Onstage

Gli Architects passano al livello successivo

Di realtà importanti e solide come gli Architects nel panorama metalcore contemporaneo ne esistono ben poche. La band britannica ha portato anche in Italia il suo Holy Hell Tour per un’unica data, che si è svolta il 30 gennaio 2019 all’Alcatraz di Milano.

Prima dello show della formazione capitanata da Sam Carter si sono esibiti anche i giovanissimi e promettenti Polaris, già noti in tutto il mondo per il loro melodic metalcore tutto da cantare, e soprattutto i Beartooth di Caleb Shomo. La nuova creatura dell’ex Attack Attack è quanto di più interessante si possa trovare per gli appassionati di alternative dal grande impatto (soprattutto live) e dall’irresistibile potere catchy, spesso al limite del pop punk e del melodic hardcore.

Qualche ora prima dell’inizio dei concerti, abbiamo chiacchierato con il leader dei Beartooth, che ci ha accompagnato in un breve viaggio nell’ultima fatica della sua band, Disease (pubblicato a settembre 2018), e del perché anno dopo anno la formazione si stia guadagnando il consenso unanime di critica e fan. Un consenso che li ha portati a crescere in modo esponenziali negli Stati Uniti, la loro terra di origine, ma anche in Europa, grazie appunto al tour con gli Architects. “Il tour sta andando davvero alla grande, esibirci davanti a un pubblico di fronte al quale non avevamo mai suonato è un onore, così come suonare sullo stesso palco degli Architects. Hanno lavorato sodo per arrivare al livello a cui sono oggi”. I Nostri hanno suonato anche alla Wembley Arena, un importante traguardo per una band orgogliosa delle proprie origini underground. “Una volta entrati dentro, eravamo sotto shock, non avevamo ancora realizzato quanto fosse gigantesca, anche da vuota… che dire, se non è il momento più alto della nostra carriera finora quale potrà mai esserlo? Questo tour ha una line-up grandiosa, e per me vedere tre band metal esibirsi a Wembley di fronte a più di diecimila spettatori è un indicatore molto importante dello stato di salute del metal, e del rock in generale”.

Uno show dei Beartooth è quanto di più energico e impattante si possa immaginare, un continuo botta e risposta tra il frontman, la sua band e il pubblico, grazie soprattutto alla scelta accurata dei pezzi da inserire in scaletta, ovvero i brani più coinvolgenti e con i cori di maggior presa possibile sui fan. Oltre a qualche vecchio successo del passato (il primo disco dei Beartooth, Disgusting, risale al 2014), come In Between o Body Bag, è proprio sul presente che si concentra maggiormente il focus della band anche in sede live. “La gente durante i nostri show si deve lasciar andare, perché la chiave della musica dei Beartooth è proprio questa, voglio che tutti nel pubblico siano coinvolti allo stesso modo e che non ci sia nessuno che rimanga fermo, pretendo che tutti percepiscano la stessa scarica liberatoria che provo io sul palco. A volte è dura coinvolgere il pubblico, ma penso che ormai a questo punto se vai a un concerto dei Beartooth sai già che cosa ti aspetta, ovvero che ti divertirai un sacco”.

Disease offre diversi spunti non solo per potersi divertire, ma anche per poter ragionare su un argomento molto caro al frontman, la depressione, problema con cui ha dovuto fare i conti nel corso degli anni, soprattutto al termine della sua esperienza con gli Attack Attack. “Disease da una parte è heavy, con riff belli pesanti e screaming, ma nel complesso è estremamente dinamico, ascoltarlo è un po’ come andare sulle montagne russe, su e giù. Dal punto di vista dei testi, parte in alto per poi scendere verso il basso. È un album molto onesto, ho cercato di essere il più reale possibile sulla mia condizione mentale, sperando che molte altre persone potessero trovare conforto in questo”. E Shomo rincara ulteriormente la dose: “Quando scrivo non sto tanto a pensare o a misurare, lascio che succeda quel che deve succedere seguendo l’ispirazione del momento e il flusso dei miei pensieri. Posso dirti che con il passare degli anni mi sono innamorato sempre più del canto, e quindi all’interno dei pezzi cerco di cantare sempre di più, e in modo magari diverso rispetto a prima. Per fare questo mestiere devi essere un po’ folle e aggressivo a volte, e penso che si senta molto nella nostra musica”.

