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Bon Iver a Verona, la magia del ritorno

Tutto ha inizio nel 2007 quando Justin Vernon, chitarra e dolore in mano, decide di ritirarsi in una casa di proprietà del padre tra boschi e campagne, nel Wisconsin, per affrontare un lungo inverno interiore e alleviare la propria sofferenza, dopo l’interruzione di una storia d’amore. Un inverno così vissuto da fondersi con la propria identità: Bon Iver (dall’espressione francese bon hiver) sarà da lì in poi il moniker attraverso cui l’artista sorprenderà il panorama musicale degli anni duemila, con un album rivelazione come For Emma, Forever Ago, con il suo falsetto preciso, estremo e disperato a demarcare una direzione del tutto personale, con altri due album all’attivo, Bon Iver, Bon Iver e 22, A Million, coordinate fondamentali di un percorso di evoluzione e con un nuovo lavoro in studio, (iCOMMAi è stato finalmente confermato), in uscita il prossimo 30 agosto 2019.

Ora, in tutti i viaggi più o meno fiabeschi o metaforici nei boschi si arriva ad un castello, ad una roccaforte. E Bon Iver, per il tanto atteso appuntamento del 17 luglio, unica data del tour prevista in Italia, ha letteralmente conquistato il Castello Scaligero di Villafranca di Verona.

Il sole non è ancora tramontato quando l’autore di Eau Claire, appare sul palco acclamato dal sold out dei 9000 presenti, in attesa di vedergli indossare le immancabili cuffie da oltre due anni. Gli accordi cristallini e l’attacco del falsetto di Perth avvolgono le mura in un involucro magico, sospeso nel tempo, prolungato per tutta la durata del concerto. Una dimensione orchestrale dove diventa imprescindibile il contribuito di ogni componente, in particolar modo per i brani estratti da 22, A Million, tendenti ad un matematico minimalismo nella versione registrata. Con i colpi decisi delle due batterie a fare da metronomo, 666 ʇ è il tracciato del battito cardiaco inciso su un pentagramma; in ___45____, le melodie di un organo sillabato ai synth pad e le note del sassofono accompagnano un registro cantautoriale profondo e cupo sino a sfociare, canalizzato da miriadi di distorsioni vocali, in 10 d E A T h b R E a s T e 715 CREEKS, policrome e postmoderne nel sound.

Grazie ad una resa acustica calibrata magistralmente, ogni singola vibrazione, ogni singolo fruscio entrano in un circolo sonoro totalizzante all’interno del quale anche i rumori e le alterazioni sono eloquenti. Dal frastuono della vita tecnologica, decodificata, robotizzata si fa un passo indietro con la distensiva Calgary e con Creature Fear che chiude il primo set con un finale riarrangiato in chiave rock e dominato dallo sfavillio di luci e laser.

Venticinque minuti di pausa separano i fan dalla seconda parte del live. Ecco di nuovo Bon Iver sul palco, da solo. Abbraccia soltanto la sua chitarra, quella chitarra che da sempre significa Skinny Love. Il capolavoro di For Emma, Forever Ago è accolto da un sussulto. Il falsetto come un urlo bloccato in gola, le pennate sulle corde taglienti, l’autenticità del ricordo nel ritmo folk, l’inno dell’amore finito. Una rievocazione, inoltre, dell’immaginario entropico del primo disco, richiamato in tutte le sue sfumature da Flume, definita da sempre dall’artista come traccia catalizzatrice, scintilla iniziale e continuo nutrimento del processo artistico della band.

Un costante intreccio tra passato e presente, tra consapevolezze e ricordi, come i frame in bianco e nero che appaiono sul maxischermo durante Hey, Ma singolo che anticipa l’uscita del nuovo album. Un omaggio all’infanzia di Vernon, in versione chitarra e voce che anticipa il momento catartico per eccellenza dedicato al ricordo. Luci soffuse, fari puntati dall’alto come stelle ad illuminare un notturno e inizia Holocene. Cinque minuti di pura sospensione, la presenza/assenza dei contorni della memoria, l’evanescenza nell’incipit “Someway, baby, it’s part of me, apart from me”. Immagini indefinite, sentieri lontani dalle lande desolate ma aderenti, invece, all’inconscio.

Poche parole di sentita riconoscenza precedono The Wolves (Act I e II) impreziosita da una rivisitazione full band. Ogni verso, deciso e ferito, è scandito dallo stacco di batteria, i cori a più voci riecheggiano l’ululato dei lupi, abitanti selvaggi delle terre che hanno visto la composizione di For Emma. Quest’ultima, intonata all’unisono, sembra annunciare il finale.

Finale che viene, invece, affidato a 22 over soon, chiusura algebrica di un cerchio che ruota alla contemporaneità, non tralasciando nessuna delle componenti acquisite lungo il cammino. C’è Bon Iver con il suo falsetto, il vocoder, gli effetti distorti dei synth, la modulazione elettronica ma c’è anche Justin Vernon con la sua acustica, il colore caldo della voce, il suono malinconico e solitario del sax lì vicino. E poi c’è silenzio. Un attimo e tutto si spegne, lasciando frastornati, appesi alle proprie emozioni.

In fondo, la musica del fantasmagorico progetto che prende il nome di Bon Iver è anche questo. La colonna sonora di una costruzione e ricostruzione inconscia, talvolta surreale, come le immagini evocate nei suoi testi. Un cammino, più o meno geografico, ma solitario ed estremamente personale. Un richiamo mistico, costante per l’anima a creare i propri suoni e a non temere i propri silenzi.

La scaletta del concerto:
Perth
666 ʇ
Heavenly Father
Towers
Blood Bank
____45_____
10 d E A T h b R E a s T
715 – CREEKS
29 #Strafford APTSCalgary
Creature Fear
Skinny Love
Minnesota, WI
Flume
Hey, Ma
33 “GOD”
8 (circle)
Holocene
The Wolves (Act I and II)
For Emma
22 (OVER S∞∞N)

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