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I 60 anni di Michael Stipe

Tante volte usiamo la parola ‘alternativo’ per definire una miriade di cose che ci circondano. Per etichettare una cosa che non andrebbe etichettata proprio perché al di fuori di tutto quello che è catalogabile per definizione, costrutto, distanziandosene con sommo orgoglio. Celebriamo oggi Michael Stipe, colui che di questo paradosso si erge ad icona del nostro tempo. Colui che è sempre stato al di fuori di tutto pur presenziando costantemente, sottotraccia e impetuoso come una sorgente che ribolle nascosta nei meandri della roccia, che con il suo incedere potente e costante, schivo e inesorabile trasforma e modella la superficie. Buon sessantesimo compleanno al cantante dei REM, artista a tutto tondo e portatore dell’alternativa nel nostro modo di fruire la musica, l’arte, e più in generale di vivere il nostro tempo.

Impegno. In tutto quello che fa Stipe ci mette profondità e impegno. Già questo è un insegnamento per le nuove generazioni. Lo è per almeno due di queste, una guida e un modello umano. Di questi tempi l’ex frontman dei REM torna dopo una lunga pausa dalla musica, da quando cioè il suo gruppo madre ha smesso di essere in attività. Proprio oggi esce il nuovo singolo Drive To The Ocean, mentre Your Capricious Soul è stata la prima produzione da solista, canzone disponibile sul sito del cantante, i cui proventi saranno destinati all’associazione Extintion Rebellion, nell’intento appunto di contrastare il rigetto che il mondo sta adoperando nei confronti della razza umana, e combattere chi ha interesse che questo non si fermi incurante delle conseguenze.

Sempre positivo Stipe anche nei momenti di maggior disperazione, sempre sovversivo nel delineare una via diversa e come si diceva, alternativa, alla direzione in cui va il mondo. A gran voce urla che andrebbe tolto Twitter al Presidente Trump. Non lesina bordate a chi decide di meritarselo, conscio del potere che ha ormai la sua voce la cui mancanza ci fa soffrire, e ce ne siamo accorti come non mai quando tornò per tributare la figura di David Bowie (ed il lontano spettro dell’amico Kurt Cobain) con The Man Who Sold The World, presentandosi al programma di Jimmy Fallon con una folta barba che quasi ne decretava l’allontanamento dalla massa, da quella vetrina pop che lui stesso ha contribuito ad innalzare ad arte con i REM con album come Up e Reveal.
Una versione piano e voce di un’intensità commovente, ancora una volta un’esibizione che è arte allo stato puro, travalicando la staccionata che delimita la semplice performance musicale.

Our Interference Time è un libro fotografico con cui ci mostra la sua visione del mondo attraverso una passione, quella dello scatto, che ha sostituito la musica dopo la fine dei REM. E’ sempre stato così per Stipe, fin dagli inizi del percorso musicale nato dall’ammirazione dell’amica Patti Smith: per lui è sempre stato un qualcosa che ha a che fare con le immagini. I mondi dietro gli occhi di Michael Stipe sono quello che viene raccontato dalle parole delle sue canzoni, e probabilmente è proprio per questo che i suoi testi sono così evocativi e criptici.