Parlando quindi del mestiere dell’artista, e soprattutto di band alternative metal, la curiosità dal punto di vista del cambiamento di stile e dell’evoluzione del sound è molto forte. Lo spunto su cui ragionare ce lo offrono i Bring Me the Horizon, a proposito dei quali, Caleb Shomo è molto chiaro. “Il cambiamento è parte fondamentale di un artista in quanto tale. Parlando dei Bring Me the Horizon, li rispetto molto di più per aver continuato a fare ciò che davvero volevano fare, piuttosto che se avessero scritto un altro disco esattamente uguale al precedente e a quello prima ancora. Non bisogna mai fare ciò che la gente si aspetta, perché non sarebbe genuino, non si tratta solo di compiacere le masse. È il music business, tutti pensano di avere la conoscenza assoluta in tasca, ma bisogna seguire il proprio istinto, e credere fermamente a ciò che si sta facendo senza scendere a compromessi”.

Tornando al concerto, il set dei Beartooth si conclude con Disease, il primo singolo estratto dall’ultimo album della band, e in meno di mezz’ora si vira dall’arancione della formazione statunitense e dalla loro energia positiva e diretta al bianco e nero e al potere catartico della musica degli Architects. Assenti dai palchi nostrani ormai da un paio d’anni, come noto i ragazzi di Brighton hanno attraversato un periodo che avrebbe messo al tappeto chiunque. Dopo la tragica scomparsa dal chitarrista, fondatore e principale compositore del combo, Tom Searle, i Nostri hanno passato qualche tempo a mettere in discussione la loro stessa esistenza come band, per poi decidere di continuare più forti di prima, onorando la memoria del fratello scomparso, e pubblicando un album, Holy Hell (2018) che si può collocare senza nessun indugio tra la migliore discografia degli Architects e imbarcandosi in un tour che a detta del quintetto stesso è ad oggi il più grande e il più ambizioso che abbiano mai affrontato.

E in effetti, tra laser, giochi di luce, getti di fumo e coriandoli, la produzione dello show è senza dubbio la migliore che abbiano mai portato in giro per il mondo, dettaglio che si rivela indispensabile nel corso di una narrazione che si fa sempre più teatrale man mano che si procede con la setlist.
Dopo aver riempito venue prestigiose come, tanto per citare ancora una volta l’esempio più lampante, la Wembley Arena, Dan Searle e soci conquistano quindi anche il pubblico italiano con un concerto che va sicuramente al di là dell’esperienza live vera e propria, e che vede i (per lo più) giovanissimi coinvolti in circle pit sfrenati e in un singalong praticamente continuo, nonostante l’oggettiva difficoltà nello stare dietro a un vocalist di prim’ordine come Sam Carter senza arrivare a casa completamente a corto di voce e fiato.

Sul palco con il frontman, i suoi compagni di avventure (ovvero il batterista e fondatore Dan Searle, il bassista Alex Dean, il secondo chitarrista Adam Christianson e la relativamente new entry Josh Middleton alla chitarra principale) non sono da meno nell’offrire una performance tecnica e priva di qualsiasi sbavatura, complice anche una qualità del suono piuttosto buona, dimostrando definitivamente di possedere la compattezza e la solidità per confermarsi tra gli act metal attuali di punta, oltre che un riferimento per tante giovani band del futuro.

La scaletta vede come logico una preponderanza di brani estratti da Holy Hell, con qualche incursione non oltre al 2012 di Daybreaker (con la onnipresente These Colours Don’t Run) e in particolar modo in Lost Forever // Lost Together (album del 2014 presente in scaletta con Broken Cross, Gravedigger e Naysayer), ma senza alcuna concessione agli esordi. A partire dalle recenti Death Is Not Defeat e Modern Misery, passando per e Nihilist e A Match Made in Heaven (contenute entrambe in All Our Gods Have Abandoned Us, 2016) la direzione presa dai Nostri è una scelta comprensibile, non solo da un punto di vista stilistico, in quanto la band stenta a riconoscersi in un sound molto più acerbo e ruvido rispetto a quello attuale (in cui, per fare un esempio pratico, il growl non compare più, mentre il cantato pulito prende spesso e volentieri il sopravvento anche sul formidabile yelling, da sempre trademark di Carter), ma anche da un punto di vista strettamente logico.

