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15 anni fa usciva Silent Alarm dei Bloc Party

Se c’è un disco del quale molto probabilmente capiremo il l’enorme valore tra una ventina di anni, questo è Silent Alarm, il debutto dei britannici Bloc Party. E per una semplicissima ragione, che non è spinta da una infelice battuta razzista sul colore della pelle del loro frontman Kele Okereke: di fatto sono la “gemma nera” della musica d’Oltremanica di quegli anni.

Silent Alarm arriva nel 2005 e la sua sfortuna, sulla carta, è arrivare l’anno prima dell’omonimo debutto dei Franz Ferdinand e soprattutto nel pieno dell’esplosione del fenomeno Arctic Monkeys, che di lì a poco avrebbe sbaragliato le carte di quel mercato. Pur di fronte a due colossi, che nel confronto con la storia raccoglieranno molto più successo di loro, i Bloc Party riescono comunque a riscuotere un enorme successo, grazie soprattutto al buzz mediatico di un network come BBC Radio 1 e l’influenza della quale godeva al tempo. Il Regno Unito nel 2005 viveva un periodo florido che ha lanciato e travolto una lista infinita di band, molte delle quali finite nel dimenticatoio. I Bloc Party non sono tra questi, e proprio perché rispetto agli altri erano diversi.

Il concetto di “gemma nera” è legato alle tematiche trattate nel disco. Mentre tutte le band erano focalizzate su temi positivi e su sonorità che spesso viravano su tematiche ballabili, i Bloc Party spiattellano qui il pessimismo di una generazione che si deve scontrare con l’età adulta, sentimento cristallizzato nella cinica Compliments che chiude il lavoro.

Raccontato come una sequenza di episodi la cui tematica è la vita di alcune persone, nelle canzoni si parla di stravolgimento di valori ed abitudini, come Like Eating Glass che rende dolorosa anche un’azione normale come nutrirsi, o Helicopter che, pur essendo riconducibile al dance rock di altri colleghi, fa entrare in testa quell’Are you hoping for a miracle? che non vuole lasciar scampo all’ascoltatore.

Il singolo più noto di Silent Alarm, Banquet, va a braccetto con la successiva Blue Light, dove si tratta il tema della nascita di una relazione nell’età adulta e si scontra con la sua stessa fine, dove alla rassegnazione ed alla comprensione di quanto accaduto si contrappone la consapevolezza che questa fungeva anche da antidoto ad atteggiamenti autodistruttivi. La desolazione della copertina sembra voler iconograficamente richiamare a quegli stati nordici dove spesso il suicidio è una soluzione alla solitudine invernale.

Si parla di relazioni in Silent Alarm, dal rapporto con i medicinali di un’amica schizofrenica in She’s Hearing Voices a quella con i genitori dell’adolescente Luno, passando per la quasi profetica This Modern Love dove, con una decina di anni di anticipo, i Bloc Party anticipano quel rapporto basato sullo schermo di un cellulare, che a quel tempo era ancora in una fase embrionale (Facebook era ancora circoscritto al recinto delle università statunitensi e MySpace era un veicolo principalmente usato dalle band per l’autopromozione).

Un disco che nella sua produzione si dimostra all’avanguardia. E non è un caso che in cabina di regia sia presente Paul Epworth, al tempo al debutto come produttore ed ora tra iquelli più gettonati nell’ambiente rock e anche in quello pop, soprattutto grazie al successo ottenuto con Adele.

Tolte alcune genialate che sembrano voler richiamare al passato, come la marcia che chiude l’unico pezzo con valenza politica dell’album (Price Of Gasoline), la vera e autentica svolta è quella di dare maggior spessore alla sezione ritmica, diretta da Gordon Moakes e Matt Tong che per uno scherzo del destino saranno anche quelli che lasceranno la band poco meno di dieci anni dopo. Pur con momenti più dilatati, nei quali viene dato ampio spazio anche ad inserti elettronici, a dominare sono infatti i ritmi di batteria quasi ossessivi e le linee di basso che vogliono enfatizzare l’aspetto percussivo più che quello melodico. Un album più figlio dei Joy Division rispetto agli artisti contemporanei, cosa che al tempo era circoscritta a pochi, e che ora è il leitmotiv di molte band conterranee.

Silent Alarm, infine, è pura avanguardia. Anticipa come sarebbe stato il rock britannico, indipendente ma non troppo (loro stessi debuttarono grazie alla V2, che gravitava al tempo in orbita EMI), degli anni successivi ma soprattutto i sentimenti di un’intera generazione da lì in avanti.

E’ il perfetto manifesto di una qualsiasi persona che abbia vissuto l’età tra i 18 e i 25 tra il 2008 e il 2015: un’era di precariato, continuo pessimismo, una sorta di “no future” di Sexpistolsiana memoria dove c’è una flebile speranza ma che sprona l’ascoltatore a cercare una soluzione ai propri problemi. Concetto che in molti di questa generazione non comprendono, preferendo isolarsi in un mondo palliativo fatto di social ed ostentazione di ornamenti contemporanei per nascondere i propri fallimenti. Un cambio nelle relazioni che, di fatto, gli stessi Bloc Party anticiparono con Silent Alarm, tanto tragico quanto attuale.

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