Onstage
Foto-concerto-ac-dc-imola-09-luglio-2015

Highway To Hell degli AC/DC usciva 40 anni fa

40 anni fa gli australiani AC/DC donarono un monumento alla musica. Highway To Hell rappresenta più di un album. Non è un episodio della storia del rock, è IL rock. Come pochi altri hanno saputo fare, in un olimpo ristretto e padri di una moltitudine di seguaci, Bon Scott, Angus e Malcom Young, Cliff Williams e Phil Rudd creano la sinergia perfetta fatta di chitarra elettrica, sregolatezza, divertimento, rabbia e sesso, sfrontata noncuranza dell’autorità e delle più basilari regole di sanità mentale e fisica. Insomma, tutti gli ingredienti di un genere raggruppati in un manufatto adatto ad ogni età, tempo e luogo.

40 ANNI FA…
Corrente alternata e corrente continua, AC/DC, è l’etichetta perfetta di un sound che ha fatto dell’autocitazione il suo marchio di fabbrica e la sua forza. Bon Scott, ingaggiato per guidare il bus della band ne diventa anche il frontman, per puro caso. Scott incarnava uno spirito potente, selvaggio, che il gruppo ha poi portato avanti per decenni anche nell’era di Brian Johnson.

Lui era un uomo grezzo, di strada, che viveva di passioni terrene. Semplice e senza fronzoli. Un amatore, fucina di passioni e di energia. Non c’era filtro tra questa attitudine e quello che esprimeva sul palco, tra la sua anima sregolata e il suo timbro vocale. Bisognava solo portare questa arte vissuta in musica, trovare uno stile unico e basilare incarnato nei riff di Angus e in un genere che, se pur imbastito su un hard rock di matrice blues, è una cosa a sé, unica. Un suono talmente riconoscibile che basta una sola nota per presentarlo. Scorrete la banda radio mentre guidate con il finestrino aperto e se da qualche parte passano gli AC/DC vi basterà un accordo, una breve frazione di ritmo della batteria per sapere di essere a casa.

Fino al ’76 gli AC/DC erano famosi nella sola Australia, mentre nei tre anni successivi grazie alla firma con la Atlantic Records i Nostri si fanno conoscere in Europa e Regno Unito, accompagnando in tour Aerosmith, Cheap Trick, Kiss. Hanno già preso vita alcuni pezzi storici della band che avranno un ruolo saldissimo nelle set list dal vivo (Highway è il loro sesto album), canzoni come High Voltage, TNT, It’s a Long Way To The Top, arrivando alla definizione del loro sound con Let There Be Rock del 1977.

Nel 1979 il loro nome cominciava ad essere impresso nei gusti dei rockers di tutta Europa, anche grazie ad un aspetto stilistico semplice ma efficace, soprattutto l’outfit di Angus Young, l’eterno scolaretto che imbraccia la sua diavoletto suonandola scorrazzando per tutto il palco come un elfo impazzito (con il suo celeberrimo ‘duck walk’ preso in prestito da Chuck Berry). I giubbotti di tutto il mondo cominciano a ospitare le toppe con il marchio del gruppo e con Highway To Hell gli AC/DC diventano leggenda ed headliner di eventi giganteschi. Vengono spodestati solo a Wembley dai The Who. La loro stessa attitudine rock, a dimostrazione della sua effettiva sincerità e trasparenza, pone fine a tutto questo nel momento di massimo splendore. A termine del tour nel 1980 Bon Scott muore da intossicazione acuta da alcool. Detto in maniera più usuale al contesto, muore soffocato dal proprio vomito. La fine degli AC/DC è la fine della nostra storia, qui e ora. La loro rinascita, Back In Black e Brian Johnson è un’altra favola del rock da raccontare un altro giorno. Ora è tempo di percorrere l’Autostrada per l’Inferno.

