Onstage
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The Better Life dei 3 Doors Down compie 20 anni

Il Millennio è cominciato ben due decadi fa, rimandandoci a quel periodo in cui le classifiche americane influenzavano le nostre. I ragazzini di allora, oltre al pop, avevano una schiera di gruppi rock con le loro canzoni, che irrompevano nelle rotazioni radiofoniche e nei passaggi televisivi dei contenitori musicali (che a quei tempi erano la norma mentre oggi sono un vago ricordo soppiantati dal caos di internet).

20 ANNI FA…
Certo non tutti hanno ben presente i 3 Doors Down ed il loro buonissimo esordio, ma è bene tener presente che dietro ai gruppi più blasonati, che con i loro tormentoni hanno colorato tutta quella schiera di prime esperienze che si fanno nell’età adolescente, ci sono loro. Decine e decine di gruppi alternative rock che hanno raccolto le ceneri del grunge imploso e dilaniato su sè stesso. Così Nickelback, Incubus, Puddle Of Mudd e Staind sono arrivati fin oltre l’oceano alle nostre orecchie, sorretti da una fanteria di gruppi rappresentati appunto da 3 Doors Down, Three Days Grace, Fuel e decine di altri.
Ognuno di loro si è guadagnato il suo posto nelle classifiche e nei cuori dei fan americani, mentre da noi venivano scoperti da quei pochi che avevano voglia di approfondire quel marasma di suoni e di musica derivativa. Si andava al negozietto di dischi di fiducia, si rendeva la vita complicata al titolare che doveva spulciare i cataloghi e farsi arrivare questi album dall’America. Ci volevano settimane, mesi, ma alla fine la nostra scrivania cresceva con le pile di cd colorati, pieni di parole, musica ed emozioni che ci saremmo portati appresso per i decenni successivi.

Il DISCO
L’alternative rock, soprattutto quello di inizio millennio, era parecchio incentrato sulla figura del frontman. Questo perché si avevano ancora negli occhi le immagini degli eroi degli anni ’90, suoni e facce a cui dichiaratamente tutti questi gruppi si ispiravano. Ognuno poi nella moltitudine tentava di emanciparsi in qualche modo, di rendersi particolare, e di entrare nei cuori dei fan per farsi preferire ai tanti altri. Così le voci erano importantissime, quanto le melodie, a discapito della tecnica.
Oggi i gruppi mainstream devono anche dotarsi di una tecnica raffinata, penso agli Alter Bridge o agli Shinedown, o addirittura ai Mastodon e Gojira per i sound più heavy e ‘dotti’. Allora si puntava più sull’essenzialità, strofa ritornello e voce in primo piano. Così venivano ricordati i gruppi alternative e quelli più pesanti che infoltivano la schiera nu metal, con Korn, Deftones e compagnia bella. I 3 Doors Down sono riconoscibili appunto per il timbro di Brad Arnold, non un mostro di tecnica ma un buon cantante (e batterista nei primi tempi della band) e con una firma sonora facilmente riconoscibile.
Altro elemento portante sono le chitarre di Chris Anderson (solista) e Chet Roberts (ritmica) che costruiscono quell’alternanza incrociata di arpeggio/riff tipica del genere. Così nascono pezzi che sono manifesto di quel periodo come Loser e la più granitica Kryptonite, unite agli episodi più heavy come Duck And Run e l’immancabile ballatona dallo stile vagamente Counting Crowes di Be Like That, sonorità delicate e canticchiabili di cui i giovani andavano ghiotti e di cui vestivano le loro incertezze, i loro amori, trionfi e drammi quotidiani.
L’album scorre bene, deciso e convinto della direzione presa ancora con la title track, la sinuosa e oscura Down Poison che rallenta quel tanto da richiamare schemi tanto graditi tra le produzioni post grunge. Con il leggero filler di By My Side, comunque piacevole, la concisa accelerata di Smack e l’arpeggio fiorente della radiofonica So I Need You si chiude un percorso poco tortuoso di un album onesto e sentito che ha creato le fortune e le basi dei successivi venti anni di carriera.

…E OGGI
Eccolo lì, il vostro cd di The Better Life, impolverato e dimenticato nel bel mezzo di una pila di altri oggetti. Magari venato, con gli angoli spuntati, il libretto sgualcito e spiegazzato. Magari qualche canzone salta. Le righe negli anni si sono moltiplicate, anche perché quegli oggetti dovevano essere a disposizione al momento giusto e non si aveva sempre il tempo di maneggiarli con cura. Però sono sempre lì. Li abbiamo fortemente voluti, attesi. Ora le stesse canzoni possiamo ascoltarle in streaming su piattaforme diverse, ma rimane in qualche modo confortante sapere di avere ancora l’oggetto, la reliquia di una giovinezza passata che si è fissata tra le note di quelle canzoni, di quei tempi e strumenti, e che per sempre ci aiuteranno a ricordarla, anche quasi a riviverla con la mente, se si ha abbastanza trasporto e fantasia.
La giovinezza è rimasta lì, vaga e quasi scomparsa come un vecchio profumo tra le cuciture di un vestito dimenticato in fondo all’armadio.

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