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Afterhours: i 20 anni di Non è per sempre

Non è Per Sempre degli Afterhours compie venti anni, un disco di transizione che non accetta il ruolo di comprimario e che ci racconta tanto di una band quanto della storia della musica italiana, di cui il gruppo milanese è una delle maggiori e autorevoli avanguardie.

20 ANNI FA…
Che anno il 1999. Per tutto, per il pop e per la cultura europea e mondiale. Anche per l’indie, quel sotto movimento che adesso è mainstream e che riempie i palazzetti di tutto il Paese. Allora era già un animale che scalciava e che irrompeva nelle camerette dei giovani spintonando le boyband e i gruppi brit pop. Un genere di nicchia che proprio grazie agli Afterhours aveva avuto uno dei momenti di maggior gloria con l’uscita e il successo di Hai Paura Del Buio? del 1997. Proprio il dittico dei Hai paura del buio? e Non è per sempre, ascoltato ora, è la perfetta colonna sonora per musicare l’abbandono di un decennio decisivo nella storia della musica.
Un decennio che cambierà per sempre le vite di milioni e milioni di persone. Nel nostro contesto italiano gli Afterhours con il loro cuore pulsante costituito dall’ego di Manuel Agnelli ci aiutano ad abbandonare certi suoni, certi personaggi, che devono rimanere chiusi in quel decennio con le loro malattie e la loro rabbia. Lo fanno con una cura mirata della melodia e delle atmosfere, appositamente veicolate rispolverando una cultura anni ’80 magicamente retrò, analogica e vintage. Un filtro per digerire l’attitudine punk che sempre rimane soggiacente come un corso d’acqua sotterraneo, ma che sgorga da una sorgente mainstream grazie ad una soppressione della rabbia, un ingentilimento delle chitarre e al germoglio di un processo di autocitazione che caratterizza tutte le grandi band.

IL DISCO
“Non ho semplicità” recita Superenalotto. E’ vero, mai un concetto espresso in un testo degli Afterhours parla con semplicità. Forse sarebbe più appropriato parlare di banalità. E’ continuamente rifiutata, aggirata, anche attorno alle tematiche universali quale amore, odio, rabbia. Per questo gli Afterhours sono una delle mie chiavi di lettura preferite della contemporaneità. Perché c’è arte trascendente ma c’è anche ancoraggio al presente, alla realtà che ci circonda e come tutta la migliore arte è strumento per elaborare, digerire. Ed è ad appannaggio di tutti, soprattutto grazie a tappe musicali come Non è per sempre dove gli Afterhours non rinunciano ad essere se stessi ma si avvicinano prossemicamente alla superficie mainstream.

Non a caso il mio primo incontro con la band di Agnelli è stato proprio con il video della titletrack, con quella dolcezza mai eguagliata, quel violino che veicola una melodia killer perfetta per le grande masse, al tempo stesso però un’atmosfera malinconica e alcune frasi ti mandano al tappeto come “Il diploma in fallimento è una laurea per reagire”, così raggelanti ed esplicative del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Sono gli Afterhours che regalano Bianca, una ballata dolce, impacchettata e pronta al multiuso, per ogni ceto, sesso e carattere, emozioni di immediata utilità sempre all’insegna de “se c’è una cosa che è immorale è la banalità’.

E’ proprio nell’inizio dell’album il manifesto dell’universalità dell’auto lettura musicale degli Afterhours arrivati al quinto album, terzo in lingua italiana. Milano Circonvallazione Esterna spiazza e inganna perché è claustrofobica, alienante come può esserlo una zona urbana e urbanizzata di periferia, lontana dai lustrini del centro civilizzato, schiva e rabbiosa nella ricerca di un nome e di un significato che non ha mai avuto e che difficilmente avrà mai. Però subito esplode la melodia della title track e la magnificenza da stadio di La verità che ricordavo. In questo episodio che sta in mezzo a due grandi album, che apre la strada alla poetica criptica di Quello che non c’è, gli Afterhours sperimentano ma riescono a prendere autocoscienza di sè. Oceano di gomma è un pezzo sanguinante, esigente, in pieno stile Afterhours, che si prende il suo tempo per prenderti di soppiatto e sottopelle, come tanti episodi del precedente capitolo discografico.

Così lontana dal manifesto dell’altra attitudine dell’album, Cose semplici e banali “Ora è l’inizio di una nuova era anche per me” dice Agnelli, in questa vetrina pop rock che decide di porre a fine del viaggio della band negli anni ’90. All’interno una gamma forse tra le più consapevolmente disparate della loro discografia. Perché troviamo l’eccentrica psichedelia pop beatlesiana in Oppio, così come in Baby Fiducia. Non si esce vivi dagli anni ’80 però torna ai primordi sporchi, punk, post rock. Gli Afterhours che graffiano ci sono ancora, e lo dimostrano. Tutto fa un po’ male con il suo tappeto new wave è carica di tensione emozionale mentre L’Estate è il perfetto manifesto di un album che ha una collocazione inevitabile, ma nato per non avenrne alcuna. Un capolavoro di tre minuti che passa dalla cacofonia punk alla meraviglia pop in un ribaltamento continuo e geniale.

E OGGI…
Dal punto di vista mediatico gli Afterhours sono più esposti che mai. Più accentrati che mai nella figura di Manuel Agnelli. E’ lui che è andato a X Factor a fare il giudice ed è lui che conduce un programma tutto suo (Ossigeno). Ora le tematiche delle canzoni degli Afterhours hanno altri canali più potenti per emergere. Il cantante è impegnato in un bellissimo tour dei teatri nominato An Evening With Manuel Agnelli dove, in una struttura simile a quella degli storytellers di MTV il cantante canta e suona e discorre sulle sue ispirazioni e aneddoti dietro a testi e album.

Il gruppo non è più leggibile dai suoi fan solo attraverso l’interpretazione dei testi delle canzoni. Spesso così le parole venivano interiorizzate, estrapolate dal contesto egocentrico dell’autore e fatte proprie. Questa sovraesposizione del Manuel pensiero ha ridato paternità alle sue creazioni togliendola un po’ al cuore dei suoi fan. Un processo d’artista forse necessario, forse no, nel cammino della musica verso una nuova era comunicativa. Dove niente è lasciato all’interpretazione personale, dove le parole non sono più strumento di vita ma manifesto. Dove il tridimensionale diventa bidimensionale, e dove gli ascoltatori diventano sempre meno attivi, dove le parole sono sempre meno potenti e significanti.

Non a caso lo stesso Agnelli, dalla sicurezza del suo trono acquisito e consolidato, abbraccia con accettazione e benevolenza la distruzione del linguaggio operata dalla trap. Riascoltare un album così importante per temi e spunti musicali cercando di trascendere dall’antipatia o simpatia per il compositore e per l’inevitabile contestualizzazione attuale è un processo necessario e dovuto per apprezzare il valore tutorale di Non è per sempre. Per darci parole da usare per esprimere le idee che abbiamo dentro e che la musica deve aiutarci a tirar fuori. Tutto quello che c’è in questo album merita di essere parte di quel che siamo.

Daniele Corradi

Foto di Mathias Marchioni

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