IL DISCO
Abbiamo detto che il sound degli AC/DC è genere a sé, così come Highway To Hell, la canzone che dà il titolo all’album, è storia a parte. In mezzo alla compattezza e coerenza del loro stile, lei è quella che incarna con maggior potenza i valori del gruppo. Ironica, sfrontata, è un inno alla vita votata al rock ‘n roll. Un’esistenza fatta di eccessi, di vizi, maledetta e senza compromessi, dritta come l’autostrada che le ha dato ispirazione, l’U.S. Highway 666 (che ora si chiama U.S. Route 491) che si inerpica nella desolazione che dall’America porta al Nuovo Messico passando per il Colorado e che porta il marchio del diavolo. In altri termini, ‘sono su una brutta china’ va letto più come celebrazione di uno stile di vita che come condanna.

Gli AC/DC coniano un linguaggio comune per tutti i fan del rock. Più raffinato dei precedenti, prodotto con la consapevolezza di rivolgersi ad un pubblico oceanico, Highway To Hell è il perfezionamento di una macchina già perfetta. Mai una concessione alla ballata commerciale, all’elettronica, all’esplorazione di altri generi. Il fan degli AC/DC è glorificato da mezzo secolo attraverso una perseveranza e una fedeltà di intenti esemplare, scolpita nella roccia del tempo.

Eppure tra tutti i dischi della loro discografia, Highway To Hell è tra quelli più eterogenei. Se pur muovendosi in un terreno abituale del rock blues, non risulta mai immobile e ripetitivo, ma sempre dinamico e sgusciante come un serpente nel deserto. Irresistibile Girls Got Rhythm (è nato prima l’headbanging o gli AC/DC?) e con Walk All Over You ci insegnano come una lungo intro può scaldare gli animi fino ad un’esplosione rock ‘n’ roll di consueta velocità ed energia. Touch Too Much, e il blues sale in cattedra a braccetto di una delle migliori performance vocali di Scott. E’ Angus Young che invece spicca maggiormente nell’allucinata Beating Around The Bush, mentre il riff di Shot Down in Flames urla classico ad ogni nota. Su sentieri conosciuti anche Get It Hot (ricorda molto It’s a Long Way To The Top) e If You Want Blood (You’ve Got It) offre una cornice sonora alla loro acquisita dimensione live da stadio e da grandissime platee, perché il loro esercito di fan è in costante e irrefrenabile crescita. Love Hungry Man può considerarsi una delle cose più vicine ad una ballata che potete aspettarvi dal gruppo, con il suo incedere sensibilmente rallentato, una melodia più spiccata e quel pizzico di romanticismo che rimbalza tra una nota e l’altra. Ancora lentezza ma questa volta il blues è citato senza mediazioni in Night Prowler, con il suo carico di sensualità calda e ruvida.

…E OGGI
Gli AC/DC sono uno dei pochi gruppi ad essere passati indenni ad un cambio di cantante. Nessuno li ha mai condannati, come spesso succede, di essere andati avanti dopo la morte di un membro del gruppo. E’ quasi sempre vista come un sacrilegio, un’offesa alla memoria dell’eroe caduto. Ultimamente questo è un tema spesso affrontato, che accomuna il destino avverso di molte band orfane del loro frontman, membro fondatore o semplicemente di un collega, amico, compagno di viaggio di vita e musica.

Per gli AC/DC non esiste una vita prima e dopo Bon Scott. E’ considerato un capitolo del medesimo viaggio, senza perdere nulla della riconoscenza e del valore che quella fase della loro carriera ha avuto. Certo ci sarà sempre chi preferisce la versione con Bon Scott rispetto a quella con Brian Johnson, ma queste non sono mai poste su piani diversi. Il motivo del fenomeno risiede sì nel successo e nella qualità di Johnson e del suo esordio con Back In Black ma anche e soprattutto nella loro genuinità inossidabile. Il fan degli AC/DC non potrà mai lamentarsi di un cambio di rotta indesiderato, di un ammorbidimento del sound o dei temi.

Il gruppo australiano è fedele a se stesso e ai suoi ascoltatori da sempre, fino all’ultimo lavoro di studio Rock Or Bust del 2014. Nel tour più recente Brian è stato sostituito da Axl Rose per un temporaneo problema all’udito e il cantante dei Guns N’ Roses si è dovuto semplicemente sedere al posto di guida di una macchina super rodata e affidabile, una macchina d’epoca ma ancora scintillante e ruggente.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI