Onstage

Albert: «Un artista deve sempre avere come risultato finale quello di suonare in giro»

Si chiama Albert il volto di casa Warner Music che con Più calma, il suo nuovo singolo, canta la leggerezza dell’estate, contrapposta alla frenesia delle altre stagioni. L’abbiamo intervistato, e diversi sono stati i temi che nel corso della nostra chiacchierata siamo riusciti a toccare, complice la disponibilità di un ragazzo che, nonostante la giovane età, ha una visione già chiara e definita del suo presente, ma anche del suo futuro.

Cominciamo a parlare di Più calma, il tuo ultimo singolo. Ce lo racconti?
Più calma è un brano molto estivo. La calma che predico nel pezzo è uno stop di due/tre settimane, che si scontra con la fretta di vivere la vita di tutto l’anno. Nel videoclip, infatti, corro da una parte all’altra del set per tutto il tempo, per poi fermarmi e ballare: quello è il mio momento di calma, di divertimento. 

Un brano che ti ha schiarito le idee per quello che sarà il tuo prossimo disco.
Più calma ha le sonorità che mi piacciono e che vorrei vedere nel mio prossimo lavoro. Da un anno a questa parte, sono molto attratto dalla chitarra. Vorrei cercare di mantenere questo stile, il pizzicato della chitarra, quel senso più ritmato.

Adesso arrivano i concerti. Dal tuo punto di vista, quanto conta la dimensione live e il rapporto con il pubblico in un’epoca dominata dallo streaming e dal web?
Sì, abbiamo alcuni live legati alla promozione del pezzo. Io credo che un artista debba avere come risultato finale quello di suonare in giro, i live. Internet oggi permette a tutti di essere quasi sullo stesso piano e questo porta molta più competitività. L’idea del mio pubblico me la sono fatta con Orme, il mio ultimo disco: il target è molto ampio, va dai figli ai genitori. Mi piace che la mia musica porti tutta la famiglia a vedermi. L’importante è suonare, il disco può pure essere bello, ma la prova del nove è sul palco, tu arrivi lì e devi saper affrontare il pubblico. 

Facciamo un passo indietro. Quali sono gli artisti a cui ti rifai e che guardi con ammirazione?
A me piace molto il cantautorato italiano. Da Orme a oggi, mi sono molto interessato a quella che è la scena indie italiana con particolare attenzione alla scena indie italiana: principalmente apprezzo Frah Quintale e Galeffi. Galeffi è stato capace di rinnovare il cantautorato italiano, onorandolo e facendo sì che interessasse anche le nuove generazioni. 

Come ti sei avvicinato alla musica?
Ho giocato a calcio 12 anni, da piccolo dicevo che avrei fatto il calciatore oppure il cantante. L’ipotesi più plausibile, allora, pensavo fosse quella di fare il calciatore. Non avevo idee, mi sembrava davvero impossibile. Quando ho perso mio padre ho smesso di fare tante cose che facevo con lui e la musica mi ha aiutato a buttar fuori tante cose.

E se potessi passare una settimana in studio con un artista?
Tra gli artisti del passato sceglierei De André. Se penso ad un artista vivo e vegeto ti dico Frah Quintale, per quel suo modo di esprimere concetti, anche complessi, in maniera semplice. Io guardo tanto quello che fanno gli altri, prendo spunto da tantissimi artisti, anche nel modo di lavorare. Da quando sono entrato in Warner so che le cose vanno fatte in un determinato modo.

 

 

 

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