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L’anteprima di Asbury Park: Lotta, Redenzione, Rock’n’Roll

È stato presentato ieri a Milano Asbury Park: Lotta, Redenzione, Rock’n’Roll, il film evento straordinario in arrivo per soli tre giorni nei cinema di tutto il mondo il 22, 23 e 24 maggio (elenco sale). Distribuita in Italia da Nexo Digital in collaborazione con Barley Arts, la pellicola è prodotta in associazione con la catena di ristoranti Jersey Mike’s, che devolverà parte dei proventi a sostegno di programmi di educazione musicale.

Non aspettatevi una monografia sul Jersey Sound o sugli esordi di Bruce Springsteen e la sua E Street Band, ma un documentario sulla storia del luogo in cui tutto questo prese forma, comprese le “ossa” dei protagonisti, ormai leggende viventi, di questa musica nata a Asbury Park e diffusasi a macchia d’olio in tutto il mondo. Una cittadina devastata dalle stesse contraddizioni e dalle diversità, che l’hanno resa celebre come culla del Jersey Sound e che, a quasi cinquant’anni dalla rivolta, scoppiata il 4 luglio 1970, sta rinascendo dalle sue stesse ceneri, come una fenice, proprio grazie alla musica e ai musicisti, che ha nutrito con le sue vibrazioni tra jazz, soul, blues, gospel, doo wop, pop, rock e R’n’B.

«Ad Asbury Park sono serviti cinque decenni per rialzarsi ed avviarsi a diventare migliore di quanto non sia mai stata. Dovremmo tutti ascoltare le sagge lezioni apprese nel modo più duro e la musica che ha alimentato questo risveglio», ha dichiarato Tom Jones, regista della pellicola, in cui, attraverso le testimonianze inedite di Steve Van Zandt (aka Little Steven), Southside Johnny Lyon, David Sancious, Bruce Springsteen e molti altri, arricchite da materiale d’archivio ed esibizioni esclusive, Asbury Park si racconta.

Fondata nel 1871 dal facoltoso imprenditore, finanziere, filantropo e membro del Senato del New Jersey James A. Bradley, Asbury Park crebbe come una rinomata stazione balneare votata al divertimento dei turisti. Non ci volle molto perché la grande macchina producesse i suoi primi “strani frutti”, generando una forte segregazione tra la manodopera nera, ghettizzata nel Westside, e i bianchi, di diversa estrazione, padroni dell’Eastside con i suoi bei padiglioni, i teatri, i localini e le spiagge. In mezzo i binari del treno e un ponte fatto di mattoni, ma soprattutto di note, con la musica a fare da collante in una comunità profondamente divisa da differenze razziali e di ceto sociale, una cittadinanza plasmatasi attorno alle esigenza di intrattenimento della crescente middle class, ma che sotto le luci sfavillanti dei suoi casino e luna park stava covando nell’ombra un malcontento e una frustrazione esplosivi.

Non lontana da New York, Asbury Park aveva attirato negli anni numerosi artisti jazz, blues e rock’n’roll, gente del calibro di Count Basie, Duke Ellington, Lenny Welch e altri si esibivano nei numerosi club sorti proprio nel Westside, intorno a Springwood Avenue, e con l’andare degli anni iniziò ad attirare anche grossi nomi della scena rock e prog-rock, dagli Stones ai Vanilla Fudge, dai Ten Years After a Patti Smith.

Fulcro del movimento giovanile, che cibatosi voracemente di tutto quel ben di Dio – oltre che degli dei del rock’n’roll tra cui Chuck Berry e Little Richard – era pronto a restituirlo in una nuova sintesi alchemica, fu il mitico Upstage Club, che, tra il ’68, quando venne aperto, e il ’70 (la definitiva chiusura risale al ’71), conobbe il suo periodo d’oro, divenendo crocevia tra la psichedelia di San Francisco e l’eccentrico stile di vita bohemien del Greenwich Village, tra i musicisti neri e quelli bianchi, cancellando la segregazione razziale altrimenti vigente tra il Westside e l’Eastside della città.