Sempre un passo avanti e sempre scostato rispetto alla massa, Stipe frantuma senza distruttività. Distrugge per costruire, abbatte catapecchie per innalzare templi, sulle colline altolocate come nei recessi delle periferie urbane. Il suo coming out del 1994 è incastonato in un’era che ancora lo vede come un atto di coraggio che ha ispirato e graffiato il tessuto sociale, come lo è ora posizionarsi apertamente contro il palazzo di potere americano, come lo è la scelta di terminare la carriera di una band che ci ha cresciuto ma che non aveva artisticamente più nulla da dire. Lo è il suo lavoro da fotografo, incentrato sull’utopico intento di unire il mondo digitale a quello analogico, un mondo che a noi manca molto a volte senza nemmeno rendercene conto. E’ proprio dello scrittore canadese Douglas Coupland, lui che lo ha aiutato nell’edizione di Our Interference Time, la frase “I miss my pre-Internet brain”. Lo è stato negli anni ’80 quando già a quei tempi si schierò contro gli abusi a tutti i tipi di minoranze e divenne paladino dell’ambiente (Fall On Me divenne un vero inno ecologista) diventando l’artista indie per eccellenza, quando questo termine significava ancora qualcosa, quando era un termine esclusivo e non inclusivo, elitario e non massificante. Con la campagna Vote For Change del 2004 fa sapere ai potenti del mondo di avere un nemico e di avere una idea chiara di come la sua mente raffigura quello che lo circonda, e che lotterà per fare in modo che la realtà assomigli sempre più ai suoi sogni visuali.

Gli anni ’90 sono quelli delle grandi passioni, tragedie, della forza giovanile. Gli anni del grunge, di cui Stipe come sempre è figura presente ma scostante. C’è, la guarda da lontano annuendo bonario, innamorandosi artisticamente, come milioni di altre anime, della personalità contraddittoria di Kurt Cobain. E’ il padrino di sua figlia, Frances Bean, e fa di tutto per deviare la traiettoria inesorabile e tragica che ha come compimento l’atto che pose fine all’ultima grande rivoluzione musicale conosciuta. Non ci riesce e questa frustrazione accompagnerà il resto della sua vita, una delusione che come per certi miracoli che a volte succedono nell’arte si trasforma in musica. Let Me In è la canzone che racconta questo atto cupo, una traccia presente in Monster (1994) “Avevo in mente di provare a fermarti. Fammi entrare”. In questo verso racconta di come ha provato a coinvolgere Kurt in un progetto per distoglierlo da intenti auto distruttivi, ma invano. L’autista che aveva mandato a prelevarlo non è stato fatto entrare, ha aspettato fuori dalla sua porta per 10 ore. La busta spedita contenente il biglietto aereo che avrebbe portato Cobain da Seattle a Miami, dove Stipe stava registrando musica, è rimasta chiusa e appuntata al muro. Kurt non l’ha fatto entrare.

Gli anni novanta sono anche quelli delle immagini iconiche di una delle canzoni (e relativo video) più conosciute nella storia del rock. La bellissima, strana e poetica Losing My Religion, che per molti versi racchiude l’anima unica e contrastante sia dei REM che di Stipe. Per cominciare, udite udite, non parla di religione. Ma di amore. Il titolo è traducibile con uscire fuori di testa, ossia perdere la pazienza, ma di brutto.
Esplodere, ribellarsi ad uno stato di immobilità frenante verso la ricerca di qualcosa, la felicità. L’amore. Il mandolino che regge il tema principale diventa iconico e perfetto per rendere il carattere retrò e grottesco di un testo cantato da una vocalità registrata con un singolo take, quindi diretta ed espressiva al massimo senza filtri e montaggi. Le immagini del videoclip sono negli anni diventate tutt’uno con la musica, si sono fuse in un’esperienza univoca e totalizzante, anche perché le idee dello stesso Stipe mescolate con quelle del regista Tarsem Singh dipingono un affresco di bellezza e disperazione, una fusione tra il minimalismo visivo votata dal cantante e quella di un’epopea mitologica di un angelo caduto voluta da Singh.

Curioso come per me Stipe e i REM siano stati più significativi negli anni del mainstream, dell’esplosione totalizzante e dei video musicali, della condivisione delle classifiche con Madonna, George Michael, le boyband e tutti gli artisti di fine millennio. La fase in cui hanno avuto più esposizione e un calo significativo di forza espositiva, di rabbia, ma più che altro per il semplice fatto che il mondo intorno era cambiato e in maniera drastica.

