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Yonaka: “Vogliamo lasciare il segno”

Gli Yonaka hanno le idee molto chiare. Il quartetto britannico, capitanato dalla carismatica Theresa Jarvis, è pronto a conquistare il pubblico internazionale, sconfinando per la prima volta nella loro giovane carriera dalla madrepatria per diffondere ovunque il loro sound, che si snoda dal garage-rock al grunge, senza rinunciare a passaggi heavy, ispirazioni hip-hop e melodie pop. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare la band poco prima della loro prima esibizione italiana, a supporto del tour europeo dei Bring Me the Horizon, un ottimo trampolino di lancio, oltre che “megafono” per il loro nuovo EP, Creature (disponibile dallo scorso 16 novembre).

“Vogliamo che il pubblico balli e sudi con noi, anche se non ci conoscono ancora. Vogliamo lasciare il segno, non capita tutti i giorni di poter suonare su un palco del genere e abbiamo intenzione di calare tutti i nostri assi nella manica”. Che sarebbero, come ha puntualizzato la stampa britannica, una miscela sapiente tra le vibrazioni del pop energico alla No Doubt e i riff incalzanti alla Queens Of The Stone Age. “Per farla breve, siamo ‘dark, heavy and loud’. Il nostro è un genere di musica che non ha etichette, con cui puoi fare headbanging ma al tempo stesso cantare a squarciagola. Il nostro è un approccio fresco e leggero, che rispecchia il nostro carattere”.

I ragazzi non sono di certo schizzinosi quando si parla di ascolti. Nella band c’è chi ascolta Amy Winehouse e Jeff Buckley, chi adora gli AC/DC, e chi non riesce a rimanere indifferente al richiamo dell’hip hop. “Rispetto al passato, il pubblico generale, soprattutto i giovani, sono molto più aperti e ascoltano diversi generi. Questo perché la musica è molto più accessibile di un tempo, basta aprire Spotify per avere una finestra sul mondo”.
Gli Yonaka (che per la cronaca, è un termine giapponese che significa pressappoco “il cuore della notte”), non hanno dalla loro solo la giovane età, ma anche una determinazione davvero invidiabile. “Ci siamo messi in testa di fare musica, consci del fatto che sarebbe stata una strada tortuosa in cui può capitare di inciampare molto spesso, e alcune volte il rischio di non rialzarsi più è molto concreto. Ma la nostra forza è sapere che solo ed esclusivamente questo percorso, e nessun altro, è il nostro destino. Non ci vediamo in nessun altra veste se non quella di band. Siamo stati fortunati ad avere questa opportunità, ora sta a noi giocarcela al meglio”.

Un grande salto quindi quello che il quartetto ha fatto dai dintorni di Brighton, una città che vive di musica e arte da sempre, caratteristica della quale i Nostri si sono cibati avidamente, al pubblico internazionale, ancora ignaro del loro potenziale. “Sicuramente stare a Brighton, una città piena di gente creativa, ha aiutato molto, abbiamo cercato di assorbire le vibrazioni dei musicisti presenti e passati che sono stati lì. Iniziare a viaggiare e a suonare davanti a un audience diversa rispetto alla nostra terra di origine è il modo migliore non solo per farci conoscere, ma anche per veicolare il nostro messaggio, ovvero, Ragazzi, vogliamo semplicemente che vi divertiate con la nostra musica”.

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