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La nuova luce dei Boy & Bear al Circolo Magnolia di Milano

Da quando l’ascolto in streaming ha preso il sopravvento, accade sempre più spesso di non avere il pieno controllo della musica con cui si viene a contatto. Se, in passato, gli appassionati si lanciavano in ardue ricerche di band e artisti nuovi, persino sconosciuti e provenienti da terre lontane, ora sono le novità a bussare alle porte dei nostri Spotify o YouTube.
Nel mio caso, per quanto riguarda i Boy & Bear è successo esattamente questo: una playlist più o meno tematica, qualche skip, qualche brano scorso senza troppa attenzione e poi la loro Suck On Light. Ho lasciato da parte le mille attività svolte in contemporanea per salvare la traccia e avviare quel meccanismo retroattivo che funziona per click all’indietro.

Suck On Light – click – album omonimo pubblicato il 29 settembre 2019 per Nettwerk Music Group – click – Boy&Bear, appunto. Il quintetto australiano, formatosi dalla sinergia di cinque musicisti già attivi ai tempi dell’università, festeggia quest’anno il decimo anniversario di carriera, vantando la vittoria di cinque ARIA Awards e la menzione da parte di USA Today in qualità di una delle cinque realtà australiane da conoscere. Tutte le carte in regola, insomma. Come se non bastasse, il giorno stesso della scoperta, per qualche fortunata congiunzione astrale, è arrivato anche l’annuncio della data in Italia: 17 febbraio, Circolo Magnolia, Milano.

È terminata ieri l’attesa, in una piovigginosa serata invernale. Chi, come me, giunge alla location con grande anticipo, si trova di fronte ad un palco cosparso di strumenti musicali e tappeti persiani che profuma di un ambiente a metà tra il mercatino vintage e la locanda frequentata dalla clientela di affezionati. “Riusciranno a suonare in così poco spazio?” – ci chiediamo. La risposta è di certo affermativa, impreziosita dal senso di vicinanza e partecipazione dato dal contesto “club”. Risposta subito confermata dall’atmosfera che si crea già durante l’apertura del trio inglese tutto al femminile Wildwood Kin formato dalle sorelle Beth e Emillie Key e dalla loro cugina Meghann Loney. Il pubblico, nonostante non sia numericamente quello delle grandi occasioni, apprezza il talento, la versatilità, le mirabili armonizzazioni e la prorompente simpatia della formazione inglese.

L’orologio segna quasi le 22 quando Killian Gavin, Tim Hart, Jonathan Hart, David Symes e David Hosking si fanno strada, tra i cavi e l’attrezzatura, posizionandosi rispettivamente alla chitarra, alla batteria, alle tastiere, al basso e al microfono. Proprio attorno alla figura del frontman ruota il capitolo centrale della storia della band, una sorta di spartiacque artistico ed esistenziale che delimita due fasi. La prima legata ai tre album Moonfire, Harleiquin Dream e Limit of Love, usciti tra il 2011 e il 2015, con cui i Boy & Bear hanno guadagnato una posizione di spicco nel panorama indie folk internazionale. È immediato il paragone con Fleet Foxes e Mumford & Sons, sebbene venga sempre mantenuta quell’impronta personale più selvaggia che, nel set, si interseca con melodie corali, l’eco del banjo, sfumature naif e con la voce profonda, caratteristicamente nasale, tipica del cantastorie di Dave. Con la sua camicia morbida color sabbia, i capelli mossi e la Gibson segnata dal fuoco di plettri roventi, nei versi di Milk and Stick, Three Headed Woman, Big Man, egli ripercorre un viaggio tra terre lontane, deserti, vicende familiari, amori, incontri, addii.

La seconda è invece segnata nell’intimo dalla malattia che ha colpito Hosking e che ha interrotto i lavori del gruppo per quattro anni. Il suo sistema nervoso è stato messo in grave pericolo dall’infezione scatenata da un batterio, riducendo, in modo drastico, la capacità di scrivere, rapportarsi, concentrarsi e causando l’isolamento in una bolla confusionale. Poi una cura rintracciata a seguito di una lunga e snervante diagnosi e, da lì, la rinascita a colori, come quelli che esplodono sull’artwork di Suck On Light. È il diario di un cammino di ombre e luci l’ultimo prodotto in studio della band. Su un pattern sonoro più pop e di forte derivazione seventies, si innestano i ridenti accordi al piano della titletrack, intonata da tutti i presenti, il contrappunto mordente del basso nel blues radiofonico di Bird Of Paradise, il dialogo elettroacustico delle chitarre in Telescope, la linea vocale in primo piano nell’emblematica Hold Your Nerve.

Una prova di maturità confermata dall’eccellente resa live che amplifica e dilata emozioni e senso di empatia. Come per un ciclo solare che compie il suo giro, il concerto si chiude con il flashback malinconico di Southern Sun, in una parabola armonica di essenziale autenticità. Dai volti sorridenti di Dave e compagni, scesi dal palco per conoscere i propri fan, traspare la gratitudine, la passione e il desiderio di condividere la propria musica e il proprio messaggio di speranza: può esserci una via di uscita luminosa dal vortice dell’oscurità. E la direzione si trova più facilmente, più umanamente, restando uniti.

La scaletta del concerto
Old Town Blues
Milk & Sticks
Three Headed Woman
Work of Art
Bridges
Telescope
Harlequin Dream
Suck On Light
Big Man
A Moment’s Grace
Breakdown Slow
Bird of Paradise
Hold Your Nerve
Feeding Line
Walk The Wire
Limit of Love
Southern Sun

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