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Il racconto del concerto di Brian Fallon a Milano

Santeria Social Club di Milano, 17 febbraio 2019: finalmente, dopo tre anni in giro per l’Europa, Brian Fallon arriva in Italia per la sua prima data da solista. Archiviato il tour celebrativo dei dieci anni di The 59 Sound, il disco più amato dei suoi The Gaslight Anthem, Brian si ritrova di nuovo per conto proprio. Questa volta senza l’appoggio dei The Howling Weather, la backing band che l’ha accompagnato nell’ultimo tour in supporto a Sleepwalkers, secondo album solista. Un one-man-show in acustico, durante il quale può emergere senza freni la dirompente personalità del cantautore del New Jersey.

I brividi tipici di un set acustico non si fanno attendere e l’apertura è affidata a National Anthem, pezzo amatissimo dei Gaslight che rompe il ghiaccio. Basta un cenno e il feeling con il pubblico dello Stivale è ripristinato, come se non fosse passato molto più che qualche giorno da quel novembre 2014, quando all’Alcatraz di Milano la sua band chiudeva l’ultimo show italiano. Ci scherza subito su: “Non è colpa mia! Pensate che gli artisti siano liberi e abbiano il controllo, ma non è così. È bellissimo essere di nuovo qui”.

Brian è spontaneo come pochi altri artisti, della sua o di qualunque altra generazione. Ama quello che fa e lo si percepisce da ogni espressione. È un intrattenitore nato, uno che la sa lunga, che per ogni storia nota ne ha altre due mai raccontate. I centimetri che separano il palco dalla platea si riducono canzone dopo canzone, fino a trasformare il Santeria Social Club in un intimo salotto. E Brian è un padrone di casa gentile e ospitale, mette a proprio agio i suoi ospiti e tira fuori un brillante repertorio di aneddoti e battute che farebbe invidia alle migliori stand-up comedy.

Tra chitarra e piano, lo show è creato su misura sulla sua persona, piuttosto che sui fan. Nonostante abbia grande rispetto per il suo pubblico non è mai stato un artista da moine gratuite e ruffianate. Ogni elemento del concerto è dettato dal suo gusto, come la cover di Yer So Bad di Tom Petty. “Non è una sua hit, ma per me lo è” e questo basta per concederle un posto d’onore in scaletta, tra Red Lights e She Loves You.

Si divide tra chitarra e piano e non ha nessuna scaletta preparata. Lui è fatto così, non bisogna dirgli quello che deve o non deve fare. Perciò improvvisa, sia nei brani che nelle storie da raccontare, e proprio in un momento guidato dal puro istinto si sofferma sulla bellezza del pubblico italiano. Da un confronto con altri artisti pare sia emersa una prospettiva condivisa secondo cui siamo ottimi ascoltatori. Accogliamo bene i contenuti, apprezziamo i gesti. Per questo arriva il gesto più sorprendente della serata: fa il suo debutto in questo tour la piano version di The 59 Sound, il pezzo più rappresentativo di tutta la carriera di Brian. Non solo, rincara la dose: “tirate fuori i cellulari, questa ve la invidieranno tutti sul web perché in questo tour la suonerò solo per voi”.

L’altra grande chicca della serata è la cover di If I Had A Boat, di Lyle Lovett. Per il resto si destreggia tra Painkillers e Sleepwalkers, i suoi primi due dischi da solista, senza dimenticare qualche altro singolo dei Gaslight, come American Slang e la conclusiva Blue Jeans And White T-Shirts. Non concede il bis perché la trova l’usanza stupida, ma promette di tornare. E nonostante non abbia il controllo su quali paesi includere nei propri tour e quali no, viene naturale pensare che farà di tutto per mantenere quella promessa. Perché, come dopo ogni suo concerto, lo si saluta con quella strana e piacevole sensazione di aver accolto un vecchio conoscente e aver congedato un caro amico. Una sensazione che, soprattutto di questi tempi, ha un valore inestimabile.

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