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Bruce Dickinson a Milano, la voce degli Iron Maiden si racconta senza filtri

Si recita a soggetto, signori, e questa volta il soggetto è Bruce Dickinson, anzi, la sua folle vita, già messa nero su bianco nell’autobiografia What Does This Button Do?, uscita in Italia a marzo 2018 e con la quale la leggendaria voce degli Iron Maiden sta girando i teatri d’Europa con lo spettacolo A Conversation With Bruce Dickinson. Lo abbiamo visto ieri sera al Teatro Dal Verme di Milano, dove istrionico con l’ausilio di una manciata di vecchie foto, ha tenuto banco con un monologo di quasi due ore, in grande spolvero, prima di rispondere alle domande del pubblico.

Nelle quasi quattrocento pagine dell’autobiografia, scritta durante il The Book Of Souls World Tour, Dickinson – che oltre a vantare una carriera musicale di grande successo, è anche pilota di linea per una compagnia aerea, imprenditore, produttore di birra (la Trooper, che sorseggia con gusto nel corso della chiacchierata), speaker motivazionale, dj in radio, scrittore, sceneggiatore per il cinema e campione di scherma – condivide per la prima volta con il pubblico gli alti e bassi di una vita vissuta schiacciando ogni bottone possibile, senza sapere che meccanismo avrebbe azionato. Un incredibile rollercoaster, direi, ma fin qui tutto bene.

Allacciate le cinture, si parte dal principio, cioè il suo arrivo in questo mondo a gran sorpresa. «Sono nato nel 1958 in una città di minatori, Worksop, la cosa interessante è che in tutto il mondo ne esiste solo una, l’hanno fatta e hanno pensato: abbiamo fatto un cazzo di errore cerchiamo di non ripeterlo più – scherza -. Mia madre aveva sedici anni quando rimase incinta di me, quindi rimasero tutti un po’ sorpresi, soprattutto mia nonna. Poco dopo i miei si misero a girare con un circo, avevano un numero con un cane… trovai una foto traumatica di questa cosa quando avevo circa quindici anni. I miei ritornarono quando avevo cinque anni. Fino ad allora ero cresciuto con mio nonno, che mi piaceva, era un tipo a posto, e credo che sia questa la causa scatenante del mio lieve problema con l’autorità: i miei arrivarono e mi portarono via: “Siamo i tuoi genitori” e io “Ok, ma da quando?”».

Spostatosi a Sheffield con i suoi, Dickinson entrò nel secondo pazzo capitolo della sua giovane vita: la English Public School. «Paradossalmente significa scuola privata, ma siamo in Inghilterra, non fatemi domande. Mio padre lavorava giorno e notte per mandarmi lì, voleva che avessi tutta l’istruzione, che lui non aveva avuto, ma io non mi ci trovavo per niente. Tra l’altro la scuola l’avevano scelta in base al fatto che mia zia, che poi non era mia zia, era la cuoca… cosa?! Dopo qualche settimana ero in ospedale con la salmonella e spruzzavo liquidi da ogni cazzo di orifizio, in pratica cercò di avvelenarmi!».

Tra una scazzottata e l’altra con i compagni di scuola, Bruce entrò nella sua prima band. «Durò due giorni. Io volevo diventare un batterista, ma avevo un problema pratico, non avevo idea di come far entrare in casa dei miei una batteria senza che se ne accorgessero e poi non potevo permettermela, così rubai un paio di bongos. La formazione era bongos, chitarra e basso. Il bassista cantava nel coro della scuola e aveva una voce da basso, non esattamente il meglio per fare rock. Decidemmo di imparare Let It Be dei Beatles, il nostro cantante arrivato al chorus iniziava a strozzarsi e allora: “Falla finita con quei bonghi e aiutami a cantare!”. Attaccai e dopo due secondi mi disse: “Tu sei il nostro cantante”. Diventato il nuovo cantante, ci dividemmo all’istante per divergenze artistiche».

