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My War dei Black Flag usciva 35 anni fa

Senza troppi azzardi, si può affermare che i Black Flag stiano all’hardcore come i Sex Pistols stanno al punk. La formazione statunitense nata nel 1976 per volere del mastermind Greg Ginn, unico membro originario a resistere fino ad oggi agli innumerevoli cambi in line-up, rappresenta il nome più importante dell’hardcore americano, ma anche l’archetipo per la nascita di nuove sonorità non esattamente affini al sound degli esordi. E My War, pubblicato nel 1984, ne è la dimostrazione.

35 ANNI FA…
Il 1984 è stato uno degli anni fondamentali per la nascita dell’alternative rock contemporaneo, generato proprio dalla mutazione dell’hardcore punk: oltre al secondo full-length dei Black Flag, escono infatti i dischi più importanti di Meat Puppets, Minutemen e Hüsker Dü, la cui influenza si rivelerà immensa. Tutti e quattro gli album vengono pubblicati dalla stessa etichetta, la SST di Greg Ginn, allora la più importante label indipendente del mondo.
Dopo la nascita nel 1976 sotto il moniker di Panic, i Black Flag iniziano a farsi una certa fama suonando praticamente ovunque, dai locali più o meno malfamati, ai cortili delle scuole, alle case di amici, ai parcheggi dei centri commerciali. Il loro nome, ma soprattutto il loro logo, continua a rimbalzare di bocca in bocca e di mano in mano grazie al lavoro del prima bassista e poi grafico di culto Raymond Pettibon, disegnatore di molte copertine della band (e non solo) e ideatore dell’iconico simbolo della formazione, ovvero una bandiera stilizzata composta da quattro barre nere, simbolo dell’anarchia. Oltre ad essere considerati tra gli epigoni dell’etica e dell’estetica DIY, i Black Flag sono stati però anche i primi ad attirarsi le antipatie dei loro stessi seguaci all’interno del circuito hardcore punk. Dapprima, l’ingresso in formazione dell’ex cantante dei S.O.A., Henry Rollins, aveva fatto storcere il naso ai fan della primissima ora (molti dei quali lo consideravano poco più di un ragazzino e un poser).
E infatti, nonostante ciò che si crede oggi, i Nostri, subito dopo la pubblicazione di My War, si autoproclamano gli outsider della scena stessa, proprio perché avevano deciso di fare un passo avanti rispetto a molti altri colleghi, e rispetto alle sonorità degli esordi con Damaged (1981).

IL DISCO
Il secondo disco dei Black Flag è stato pubblicato dopo diversi anni dal debutto in quanto la band ha dovuto superare un periodo molto turbolento non solo per i continui cambi in line-up, ma anche per beghe legali riguardanti un precedente contratto di distribuzione e l’utilizzo del loro stesso nome. A proposito della formazione, all’epoca composta da Henry Rollins alla voce, da Greg Ginn alla chitarra e al basso (fatto che ha dato vita a una sorta di sdoppiamento di personalità con la creazione dell’alter ego bassista Dale Dixon) e da Bill Stevenson (noto per la sua collaborazione con i Descendents) alla batteria, lo stesso vocalist ha dichiarato più volte che Ginn non voleva membri della band, ma soltanto gente che gli obbedisse, quindi due metronomi come batterista e bassista e soprattutto un cantante che non fosse un frontman, ma un semplice megafono dei suoi stessi pensieri.

Detto questo, My War rappresenta un netto cambio di stile rispetto all’hardcore punk degli esordi. Se da un lato alcuni brani, come la titletrack o la breve Beat My Head Against The Wall (e in generale la prima parte del disco), pur facendo emergere con prepotenza riff di chiara matrice metal, conservano un modus operandi in linea con la tradizione della band, dall’altro sono i tre lunghi pezzi del lato B a fare la differenza con i primi Black Flag. Nothing Left Inside, Three Nights e Scream, con le loro sonorità lente e fangose, del tutto inedite per i Nostri, ma sintomo del loro amore viscerale per i Black Sabbath (in particolar modo dell’epoca post Ozzy) fungeranno da spunto per moltissimo crossover/metal del futuro, in particolare quello ascrivibile al filone sludge. I testi riflettono le atmosfere suggerite dal sound, in un mix tra aggressività, polemica, alienazione, depressione e anche la disillusione nei confronti dell’amore (vedi I Love You, parodia al cianuro delle ballate pop).

…E OGGI
Dopo My War, nello stesso anno i Black Flag pubblicano altri due full-length, in una sorta di delirio creativo e ispirazionale, portandosi a disinteressarsi definitivamente della scena hardcore con la pubblicazione nel 1985 di In My Head, un disco che avrà un discreto riverbero su certo alternative rock del futuro. Le loro massacranti tournée internazionali li porteranno a elevarsi a band di culto anche al di fuori dei confini californiani, ma le tensioni interne alla formazione e la personalità strabordante di Gregg Ginn, ormai in delirio di onnipotenza (tanto da bypassare Henry Rollins e la figura stessa del vocalist, optando per sessioni sia live che in studio del tutto strumentali), porteranno allo scioglimento dei Black Flag nel 1986.

Henry Rollins mette su la Rollins Band e diventerà anche attore, opinionista, oltre ad essere acclamato per i suoi spettacoli di spoken word, mentre Bill Stevenson si dedicherà più o meno a tempo pieno ai Descendents. Greg Ginn, dopo il tracollo della SST Records si dedicherà a una serie infinita di progetti paralleli, arrivando a riformare prima nel 2003 e poi nel 2013 i Black Flag, reunion che, come prevedibile, sono state segnate da cause e liti tra nuovi e vecchi componenti della band. Ma nonostante gli anni d’oro della formazione siano ormai passati, la sua influenza continua a farsi sentire anche tra realtà insospettabili o comunque molto distanti apparentemente da questa estetica, come Nirvana e Red Hot Chili Peppers, per citare solo un paio tra i nomi più noti.

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