Gestito da Tom e Margaret Potter, una coppia di parrucchieri con la vocazione ante litteram per il punk, gente capace di passare dal taglio e piega alla creazione del “muro del suono”, l’Upstage era un locale unico al mondo. In sostanza: le due strette rampe di scale, che dalla strada portavano al locale avrebbero scoraggiato anche il più zelante degli esordienti, figuriamoci una band con una strumentazione che si rispetti. Così quel geniaccio di Tom pensò bene di nascondere dietro a un panello posto a fondo palco una serie di amplificatori a cui attaccarsi e suonare, l’ideale per il nutrito manipolo di giovani musicisti squattrinati e, per loro stessa ammissione, pigri, che in quegli anni popolavano Asbury Park.

In più, l’Upstage era un locale achool free, il che significa che potevano accedervi anche i minorenni, e rimaneva aperto fino alle cinque del mattino, rosicchiando due ore tutte per sé alla movida notturna di Asbury Park. Presto i suoi after hours, con gli artisti che dopo gli show si trovavano sul palco a jammare divennero un polo d’attrazione e un luogo d’incontro per i giovani musicisti della zona. Fu tra le mura dell’Upstage, infatti, che nacquero formazioni come gli Asbury Jukes di Southside Johnny o i Child e poi gli Steel Mill di Bruce Springsteen, che iniziò a bazzicare Asbury Park nel ’69.

Quando arrivò nessuno riuscì a fare a meno di notare il suo carisma e attorno alla sua figura iniziarono a ruotare progetti sempre più interessanti (e soprattutto basati su materiale originale), animati dai musicisti che dell’Upstage avevano fatto «la loro università», come racconta Little Steven. Lui, Bill Chinnock, Southside Johnny, David Sancious, Garry Tallent, Vini Lopez, Danny Federici e poi Clarence Clemons suonavano tutti lì, buona parte di loro sarebbero diventati le fondamenta della E Street Band, ma prima ancora degli Dr. Zoom and The Sonic Boom, poi Bruce Springsteen Band.

Nel mentre però, come si diceva la tensione ad Asbury Park era arrivata a un punto di non ritorno e durante i festeggiamenti del 4 luglio del ’70 il malcontento esplose. Gli abitanti del Westside iniziarono a incendiare gli edifici della zona dove vivevano in condizioni disperate, dando inizio alla rivolta razziale, che avrebbe trascinato la città nel baratro per i successivi quarantacinque anni.

Sopravvissuto ai disordini l’Upstage fu costretto a chiudere i battenti nel ’71, fu la fine di un’epoca, anche se la musica si faceva ancora e nel ’74, vicino alla spiaggia, aprì The Stone Pony, altro mitico locale. Un seme, però, era stato piantato e aveva già dato i suoi primi frutti, dai quali altri semi si sarebbero sparsi, a portare in giro per il mondo il suono di quei giorni ad Asbury Park, un sound destinato a diventare sempre più grosso e dirompente.

Dopo la prima pietra miliare, Greetings From Asbury Park, N.J., Springsteen si porterà addosso Asbury Park, la sua musica e la sua gente quasi come un tatuaggio, per lungo tempo al centro della sua poetica e del suo sound: «C’è stato un momento nella storia, in cui qui è successo qualcosa, che non stava succedendo da nessun’altra parte e questo importava». Il resto è storia. Una storia, che è tornata sui suoi passi ad annaffiare le proprie radici con il concerto dell’aprile 2017, sold out, al Paramount Theatre, che ha visto Little Steven, Southside Johnny e Springsteen sul palco della venue insieme alle altre vecchie glorie dell’Upstage (le Upstage All-Stars) e ai Junior Pro della scuola di musica dei Lakehouse Studios, che dell’Upstage Club conserva tutta l’anima, ossia, per dirla con le parole di Little Steven, «non eravamo musicisti neri o musicisti bianchi, eravamo semplicemente noi, eravamo Jersey».

In occasione dell’uscita del film Eataly Smeraldo e Anteo Palazzo del Cinema propongono a Milano un evento speciale con la proiezione del film alle 19.00 e alle 21.30 del 22, 23 e 24 maggio accompagnata da un menù ispirato alla cucina made in USA e un evento conclusivo con il concerto gratuito di Miami & The Grooves con lo special guest Daniele Tenca previsto per venerdì 24 maggio alle 21.30 davanti a Eataly Smeraldo.

Segnaliamo, infine, i tour italiani di due costole della E Street Band: i Max Weinberg’s Jukebox, capitanati dal batterista Max Weinbergs e il nipote ed erede di Clarence Clemons, il polistrumentista Jake Clemons, al sassofono nella E Street Band (info e biglietti).

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