Gli anni della mia adolescenza sono coincisi con Up del 1998, con Reveal e Around The Sun. L’apertura al pop, sia come sonorità che come habitat, ha però portato con se la consueta anima alternative di cui abbiamo fin ora parlato. La cosa che ho sempre amato è il modo in cui sono entrati nel pop ad armi pari a livello di universalità dei suoni e della comunicatività, ma con la pretesa di innalzarsi e innalzare, in maniera quindi non sprezzante e superiore, ma da placidi e bonari professori di una gioventù che capivano essere in qualche modo anche più disgraziata di quella falcidiata da suicidi ed eroina degli anni ’90. La gioventù del millennium bug, la mia, quella priva di grandi lotte, priva di appigli per raggiungere le vette dei propri predecessori e dei propri padri. Priva quindi anche di futuro e di parole per raccontare questo terribile vuoto pneumatico.

In una carriera di enormi successi, da Monster ai capolavori Out of Time e Automatic For The People, Stipe e i suoi REM, la sua voce calda e pacificante, mi è arrivata negli anni del liceo, come è giusto che sia. E in questo accompagnamento verso la sofferta consapevolezza di sé tipica dell’età adolescenziale, lo vedrò sempre come si mostra nel video di All The Way To Reno, dove volteggia divertito tra i corridoi e le aule di un liceo di provincia, campo di battaglia dove quotidianamente le anime crescono tra dissidi e contrasti di ogni genere, interni ed esterni, drammi e tragedie da infinitesimali ad enormi in una scala che per ognuno è così diversa e così imprescindibile, fatidica, e perlopiù incomprensibile fuori, incomunicabile. Michael sembra una farfalla che si posa su ogni giovane anima per dirle resisti, la persona che sarai è qui, dietro l’angolo del corridoio, appena oltre la prossima lezione del professore che detesti, che non ti capirà mai. Appena oltre all’amore che non ti corrisponde, al tuo genitore che ha rifiutato da tempo di darti un’identità perché oltre alla sua non riesce a concepirne altre, e tu proprio non vuoi essere identico a lui, vuoi essere tutt’altro.

Michael Stipe per me è quello, colorato nei 20 secondi filmati del video di Imitation Of Life, 20 secondi che vanno in una direzione poi tornano e si ripetono e danno quell’effetto artefatto della società che si preoccupa di mostrarsi dimenticandosi di vivere. Sono la dolcezza di At My Most Beatiful con la bellezza eterea di quella violoncellista che dopo mille peripezie riesce a presentarsi di fronte ai REM per l’audizione, che ovviamente vincerà, per suonare la traccia dello strumento a corda nella canzone. Per me è musica e soprattutto immagini, quelle istantanee che si susseguono nel capolavoro Daysleeper, dando poesia al meccanicismo spasmodico che ci attanaglia in questa era moderna. E’ il suo viso ritratto nell’oblò di un aereo in Leaving New York. Questo indottrinamento alto e rispettoso del pop da parte dei REM si è interrotto nel 2011 e da allora manca tantissimo, e quasi si ha l’impressione che da allora sia tutto un po’ più brutto, che ci manchi una guida, una voce confortante. Qualcuno che ci faccia credere che c’è qualcosa di più grande, che siamo migliori sia come singoli che come comunità.

Michael Stipe invece è ancora tra noi, in noi, e celebra sessant’anni di arte e musica, di note e immagini, di patrocinio gentile ai nostri gusti. Le sue gesta delicate, il suo tenere le mani come appoggiate ad invisibili raggi di luce, ci spinge verso lidi più alti e più belli, con decisione e forza insospettabile nella sua gracilità, ci spinge a lottare contro il prevedibile e il banale che è da sempre arma dei più forti contro i più deboli. Dietro i nostri occhi i suoi tratti delicati e al tempo stesso decisi e marcati stanno lì a dirci hey, ragazzi, rock ‘n roll! Gentili e sofferenti, a scandire con l’arte gli attimi della nostra esistenza, del nostro diventare grandi. Tic, toc..

Cover story – Live 8.

Daniele Corradi

Foto di YouTube Caption

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