Onstage
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I Black Stone Cherry e il vero spirito americano

Esistono poche band che anche oggi riescono a incarnare lo spirito Americano, quello fatto di viaggi infiniti su strade polverose, whisky e tanta buona musica. E tra queste, non possiamo non contare i Black Stone Cherry, una formazione che non ha mai nascosto l’amore per la propria terra d’origine, e per il sound che l’ha fatta grande.

Poco prima dell’esibizione di Chris Robertson e soci durante la seconda giornata del Rock The Castle 2019, abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare con il combo del Kentucky, che ci ha raccontato qualche dettaglio sull’ultimo arrivato in casa BSC, Family Tree (2018) e di come funzionano le dinamiche interne di una band arrivata oggi al 18esimo anno di attività.

Nonostante i chilometri che separano il Kentucky dal Bel paese, i Nostri sentono una particolare connessione con i fan nostrani, un legame che il quartetto tiene sempre a onorare nel migliore dei modi. “Avete delle location spettacolari in Italia, una bellezza che compete solo con l’energia che i nostri fan italiani ci dimostrano durante gli show. Per questo cerchiamo sempre di fare un set diverso a ogni data, magari senza stravolgerlo del tutto, ma ci sembra giusto variare per regalare ogni volta un’esperienza diversa al nostro pubblico. Abbiamo pubblicato sei album, e vogliamo sempre che in un modo o nell’altro siano presenti nelle nostre scalette, ma a tempo stesso non vogliamo scontentare nessuno, neanche noi stessi, perché abbiamo un lnumero infinito di pezzi che ci piace particolarmente come rendono dal vivo. È una decisione molto lunga e complessa, pensa che non abbiamo ancora deciso la setlist definitiva per stasera”.

La dimensione live è forse l’aspetto più importante dell’universo Black Stone Cherry. “Siamo una band che ha tantissime influenze, blues, r’n’b, heavy metal, southern rock. Etichettarci sotto un’unica definizione è pressoché impossibile. Per questo il nostro consiglio, per chi vuole avvicinarsi al nostro sound, è ancor più che ascoltare brani random su Spotify, guardare video dei nostri concerti o meglio ancora venirci di persona. In realtà ce lo dicono in molti, durante i nostri live diamo tutti noi stessi, ed è lo specchio di come siamo sul serio. Per questo pensiamo che i nostri show debbano sempre essere memorabili, vogliamo regalare alle persone delle esperienze che non dimenticheranno facilmente. È più facile fare un bel disco piuttosto che suonare un ottimo set. Il punto sta nel portare sul palco qualcosa a cui la gente creda”.

A proposito di dischi, la formazione, da Kentucky, pubblicato nel 2016, ha avuto modo di toccare con mano un approccio completamente diverso rispetto al passato, godendo di una maggiore libertà. “Kentucky è stato il primo album con la nostra attuale etichetta, ed è un full-length in cui abbiamo lasciato fluire le nostre emozioni senza filtro, come dei bambini che giocano a dodgeball. È stata anche un’opera di transizione verso ciò che siamo oggi, ha cambiato il nostro modo di porci nei confronti del lavoro. Prima eravamo molto più vincolati a chi ci diceva “il vostro sound deve essere così, questo pezzo deve diventare una hit”, per un po’siamo stati al gioco, ma è stata dura perché non eravamo noi per davvero. Penso invece che l’approccio che abbiamo ora sia molto più naturale e paradossalmente, anche dal vivo, rispecchi molto l’energia che avevamo da teenager, quindi ovvio, ci divertiamo anche molto di più”.

Per questo Family Tree è lo specchio attuale della band, finalmente libera da vincoli e in grado di esprimersi al meglio, sia in studio che sul palco, e particolarmente desiderosa di scrivere nuovi capitoli del proprio futuro. “Family Tree è stato scritto a casa del nostro batterista, ma anche on the road, ovunque potessimo farlo insomma. I tempi sono cambiati, una volta prima di pubblicare un album si potevano anche aspettare 5 o 6 anni, adesso ogni 18 mesi bisogna essere pronti con materiale inedito da consegnare in pasto al mondo, è la nostra società che ce lo impone, ormai tutto è più veloce e frenetico, purtroppo. Ci piacerebbe metterci all’opera sul successore di Family Tree la prossima primavera, per poi darlo alle stampe nell’autunno del 2020. Scriviamo canzoni da quando abbiamo 15 anni, quindi è inevitabile che il nostro processo di scrittura e composizione sia cresciuto con noi. Quel che è certo è che il tempo passa, ma è sempre divertente lavorare insieme come se fosse il primo giorno. Inizia tutto con un soundcheck, poi ci mettiamo a suonare e registrare quando ce ne veniamo fuori con buone idee. Ogni scusa è buona per mettersi a scrivere e provare roba nuova. Non siamo il tipo di band che si mette a comporre a tavolino in studio, per poi andare a registrare qualcosa nato in maniera forzata e superficiale. La spontaneità è la chiave per noi”.

Come tutti noi, i Black Stone Cherry hanno un sogno nel cassetto, anzi qualcuno in più. “Abbiamo una lista infinita di artisti con cui vorremmo collaborare. Essendo fan dei Led Zeppelin, un sogno ad occhi aperti è Robert Plant, ma anche Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra. Siamo molto legati al sound di quell’epoca soprattutto per una questione di famiglia, i nostri genitori ascoltavano i Beatles, piuttosto che i Led Zeppelin stessi, o i Traveling Wilburys (in cui ha militato lo stesso Lynne, ndr). E c’è proprio un lavoro solista di Jeff Lynne, Armchair Theatre, uno degli album migliori che siano mai esistiti, che ha segnato la nostra infanzia. Sarebbe fantastico se Lynne producesse uno dei nostri prossimi dischi”.

A proposito di sogni, i ragazzi sono molto realisti e riconoscenti quando si tratta di parlare della loro carriera e della loro vita on the road, tra alti e bassi del tutto fisiologici in una band a certi livelli. “Siamo stati e siamo tuttora molto fortunati. Viaggiamo costantemente, abbiamo visto praticamente tutto il mondo, portando la nostra musica in posti che neanche immaginavamo che esistessero. È un sogno che viviamo ogni giorno, e anche se è dura separarsi dalla propria famiglia per mesi magari, e nonostante gli ostacoli più o meno grandi che talvolta dobbiamo affrontare, il bello è che pur essendo il nostro lavoro da anni non lo consideriamo come tale. È la nostra vita, e ci siamo sempre buttati a capofitto sapendo di avere le spalle coperte l’uno dall’altro. Proprio come voi in Italia siete molto legati al concetto di famiglia, lo siamo anche noi, e abbiamo trasposto questa idea all’immagine che ci siamo costruiti come combo. Siamo insieme da tantissimo tempo, alcuni di noi si conoscono dai tempi dell’asilo”.

In effetti la line-up non è cambiata fin dagli esordi dei Black Stone Cherry, qualcosa di estremamente raro tra le rock band. “È pazzesco a pensarci, ma credo che andiamo ancora d’accordo dopo tutto questo tempo perché siamo fratelli, non di sangue, ma di spirito. È fondamentale questo legame, devi pensare che una band funziona allo stesso modo di una famiglia vera e propria. Dovrai stare a stretto contatto con queste persone per il resto della vita, magari anche in situazioni estreme. Per questo abbiamo chiamato Family Tree il nostro ultimo album”.

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Chiara Borloni

Foto di Mathias Marchioni

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