Eppure appena entrato a scuola il music test d’ordinanza aveva sancito la sua inettitudine al canto. «Dickinson: non singer», recitava il certificato, la prima delle tante previsioni errate da parte del corpo docenti. Quella che gli dà più soddisfazione ad oggi è quella scritta sul certificato di espulsione: «“La sua lingua è sempre stata la sua rovina”. Beh, ci ho costruito una cazzo di carriera!», osserva, con il giusto godimento. Forse in realtà il suo problema furono quei due quintali di letame fatti consegnare al custode del dormitorio o l’aver pisciato nella cena del preside, tutti reati confessati alla ricerca del piacere di vedere cosa sarebbe successo.

Finiti in qualche modo gli studi, Bruce arrivò all’Università, facoltà di Storia Moderna. «Per due anni bighellonai. Facevo il social secretary, cioè andavo in giro a scegliere band da portare a suonare al college. In quegli anni ho visto la maggior parte delle mie band preferite, le ingaggiavo per il college e abbiamo perso una fottuta fortuna. È stato fantastico, spendevo i soldi del governo per il mio intrattenimento personale, meraviglioso!».

Uscito dall’università fu l’ora della sua prima vera band, gli Speed. «Pensavano tutti che ci facessimo di speed, ma ci chiamavamo così perché suonavamo tutto fottutamente veloce. In realtà io avevo provato a fumare un bong una sola volta, la mia cosa è sempre stata la birra e tanto caffè nero, che mi piace anche troppo».

Poi, e siamo alla fine degli anni ’70, entrò nei Samson. «In due anni riuscimmo a fare ogni singolo errore che si possa commettere nell’industria musicale – ricorda -. Ne abbiamo combinate talmente tante che potremmo scriverci un libro, ma credo che il tutto sia dipeso dal fatto che eravamo costantemente sotto l’effetto di qualche droga». L’aneddotica su questo periodo si spreca, come quella volta che girarono in tour tra Inghilterra e Scozia con una macchina affittata, «ma che ormai era registrata come rubata, perché non avevamo un penny. Giravamo con un’oca finta ripiena d’erba che avevamo legato al tetto, per fortuna il nostro manager Brian era buddhista, guidava e aveva una carta di credito».

Alla fine comunque fecero tre dischi, ma soprattutto fu proprio durante un live con i Samson, l’estate dell’81 al Reading Festival, che Dickinson venne precettato dai Maiden per sostituire Paul Di’Anno. «Andammo in tour e fu un’esperienza indimenticabile. Potete immaginare cosa significhi realizzare ogni singolo sogno che avete mai avuto nell’arco di un anno? Il nostro sound era grandioso, ma avevo ventidue anni e cos’avrei fatto nel resto della mia vita? Nella mente mi frullava quest’idea: non potremmo rallentare un secondo? – confessa -. Per cinque anni fu il più incredibile rollercoaster, solo che quello va su e poi giù, il nostro andava giù e non si fermava mai!».

Arrivarono anche al Rock in Rio, per la prima volta nell’85. «Suonavamo prima dei Queen e ricordo che eravamo tutti molto nervosi perché la settimana prima del live era stata una sorta di Beatlemania. Sul palco il suono faceva schifo, avevo la chitarra, ma non la sentivo, così iniziai a sbracciarmi con un fonico, ma niente, allora vado al suo banco e gli urlo in faccia e lui: “Ma sei fuori?”. Mi levo la chitarra, la mia bellissima Ibanez blu, ma nel farlo mi sono aperto la fronte. C’era sangue dappertutto, nel backstage si rifiutarono di pulirlo, perché dicevano che era grandioso in video. Esco su palco e la folla impazzisce, così sull’onda degli eventi scaglio i monitor giù dal palco. Il giorno dopo in prima pagina sui giornali invece dei Queen, c’era la mia cazzo di faccia insanguinata».

Bruce scherza sui vari look folli di quel periodo – «immaginate di entrare in un charity shop a occhi chiusi, ecco questo è il risultato» – prima di tornare a questioni serie: l’abbandono degli Iron Maiden per la carriera solista in un momento, i primi ’90, in cui la band era all’apice del successo. «In quel momento eravamo convinti che fosse l’apice del nostro successo, ma in realtà ancora oggi sta continuando a crescere sempre di più. Ma pensateci, quella era un’istituzione a tempo pieno e a un certo punto mi resi conto che non sapevo assolutamente nulla del mondo reale. Volevi una macchina, una macchina arrivava, tutto era irreale, dov’era la vita vera? L’unico modo per scoprirlo era uscire dalla band».

