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Alice In Chains: 10 anni fa usciva il primo album senza Layne

Black Gives Way To Blue, l’album della rinascita degli Alice In Chains compie 10 anni. Una seconda vita che ha avuto un percorso che può essere paragonato, da solo, ad una discreta band di successo, anche ignorando i gloriosi trascorsi grunge. Per correttezza dovremmo nominarla ‘La band che una volta era gli Alice In Chains’, ma per brevità e per quello che mi sento nel cuore di fan ora e per sempre loro sono gli Alice In Chains, che sono tornati dalla morte in maniera magnifica.

10 ANNI FA…
Non è stato un vero fulmine a ciel sereno l’uscita di Black Gives Way To Blue. Per trovare le radici che hanno portato a risvegliare la gloriosa band di Seattle dobbiamo tornare indietro di qualche anno ancora, fino al 2005. In febbraio si svolse l’evento di beneficenza Tsunami Relief Benefit Concert a Seattle, dove gli Alice tornarono ufficialmente sul palco accompagnati da alcune guest star che dettero maggior risalto all’evento. In disparte, per ora, c’era già in line up un certo William DuVall, che sarebbe diventato nei successivi 5 anni il frontman ufficiale della band, raccogliendo la pesantissima eredità di Layne Staley.
Oltre lui però tra gli ospiti c’erano nomi altisonanti, da Wes Scatlin dei Puddle Of Mudd (che aveva appena iniziato la sua parabola discendente), Ann Wilson delle Heart e grande amica della band, ma soprattutto James Maynard Keenan, cantante dei Tool/A Perfect Circle, che con la sua performance dei classiconi Man In The Box, Them Bones e Rooster ha letteralmente spaccato lanciando l’evento nella stratosfera e resuscitando di fatto il nome Alice In Chains in tutto il mondo.

La notizia della reunion evento arrivò anche a me, qui in Italia, fan deluso e in lutto per la morte di Layne. La mia prima reazione è stata di gioia incondizionata all’idea di riascoltare quelle canzoni mitiche che mi hanno cresciuto, andando subito a spulciare il lento peer to peer in rete per scovare gli Mp3 del concerto. L’anno dopo, nel 2006, ho avuto addirittura l’occasione della vita di vederli dal vivo. Un caldo giorno di Giugno all’Idroscalo di Milano, durante un Gods Of Metal che vedeva headliner quella strana versione dei Guns N’ Roses pre reunion, accompagnati da Korn, Deftones e Stone Sour sul palco quasi a celebrare il ritorno di una delle band più influenti per il loro background nu metal. Devo ammetterlo, mi sono commosso.

Quasi come mi successe anni dopo, quando li rividi per il tour del disco di cui stiamo parlando qui, ma ci arriverò. In quel pomeriggio all’Idroscalo, vederli così sotto il sole, mi ha ripagato di anni di delusioni e sofferenze che provenivano dalla drammatica epopea di Layne Staley che ha portato il gruppo e i suoi fan nell’abisso. Vedere cantare al cielo il ritornello di Man In The Box da gente che aveva la bombetta di Slash in testa o la faccia di Axl Rose tatuata sul braccio è uno dei ricordi più belli e preziosi che ho.

In quel momento ero solo con la mia storia e con il mio amore per una band, quel tipo di amore che chiede tanto e a volte troppo al suo fan, quel tipo di amore che pochi hanno avuto la fortuna e il patema di conoscere. Nel dicembre 2009 al Palalido di Milano gli Alice erano tornati in versione definitivamente rinata per promuovere il nuovo album, e lì le lacrime proprio non sono riuscito a trattenerle. Appena finita l’esibizione della title track, canzone dichiaratamente dedicata al superamento del lutto per la perdita del vecchio amico, lo schermo dietro al palco si anima e l’immagine di un Layne Staley giovane e in salute dei tempi di Facelift si volta dando le spalle al pubblico, non prima di salutare con un fugace gesto della mano. Tutto il palazzetto gremito di ex giovani come me ha esorcizzato con il gruppo anni di sofferenze.

La dipendenza di Staley ha minato la carriera del gruppo e i loro rapporti umani. Un gruppo che aveva un EP primo in classifica, cosa mai successa prima (Jar Of Flies, 1994) e l’ultimo album da studio omonimo (chiamato anche Tripod, 1995) entrambi mai accompagnati da un vero tour, a causa dei problemi di salute del frontman. Black Gives Way To Blue è solo il quarto album di una band frenata e maledetta da mille problemi. Poco, davvero poco.
La loro maledizione è stata anche quello che li ha resi unici, e va bene così. William DuVall non potrebbe essere più diverso dal suo predecessore. Solare e posato, professionale e affidabile, tecnicamente eccellente e con buona personalità, ha dato al gruppo una nuova immagine. Anche il sound è cambiato, e lo scopriremo ascoltando il disco.

