Onstage
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Afterhours: esplosione di energia al Bologna Sonic Park

Ieri sera, nel momento in cui all’Arena Joe Strummer del Bologna Sonic Park si sono spente le luci, mi sono chiesta: “Chissà come inizierò il report domani”. Più fattori hanno contribuito al sorgere di questa domanda. Il live appena concluso degli Afterhours, il primo degli unici due previsti per l’estate. La band in questione, fedele compagna dall’adolescenza in poi, miccia costante di un vulcano emotivo. Le due ore e mezzo di durata, nella speranza (quasi realizzata!) che non finisse mai.

E per un gruppo che vanta trent’anni di lunga e tormentata carriera, l’espediente letterario che più si addice è quello del flashback. Una storia raccontata, tappa dopo tappa, brano dopo brano, da Manuel Agnelli e compagni ogni volta che salgono sul palco. Per l’appuntamento del 18 luglio 2019, i sei protagonisti sono apparsi in scena, puntualissimi, ognuno vestito della sua grande personalità: Rodrigo D’Erasmo e il fedele violino, Roberto Dell’Era al basso e all’inimitabile stile anni ’70, Xabier Iriondo e Stefano Pilia ai virtuosismi delle chitarre e l’instancabile Fabio Rondanini alla batteria. Un frontman che non ha bisogno di presentazioni (con tanto di barba!) e che decide di scrivere una nuova pagina schiudendo le ali nere di Rapace, rovesciando in qualche modo l’immagine del candido angelo di Folfiri o Folfox sullo sfondo.

“Grazie mille per essere qui stasera. In così tanti. Non è mai scontato e non lo diamo mai per scontato. Questa è tutta per voi…”. La dedica a tutti i fan con Strategie, poi Germi, Ossigeno, sino alla più recente Non Voglio Ritrovare Il Tuo Nome. Secondo un’impalcatura narrativa già sperimentata durante il tour solista nei teatri, Manuel Agnelli si sofferma nell’introduzione delle canzoni, spiega i momenti e i motori da cui sono nate, spesso corrispondenti al motivo per cui sono entrate nell’album dei ricordi e degli ascolti dei fan.

“Ho scritto questo pezzo quando mi sono accorto di essermi talmente accanito e concentrato in un percorso da perdere di vista la ragione che mi aveva spinto ad iniziare. Da perdere di vista il sogno che avevo. Non dimenticate mai perché sognate. State attenti, ricordatevi sempre dei vostri sogni. Questa è Padania”.

E se le atmosfere acustiche di un campo di neve fradicia si trasformano in un saggio consiglio, il ricordo dell’esperienza a Sanremo nel 2009 con Il Paese È Reale è l’occasione per esprimere un dissenso sulla situazione sociale e politica odierna, dove molti aspetti, negli anni, sono addirittura peggiorati. Bianca è dedicata alla musa ispiratrice, un tempo giovane e ora gravemente malata, mentre non manca un omaggio a Xabier Iriondo: “Negli Afterhours alcuni musicisti sono arrivati, altri sono andati, altri ancora sono tornati. Xabier è tornato. Questa canzone non la suona da vent’anni”. Oppio e la strumentale Cetuximab sono una scarica di adrenalina, conferme della forma smagliante della band.

L’esecuzione di Grande, in versione chitarra e voce, è uno dei picchi emozionali del concerto. Una performance vocale impeccabile nella quale ad ogni estensione corrisponde un brivido, un urlo di dolore, una confessione, nella speranza che non sia troppo tardi. “Grande appartiene al nostro ultimo album, Folfiri o Folfox. Un album che parla di malattia, di tumore, della morte di mio padre. Volevo scrivere quello che sentivo e quello che sentiva mio padre, per questo è stato particolarmente liberatorio. Ed inspiegabilmente è stato anche il nostro disco più venduto. Vi vedo, con quelle facce lì, che andate a comprarlo toccandovi per scaramanzia”.

Tra ironia, sarcasmo, fotografie presenti e capolavori del passato, l’asticella artistica è mantenuta a livelli altissimi. Il primo set si chiude con il fragore de Il Sangue Di Giuda, dipinta di porpora dalle luci e dalle armonie distorte del violino di D’Erasmo. Seguono non uno, non due ma ben tre encore, acclamati dal fragore di applausi della distesa del Bologna Sonic Park. Nel primo Agnelli riappare a torso nudo, abile giocoliere del microfono in La Verità Che Ricordavo. Bye Bye Bombay, in duetto con il pubblico su “io non tremo, è solo un po’ di me che ne va”, non è un saluto, essendo seguita dal secondo bis, suggellato dalla cover dei Nirvana You Know You’re Right, testimonianza che le aspettative di cambiamento sono morte, negli anni Novanta, con Kurt Cobain. Le note di Voglio Una Pelle Splendida incorniciano quella che è stata una serata perfetta. Uno scambio di vissuti, ricordi, lezioni, lacrime e sorrisi. Perché gli Afterhours, con la loro musica, non si pongono mai come giudici. Se Fossi Il Giudice, rimane un’ipotesi che non si realizza. Delle esperienze – come affermato da Agnelli – non resta soltanto l’analisi della fine. Per tutto ciò che si conclude, è necessario considerare quello che succederà e potrà succedere. Per continuare a scorrere. Per tornare a scorrere.

La scaletta del concerto
Rapace
Male Di Miele
Strategie
Germi
Ossigeno
Non Voglio Ritrovare Il Tuo Nome
Padania
Il Paese È Reale
Bianca
Oppio
Cetuximab
Grande
Ti Cambia Il Sapore
Ballata Per La Mia Piccola Iena
Non È Per Sempre
Costruire Per Distruggere
Se Io Fossi Il Giudice
Né Pani Né Pesci
Il Mio Popolo Si Fa
La Sottile Linea Bianca
Il Sangue Di Giuda
La Verità Che Ricordavo
La Vedova Bianca
Bye Bye Bombay
Quello Che Non C’è
You Know You’re Right
(Cover Nirvana)
Ci Sono Molti Modi
Voglio Una Pelle Splendida

Laura Faccenda

Foto di Mathias Marchioni

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