«“Tutte le crescite sono un salto nel buio. Un atto spontaneo non premeditato senza il beneficio dell’esperienza” – cita Henry Miller – e anche in quel caso non avevo idea di cosa sarebbe successo, ma d’altro canto sono io quello che pisciò nella cena del preside. Ho fatto qualsiasi genere di cosa nella mia vita e ho capito che seguire il cuore e lasciarsi trasportare dalla corrente porta sempre in qualche posto interessante. Alla fine ci sono voluti degli anni per capire chi ero. Credo che forse gli Iron Maiden abbiano aumentato il loro successo, e sicuramente funzionano meglio per me, perché ci ho riportato la persona che sono diventato e la cosa ha cambiato dall’interno la band».

Uscito dai Maiden, Dickinson ha preso il brevetto di pilota, «uno sballo totale», arrivando a lavorare come pilota di linea per una decina d’anni – «prendevo dei congedi non pagati per andare in tour, una follia!» – e da solista con i Tribe of Gypsies ha realizzato «qualche album figo. Uno di questi giorni uscirò con un disco nuovo, ho già le demo pronte».

Sì, perché Bruce Dickinson, nonostante i sessant’anni suonati, non lo ferma nessuno, nemmeno il cancro alla gola, che ha sconfitto e di cui oggi parla con sorprendente ironia: «Appena mi hanno diagnosticato la malattia ho passato tre giorni, in cui le uniche cose che notavo girando per Londra erano chiese, cimiteri e ospedali e io ero uno che quando girava notava il sole, gli alberi e i sederi delle donne. Così ho pensato che questa cosa non deve durare, perché se vado avanti con questo stato mentale andrò fuori di testa. Certo è stata dura, ma ho affrontato il cancro come un ospite indesiderato, qualcosa che io stesso avevo generato, ma che dovevo cordialmente cacciare fuori dal mio corpo. Questo è stato il mio approccio: mi curerò al meglio che posso, ma tu devi andartene, addio!».

E per finire qualche chicca dalle risposte alle domande del pubblico.
Com’è cambiata la tua voce nel tempo?
«La voce cambia nel tempo, così come cambia il tuo corpo, diventa tutto un po’ meno flessibile. Io per ora sono molto fortunato, perché le mie note più alte ci sono ancora tutte e dopo il trattamento contro il cancro, che non ha toccato la laringe, ma alcune delle note più basse, soprattutto sulle vocali sono diventate un po’ più difficili da cantare, da tenere nel vibrato, cavolate tecniche».

Hai un rituale prima di salire sul palco? «Si, mi nascondo dove nessuno può sentirmi e scaldo la voce. Quando sento gli altri cantanti che lo fanno mi sembra di essere un istituto di igiene mentale, quindi mi assicuro che nessuno mi senta».

Com’è stato coverizzare Bohemian Rhapsody? «Credo che la mia versione di Bohemian Rhapsody sia una schifezza. Sfortunatamente la tonalità della canzone è stata cambiata, credo che in quella originale sarebbe stato molto meglio con la mia voce. È andata così e personalmente non è una delle mie cose più riuscite».

Hai mai chiesto un autografo? «Si, una sola vota nella mia vita: William Shatner! E una volta me ne è stato dato uno che non avevo chiesto, da Johnny Cash. Eravamo nel backstage a Toronto e lui venne a chiedermi un autografo per sua figlia, che a quanto pare è una mia grande fan, glielo feci, incredulo, e poi lui mi diede il suo. Che leggenda!».

Che libro stai leggendo? «A Pair of Silver Wings è un romanzo su un pilota della seconda guerra mondiale. Diventerà un film, di cui scriverò le musiche e spero che già l’anno prossimo si inizierà a girare anche qui in Italia, dove parte del romanzo è ambientato. Nel cast ci sono alcuni attori eccellenti, come William Hurt e Kevin Kline».

Cinzia Meroni

Foto di Mathias Marchioni

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