IL DISCO
‘Hope, a new beginning’ sono le prime parole pronunciate da Jerry Cantrell in Black Gives Way To Blue. La voce di Jerry in questa seconda vita sarà dominante e spingerà ai margini spesso e sovente quella di DuVall. Gli Alice sono una sua creatura e lui lo concretizza diventando un frontman aggiunto a tutti gli effetti. Sempre nella stessa canzone, All Secrets Known, dice ‘There’s no going back to the dreams we started from’. Speranza e nuovo inizio ma anche consapevolezza di non poter essere più quelli di una volta.

Questa è la dichiarazione di intenti che il gruppo dà in pasto ai propri fan prima di introdurli nel nuovo corso musicale, fatto non più di grunge ma di un metal sinuoso e drammatico, rallentato quasi a livelli di doom, che avvolge in maniera claustrofobicamente maestosa le melodie e le armoniche che rimangono a marchio di fabbrica estremamente copiato ma mai eguagliato. Jerry dimostra di avere la mano da riff ancora caldissima, sfoderando il giro portante dell’irresistibile Check My Brain che si posiziona da subito di fianco ai classici della band così come la ballad Your Decision.
Anche con l’acustico Jerry si toglie la ruggine di dosso confezionando la perla When The Sun Rose Again, e quasi si arriva a percepire la presenza eterea di Layne. Ritornello dalla bellezza accecante che libera dall’angoscia di un verso opprimente e avvolgente, con un assolo all’altezza della fama da guitar hero di Jerry. Il nuovo manifesto musicale è magnificamente presentato dalla coppia A Looking in View e Acid Bubble, due granitiche discese negli inferi dove è un piacere ritrovare in forma smagliante ance Mike Inez al basso e Sean Kinney alla portentosa batteria.

Atmosfere cupe ma irresistibili, riff indimenticabili, le classiche doppie vocalità che si rincorrono, incrociano, si reggono a vicenda, l’annichilente impianto ritmico. C’è ancora tutto di quello che abbiamo sempre amato degli Alice, una struttura che fa funzionare anche i pezzi minori come Private Hell, la piccola figlia di Down in A Hole, Lesson Learned, e la bellissima Last Of My Kind dove finalmente si possono assaporare le non indifferenti doti canore e strumentistiche di DuVall. La title track finale, con ospite il piano di niente meno che Elton John, è l’epitaffio perfetto per una carriera gloriosa ma corrosiva. Ora gli Alice sono una band sana, consapevole, attiva. Un nuovo inizio, tutti i segreti sono stati svelati.

…E OGGI
Rainier Fog è il terzo album con l’intermezzo di The Devil Put Dinosaurs Here, una trilogia della rinascita che sa di percorso compiuto. Soprattutto dopo l’ultimo lavoro in studio, un tributo a Seattle e al suo apporto artistico e umano alla storia della musica.
Uscirà in ottobre 2019 il primo album solista di William DuVall, lui che già negli anni ’90 suonava con una band chiamata Comes With The Fall, prima di entrare tra i turnisti che accompagnavano Jerry Cantrell nel suo tour solista per Degradation Trip del 2002. One Alone sarà tutto acustico, per far sentire una volta tanto la sua voce senza sovra incisioni e senza l’ingombrante ombra di Cantrell.

Il chitarrista, per conto suo, dopo aver lasciato il giusto spazio al suo collega, uscirà con il suo terzo album solista dopo la buonissima prova per la colonna sonora del film John Wick 2 con il pezzo intitolato A Job To Do. L’impressione è che si sia chiuso un ciclo per la band e che per un bel po’ non sentiremo materiale nuovo. Un ciclo iniziato con Black Gives Way To Blue che si attesta come uno dei migliori come back del genere, insieme al self titled degli Stone Temple Pilots del 2010 e di King Animal dei Soundgarden.
La prova che le migliori band hanno un’anima che rimane anche dopo le perdite e le disgrazie. Gli Alice In Chans ci hanno insegnato con Layne Staley a trasformare le avversità in arte, le debolezze in forza. Potete avere una vostra opinione sul fatto di portare avanti o meno le glorie di una band quando uno dei suoi componenti viene a mancare ma vi dico questo: gli Alice ci sono ancora e non hanno perso la loro qualità più importante, quella di insegnarci a rialzarci quando la vita ci abbatte.

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