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30 anni fa usciva Pump, capolavoro degli Aerosmith

Ma che bello è avere un album chiamato POMPA? Solo gli Aerosmith potevano uscirsene con un titolo così e non fare la figura dai babbi. Siamo nel 1989 ed è per i Nostri una seconda giovinezza, un momento di grazia.

Ma facciamo un passo indietro: gli Aerosmith erano stati tra le più grandi band USA degli anni ’70. Forti di album come Toys in the Attic e Rocks, e scritti classici come Dream On, Sweet Emotion e Walk This Way, erano stati dei dominatori assoluti. Le droghe però avevano fatto a pezzi il gruppo, che aveva praticamente passato la prima metà degli ’80 in un buco nero fatto di cliniche e litigi.

La reunion del 1985 era stata solo promettente, raccogliendo poco, il gioco però si fa serio con l’arrivo del compianto Bruce Fairbairn. Produttore Canadese, fece il botto con Slippery When Wet dei Bon Jovi e diventò il producer di punta dell’hard rock tra gli ’80 e i ’90.
Che bel momento, Gesù. Il grunge doveva ancora arrivare e la fuffa degli anni ’80 era stata spazzata via. L’hard rock andava di brutto…zio caro pure Cher aveva tirato fuori un disco rock, e band come Aerosmith, Guns N’ Roses, Kiss, Motley Crue e AC/DC erano i re del mondo, con tour enormi, video costosissimi e tutto il pacco annesso di riviste, poster, interviste, ospitate in tv, faide…

Scusate la divagazione.

Comunque, Fairbairn aveva già tirato fuori un discone dagli Aerosmith. Permanent Vacation nel 1986 fa iniziare un nuovo corso per la band. L’album suona fresco e leccato, ci sono singoli di successo come Rag Doll e Dude Looks Like a Lady che portano milioni di copie vendute. Qualche fan però inizia a mugugnare: il sound forse è pure troppo pulito e la band inizia a chiamare dei collaboratori esterni per scrivere i pezzi, favorendo ganci melodici e radiofonici a tutti i costi piuttosto che il caro vecchio abrasivo hard rock.

La band ne è consapevole e raddrizza un po’ il tiro: Pump suona comunque come un blockbuster di quegli anni ma c’è un po’ meno leccatura e più cazzutaggine. Si collabora ancora con Jim Vallance e il prezzemolino Desmond Child ma in misura minore, e si passa a toccare anche temi più maturi come l’incesto e la lotta contro la tossicodipendenza.
Tra l’altro il produttore ha l’idea di rendere il disco un’esperienza quasi progressive, convincendo la band ad inserire intermezzi che permettono all’album di essere un’unità fluida e continua, senza interruzioni. E’ un disco quindi più maturo, che cerca di mantenere riconoscibili il sound del nuovo corso degli Aerosmith cercando pure qualche nuova soluzione. E non è un caso che siano proprio su questo album i due singoli di punta più originali di tutta la carriera della band, lontani anni luce dalle convenzioni dei singoli da classifica.

Janie’s Got A Gun, scritta in combutta col bassista Tom Hamilton, si apre con un inusuale giro di basso sintetizzato, opera di Steven Tyler, che da il via ad una mini-opera, una storia di abusi, violenza e vendetta. Non proprio materiale da classifica. Tyler scandisce la storia in una ballad cupa ma grintosa, su un sottofondo di chitarre ed orchestrazioni digitalizzate. Dal ritmo sincopato della strofa si sfocia nella power ballad, in un brano che non è pop, non è hard rock, è semplicemente unico. E’ materiale cinematografico, a cui infatti dedicheranno uno dei loro video più noti, diretto da nientepopodimeno che David Fincher (regista di Seven, Zodiac, Gone Girl e mille altri).

Love in an Elevator invece, nella sua gloriosa esplosione hard rock, non ha mai lasciato le scalette dei loro concerti. Una scontatissima storia di sesso in ascensore da rockstar ottantiana, ha tutte le carte del pezzo bomba: un riff canticchiabile (cosa che fa lo stesso Tyler nell’introduzione) una strofa botta/risposta con il coro del pubblico (“working-for-the-company whooo yeah”), un gran ritornello. Eppure, curiosamente e coraggiosamente, si prende ben più di 5 minuti per mettere in mezzo un ampio duello di assoli tra “Fucking” Joe Perry e Brad Withford, che pare interminabile per gli standard radiofonici ma è una figata senza mezze misure.

Nel resto del disco c’è parecchia ciccia. A partire dall’opener Young Lust: un treno inarrestabile, un inno alle pulsioni sessuali giovanili ed unico pezzo della band dove si può sentire una doppiacassa costante. Trampolino di lancio per l’altrettanto energetica F.I.N.E. (Fucked up, Insecure, Neurotic and Emotional) dove arrivano i fiati in stile Rolling Stones e dove Tyler continua a sgolarsi per il nostro sollazzo.

E la ciccia continua con una bella ballad classica e romantica come What It Takes, controbilanciata dalla loro idea di country-western-badass in Monkey On My Back o dall’ultimo singolo estratto dal disco, quella The Other Side in grado di coniugare l’hard rock con le esigenze da classifica e lo spirito della musica nera americana. Tanto da venire battezzata dal batterista Joey Kramer come pezzo da considerare per il suo funerale.

Pump fu un successo commerciale e di critica, con all’epoca recensioni da toni tipo “Ci saranno anche giovani come Poison, Motley Crue e Guns N’ Roses che scalpitano, ma arrivano i grandi vecchi a far capire chi comanda”. Nelle scalette dei loro concerti viene continuamente omaggiato e in generale fu uno dei momenti migliori della band: sobri, concentrati, in formissima. E siamo solo a metà strada nella loro conquista del mondo: la fortunata collaborazione con Fairbairn continuerà con il seguente Get A Grip, quello di cui si ricordano tutti per il trittico di ballatone e i video con Liv Tyler e Alicia Silverstone. Ma questa è un’altra storia.

Marco Brambilla

Foto di Francesco Prandoni

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