Onstage

Zucchero: «Sono malato delle mie radici»

L’8 novembre è uscito in tutto il mondo D.O.C., il nuovo album di Zucchero Forniciari, che torna a tre anni e mezzo di distanza da Black Cat con un progetto composto da 11 brani e 3 bonus track.

«Vivo come tutti i tempi che stanno passando, ma questa volta ho messo un po’ da parte i doppi sensi perché ho pensato non fossero poi così goliardici. – esordisce il cantautore in conferenza stampa – Questo album sembra apparentemente semplice, ma in realtà è complesso». Zucchero, infatti, ha dato vita a un lavoro molto più riflessivo e intimo del solito. Prodotto dallo stesso artista insieme a Don Was e Max Marcolini, l’album non a caso doveva chiamarsi Suspicious Times, in riferimento «ai tempi un po’ sospettosi e un po’ sospesi che stiamo vivendo». «C’è molta apparenza e poca sostanza – spiega il cantautore – ma alla fine ho pensato che fosse un titolo troppo anglofono. Però sì, sono un po’ preoccupato, viviamo in una pentola a ebollizione che spero non scoppi mai. Per fortuna abbiamo politici poco carismatici».

Se i temi del disco sono evidenti, per le sonorità Zucchero ha voluto osare un po’. «Musicalmente avevo intenzione di fare un album che non suonasse come il precedente. – commenta l’artista – Per cui ho fatto un grande ricerca, anche perché la musica ormai cambia velocemente. Ho unito un team di lavoro con giovani che fossero capaci di introdurre nei pezzi un’elettronica calda e poi abbiamo messo insieme le due cose. Abbiamo usato l’elettronica col cuore».

«Sono partito pensando alla mia vita e alla gente che mi circonda – continua poi Zucchero – e rileggendo i testi mi sono accorto che in ogni canzone c’era un accenno di luce, un inizio di redenzione. Per un ateo come me vuol dire mettere in discussione tante cose. Sottolineo il male di questo tempo parlando di fede. Ma la fede non è solo religiosa, basta credere in qualcosa».

Un esempio di tutto questo lavoro è il singolo Freedom, che ha anticipato l’album e che è stato scritto a quattro mani con l’artista britannico Rag’n’bone Man. «Quando ho pensato alla libertà mi sono chiesto se siamo veramente liberi. – commenta il cantante – Penso che sia una finta libertà la nostra, perché siamo controllati continuamente. In Vittime del cool, ad esempio, parlo di come sento circondato da gente che ha un atteggiamento da star e non capisco perché. Forse per emergere? Vorrei vedere la gente nuda, che si manifesta per come è veramente».

Proprio per questo, Zucchero spiega quanto sia salutare vivere lontano dai riflettori nei momenti di pausa tra un tour e l’altro. «Sono malato delle mie radici, più vado avanti e più sono profonde. – chiarisce infatti l’artista – Uso spesso il dialetto nelle canzoni perché è genuino. Se sono stressato penso alla mia infanzia e sono felice». Per questo, il mondo in cui Zucchero avrebbe sognato di vivere è quello della sua natìa Reggio Emilia, dove «c’era un bene al di là della diatriba», ma il Bel Paese – probabilmente – non è che un ricordo lontano.

«Il Bel Paese è stato creato da altri, da quelli prima di noi e ci è rimasto solo quello. – precisa Zucchero con cinismo – Il disastro è la corruzione, sono le coltellate alle spalle, le persone che si parliamo sopra. Lo chiamo Badaboom». Ma gli artisti potrebbero cambiare le cose? «Alcuni messaggi non vengono recepiti in concerto. – risponde il cantautore – Non serve a nulla. Quanto ci siamo operati noi artisti in passato? I Presidenti ci ascoltano, è servito a qualcosa? No».

Eppure, quel famoso «inizio di redenzione» che si avverte in ogni traccia dell’album sembra far ben sperare nel futuro e, nei live, Zucchero non ha di certo intenzione di risparmiarsi. Ad aprile, l’artista parteciperà al Byron Bay Bluesfest in Australia, per poi spostarsi a Glasgow il 6 giugno, per un concerto alla Royal Concert Hall (i concerti nel Regno Unito sono tre). E ancora, il tour europeo e il ritorno all’Arena di Verona («Alcuni posti hanno una magia e una bellezza unici»).

Ovunque, Zucchero sarà promotore della musica nostrana. «All’inizio mi dicevano che se andavo fuori dovevo cantare in inglese – commenta in proposito – ma dopo un po’ mi sono rotto i coglioni. Noi non chiediamo agli stranieri di venire qui e cantare in italiano».

Grazia Cicciotti

Foto di Robert Ascroft

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI