusti fossero stati mutuati dai loro. Una donna nera non poteva in nessun modo apprezzare la musica che apprezzavo io.

Le cose cambiano e sembra che oggi tu abbia trovato la tua dimensione, anche grazie alla produzione di Dan Auerbach, nel cui studio di Nashville hai inciso l’album, com’è stato lavorare con lui e con il team che gli ruota attorno?
Dan e il suo team sono delle leggende! Quando sono tutti dei cazzutissimi numeri uno diventa facile fare quello che vuoi fare. È spaventoso e intimidisce parecchio, non fraintendermi, ma col passare del tempo inizi a crescere nel ruolo di autrice e artista e le canzoni riflettono questa crescita.

So che Dan ti ha notata grazie a una registrazione di un tuo live che gli è arrivata tramite collaboratori comuni. Questo dimostra quanto siano fondamentali i concerti nella carriera di un musicista. Che posto ha occupato e occupa per te come musicista la performance live?
Per me l’attività live e quella in studio sono due cose nettamente separate. L’idea per me è quella di interpretare le canzoni per come le sento quel giorno, quindi le canzoni che canto devono essere qualcosa che sento che è vero per me o ameno qualcosa che ho visto o provato e che quindi posso commentare. Non provo empatia e tanto meno simpatia per le canzoni che non posso offrire live davanti al pubblico, non potrei mentire così spesso e così sfacciatamente. Al contempo il live è uno spazio dove esploro direzioni in cui potrei andare in futuro e a volte interpreto le canzoni in modo un po’ diverso per denotare quella decisione, quell’ispirazione.

Il 22 e il 24 novembre suonerai due live a Milano, uno  supporto dei Greta Van Fleet, cosa possiamo aspettarci?
Quello di cui abbiamo parlato. Sono qui per esplorare la mia connessione alle canzoni quel giorno e attraverso la mia interpretazione. Sono qui per connettermi con la mia band e suonare live. È un processo emozionale.

Dopo il tour europeo andrai negli States, poi Australia e via così, in pratica starai in giro fino a fine aprile 2020, che rutine hai on the road? Sei una di quelle artiste che riesce a scrivere anche in tour? Mi risulta difficile scrivere on the road, devo avere dei giorni liberi per entrare nel giusto spazio mentale. Non ho bisogno di molto tempo, ma trovo difficile condensare le due cose nello stesso momento. Le idee mi vengono quando mi annoio, quindi ho bisogno di annoiarmi un po’, mentre quando sei in tour devi tenerti abbastanza in forma per sentirti bene per la performance. Ci vuole un grande sforzo per realizzare uno show e specialmente per il modo in cui canto io, quando sono in giro ruota tutto attorno alla manutenzione della voce e del corpo.

Cosa ti auguri di portare a “casa” da questo tour?
Niente. Spero di lasciare qualcosa. Mi sto trasferendo a Nashville e devo depurarmi da un sacco di situazioni. Una nuova vita mi attende!

Cinzia Meroni

Foto di Ufficio stampa

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