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Ben Harper compie 50 anni

Ben Harper (nato il 28 ottobre 1969) è uno degli artisti che più ha avvicinato il grande pubblico alla musica della grande tradizione rock e blues americana. Uno di noi, un pacato rivoluzionario che con i suoi modi e la sua cultura ci ha insegnato a lottare per le nostre idee e i nostri valori. Perché non importa da dove vieni o in che angolo del mondo tu viva. Quello che ci unisce è l’amore per la musica e l’esigenza di essere individui oltre che comunità, e che lasciare che qualcuno prevalga con la forza sui più deboli è un peccato imperdonabile. Ci ha insegnato che i più potenti sono alla nostra portata se ci uniamo attraverso le nostre idee e che le note della chitarra e le parole di una canzone possono essere più potenti delle bombe.

Ben è nato in California nel 1969 e, soprattutto all’inizio della sua carriera, ha rappresentato per noi teenager italiani una finestra su un mondo immaginato, fatto di spiagge infinite e belle ragazze bionde e abbronzate, su corse con lo skateboard in mezzo al boulevard, e cavalloni giganteschi domati da cavalieri a bordo di lucenti tavole da surf. Un mondo spensierato fatto di falò che durano tutta la notte e musica lanciata alle stelle, su cui abbracciarsi incuranti della sabbia che gratta la pelle.

La sua incredibile massa di capelli afro è messa in bella mostra sulla copertina di Welcome To The Cruel World, primo album di studio risalente al lontano 1994, che incorona quel viso squadrato su cui danzano gli occhi dolci ma specchio di un mare impetuoso. Un tumulto che ha avuto il dono della musica per venir fuori, e forse per questo dall’esterno appare così sereno e pacato. Come un mulinello di acque formate da un ingorgo di differenti affluenze, Ben è il risultato dell’incontro di un numero eccezionale di culture.

Il padre è di origini Cherokee oltre che afroamericane. La nonna è di origini russe ed è un’immigrata lituana. La madre è di origini ebree. E’ naturale che il ragazzo sia cresciuto con il bisogno forte e dirompente di eguaglianza, di giustizia universale, di rivalsa nei confronti dei depredati e dei più deboli. Le vittime del sistema sono diventate per lui una preoccupazione costante al pari dell’amore per lo strumento della chitarra, amore che ha accompagnato con lo sviluppo di una delle vocalità più particolari che il rock mainstream abbia assaporato. L’amore della mia generazione per Ben Harper proviene da questo, da questa sua dolce complessità unita alla sua innata potenza comunicativa, veicolata da una tecnica e una passione musicale senza eguali. Ben in tutto questo ha sempre evitato di ergersi su qualsiasi tipo di piedistallo, sempre ancorato a terra dalla sua cultura di minoritario, di emarginato. Siamo stati noi a metterlo su un trono come nostro messia della rivalsa, come capo serafico ma inamovibile, come un Re.

Ben Harper e l’Italia, una storia lunga di vicinanza e gemellaggio musicale. Ogni volta che Ben sale su un nostro palco non manca di ricordare che i suoi cappelli preferiti sono di una marca italiana (la famosa chioma è solo un ricordo ormai da tempo). Dal giugno del 1995 all’Arezzo Wave, le volte che il musicista è passato dalla nostra penisola sono state talmente tante da essere quasi impossibile ricordarle tutte. Io stesso l’ho scoperto tardi: era uscito quello che commercialmente è tutt’ora il suo album di maggior successo, Diamond On The Inside. In quel Forum strapieno nel lontano 2003 la sua voce era qualcosa di sublime, la sua potenza incontenibile anche quando stava seduto con la slide guitar appoggiata sulle ginocchia, capace in questo modo di sprigionare un hard rock dirompente.

Se non avete mai visto Ben dal vivo, oltre a cercare in tutti i modi di colmare questa lacuna, vi consiglio l’ascolto di uno dei live album più belli del rock, risalente al periodo del tour di Fight For Your Mind, Live From Mars. In questo disco potete scoprire come si possa passare dal rock più potente (incredibile l’accoppiata Faded/Whole Lotta Love) alla ballata più lieve e intensa allo stesso tempo (Not Fire, Not Ice o la stupenda cover dei The Verve The Drugs Don’t Work).

Scoperto tardi dicevo, ma da lì in avanti non me lo sono più perso. Lo abbiamo visto in tantissime versioni, tanto che ogni volta sembra di ritrovare un amico che si adagia nel nostro salotto e ci racconta le ultime dalle lontane terre da cui proviene. Acustico a teatro, elettrico nel palazzetti o sui palchi dei Festival. Lo abbiamo visto duettare con Eddie Vedder sul palco di Mestre, lo abbiamo visto presentarci la sua mamma Ellen nel tour dell’album che ha scritto e cantato con lei Childhood Home. Ci ha portato Charlie Musselwhite per farci conoscere le radici della musica che lui ama e lo ha ispirato una vita intera, il blues. Si è inserito in maniera pacata e gentile nella nostra cultura di massa, lo abbiamo visto recentemente a Ossigeno ospite di Manuel Agnelli. Nel 2007 ha suonato la chitarra per Jovanotti nel suo pezzo Fango inserito nell’album Safari e l’anno dopo lo ha accompagnato sul palco dell’Ariston di Sanremo.

Sempre disponibile, sempre impegnato a condividere la sua passione a qualsiasi tipo di pubblico in tutte le condizioni possibili, anche su una montagna in mezzo alle Alpi Giulie ai Laghi di Fusine dove si è pure preso insieme al suo pubblico una quantità enorme di pioggia da un cielo che, in quella occasione, era molto più vicino del solito. Così intimo, quando nel 2015 ha scoperto non so come che una coppia sotto il palco dell’Assago Summer Festival si era appena sposata e gli ha dedicato la dolcezza infinita di When She Believes.

Il suo pugno si rivolge al cielo o è battuto sul cuore in una doppia gestualità che esprime rivoluzione e amore. Dopo ogni ovazione unisce i palmi l’uno con l’altro e si inchina al nostro appagamento, in un servilismo alla causa inspiegabile per un artista di tale levatura. Spesso quello stesso pugno lo rivolge con rabbia verso l’alto, tendendo anche il volto con i tendini del collo tesi e sporgenti in una tensione espressiva che ha pochi eguali.

Una volta all’Arena Milano nel 2011 ha cantato senza chitarra e senza microfono, a cappella, e la sua voce arrivava ai cuori delle persone senza filtri. A tutte le persone. Una potenza indescrivibile che sprigiona raramente e sempre meno, con il passare degli anni. Ma su una cosa possiamo contare, sulla sua enorme passione che non ha mai avuto una flessione. La sua forma espressiva migliore è senza dubbio quella con i suo The Innocent Criminals, ma anche da solo o con i Blind Boys Of Alabama, con i Relentess 7, con un vecchio bluesman o con la mamma, Ben Harper riesce a trasmettere la musica come pochi altri hanno saputo fare nella storia. Un diamante incastonato in uno scrigno musicale dove noi lo conserviamo vicino al nostro cuore, e dove sappiamo di poterlo trovare ogni volta che ne abbiamo bisogno. Buon compleanno Ben!

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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