L’Holy Hell Tour è una dedica alla memoria di Tom Searle (che si concretizza al termine di Gone With the Wind, singolo presente in All Our Gods Have Abandoned Us, e con la liberatoria chiusura del set con Downfall, primo estratto da Holy Hell), e agli ultimi intensi anni della sua purtroppo breve esistenza.
Non sarà la Wembley Arena, ma le duemila anime che hanno affollato l’Alcatraz la scorsa notte, considerando che l’Italia non è mai stata (per ora) terreno fertile per certe sonorità, fanno pensare che il futuro del metal contemporaneo sia ancora tutto da scrivere, e che stia a band come gli Architects continuare a insegnarci come il dolore, se affrontato insieme, non sia una sconfitta ma un’opportunità di crescita.

Il bello della musica è anche sentire sulla propria pelle l’umiltà disarmante di una band in grado di riempire l’Alcatraz di Milano e al contempo fermarsi quasi a ogni pezzo per ringraziare più volte i fan del supporto. Gli Architects si sono evoluti in modo splendido, esemplare: un delicato equilibrio fatto da eccezionale bravura compositiva e capacità di sentirsi semplicemente ragazzi che fanno musica per trasmettere sé stessi.

Fa sorridere ascoltare il cantante Sam Carter raccontare emozionato di quando tanti anni fa il loro palco all’interno della venue era quello per band minori, peraltro – nel loro caso – meramente di supporto: oggi la band di Brighton restituisce un impatto produttivo di primo livello in grado di demolire il proprio passato scenico, rendendo palpabile la sensazione di crescita e avanzamento costante.

Corrono i pezzi, la folla apprezza e urla a gran voce la propria vicinanza, si susseguono i momenti in un ciclo che innalza il concetto di musica e rende lo show un forte abbraccio tra amici, una carezza a chi ha dovuto superare la morte di un membro della famiglia Architects e nonostante questo avanzare a testa alta.

Poi arriva quel momento, quel minuto in cui tutto si ferma e i pensieri corrono alle quotidianità e alle difficoltà di ognuno di noi: un cuore proiettato con le lettere T e S al centro, un monito d’affetto che parla al defunto Tom Searle con la stessa forza con la quale si riflettono i nostri pensieri, immersi in quel turbinio magico e colorato chiamato vita.

Quello di mercoledì non è stato solo un concerto, o almeno non per chi più volte ha cantato quei pezzi; vedere oggi gli Architects vuol dire fermarsi a pensare al proprio percorso, alle proprie certezze e priorità, a cosa si rischia di perdere da un giorno all’altro senza nemmeno rendersene conto, o senza poter far nulla per impedirlo.

E allora cambia il punto di vista, la voce di Sam diventa una colonna sonora che con la sua forza accompagna il viaggio e aiuta a trovare la forza di superare le avversità senza mai scordarsi chi siamo, senza mai dimenticare che la vita è fatta di valori importanti e che le parole amicizia e coerenza non sono agglomerati di lettere ma colonne portanti di un pensiero. Mentre si canta e balla, volgiamo quindi per un attimo la mente verso i loro tre recenti album e percepiamo come tanto sia cambiato, ma la voglia di sfogare e urlare al mondo la propria volontà di combattere la sofferenza è il cemento che rende solida la certezza di dover avanzare sempre e comunque, nel rispetto e ricordo di chi non c’è più.

Per questo sentivo di dover scrivere queste poche righe: per ringraziare questi ragazzi, abbracciandoli ancora più forte, perché dove finisce la musica di qualità iniziano le persone e le loro debolezze, ma comincia anche la forza di anime che lottano, stringono i denti e fino alla fine provano ad affermare il proprio diritto di esistere e godere di
quello che, in fondo, è il dono più grande.

Marco Perri

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI