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Born In The USA di Bruce Springsteen compie 35 anni

Sette lustri ormai ci separano da quel fatidico 4 giugno 1984, giorno in cui Bruce Springsteen fece un ulteriore passo nella storia della musica pubblicando Born in the U.S.A., uno degli album più discussi, amati e ascoltati degli anni Ottanta.

35 ANNI FA…
Dare un seguito a un disco come Nebraska, preziosa perla pubblicata nel 1982, si presenta come una bella sfida. O meglio: lo sarebbe per chiunque, ma non per Bruce Springsteen. Lui a quel tempo aveva già in mente dove andare a parare, ben due anni prima che il suo album di maggior successo vedesse la luce. Perciò quando arriva il 1984 e si ritrova per le mani una E Street Band caricata a pallettoni, stanca di aspettare in panchina mentre il capitolo più intimo dell’intera carriera del Boss fa il suo corso, non c’è una singola possibilità che sbagli il colpo. E infatti Born in the U.S.A., settimo album in studio, vende più di trenta milioni di copie e dei sette singoli estratti neanche uno resta fuori dai vertici delle classifiche.

Bruce sceglie di invertire la rotta e incide il disco più pop e radio-friendly della sua discografia e nel farlo consolida il suo status di rockstar definitiva, raggiungendo l’apice del proprio successo. Se ne accorge anche Ronald Reagan, quarantesimo presidente degli Stati Uniti d’America, a quel tempo in corsa per un secondo mandato alla Casa Bianca. Il candidato repubblicano usa il nome del giovane rocker proprio nel New Jersey, la casa del Boss, sperando in un prezioso endorsement dalla nuova icona della cultura pop americana. Ma ottiene presto un sonoro due di picche dal diretto interessato che da lì in avanti sposerà con convinzione la causa democratica, dando un’importante svolta politica alla propria immagine pubblica.

IL DISCO
Springsteen racconta la disillusione americana come nessun altro. Questa volta, dopo il folk acustico e cupo di Nebraska, ricorre all’inebriante potenza del rock da stadio, quello degli inni, delle hit scritte con l’esplicito intento di far perdere la testa al più vasto pubblico possibile. Ma per farlo alla maniera del Boss, senza cadere vittima di un retaggio pop al quale la sua musica cerca di sottrarsi, serve conoscere la Nazione e i suoi abitanti come le tasche dei propri jeans consunti. Bisogna andare ad arricchire, pezzo dopo pezzo, l’icona del rocker operaio, vero eroe della working class, che ancora crede nel valore del sogno americano ma è al tempo stesso disincantato dall’effetto ottenebrante della guerra.

In Born in the U.S.A. – formidabile fucina di evergreen – non mancano i pezzi intimi e introspettivi. C’è il folk, c’è il blues, c’è anche il country, ma fondamentalmente si tratta di un lavoro danzereccio dove il pop e il rock degli Eighties trovano una nuova perfetta dimensione.

Come ha sempre cercato di fare nella sua carriera, Springsteen fonde il racconto della quotidianità della sua gente, ricamato a regola d’arte nelle strofe dei suoi pezzi, con l’energica speranza infusa nei ritornelli incalzanti. Ne è un perfetto esempio la title-track, dove la potenza di quel “Born in the U.S.A. / I was born in the U.S.A.” sembra quasi oscurare il resto del contenuto. Ci casca pure Reagan che, accecato dall’idealismo di quel folgorante inno, usa il pezzo come strumento di campagna elettorale, ignorando il vero messaggio: quello del risentimento dei reduci di guerra, che riversano tutto il loro pessimismo e la loro frustrazione nelle strofe, alle quali in pochi danno il giusto peso. L’equivoco in realtà si ripete in quasi tutta la tracklist, dove la parte più spirituale dei brani vive all’ombra dell’universalità degli arrangiamenti, nascosta sotto i sintetizzatori di Dancing In The Dark, l’indimenticabile chitarra rock di Cover Me o la carica erotica di I’m On Fire.

Anche in questo caso, la poetica springsteeniana non viene mai meno ai suoi stilemi, salvo in qualche rara digressione (come i toni assoluti di No Surrender, spesso giudicati poco coerenti), e lo spaccato d’America raccontato nei dodici brani è pronto a resistere al passare degli anni e delle epoche.

…E OGGI
Come spesso accade, il più grande successo commerciale non coincide con il miglior album. Ma anche se alcuni fan della prima ora continuano a spendere parole aspre, anche se Downbound Train viene spesso preferita ai sette singoli quando si parla tra intenditori o presunti tali, è innegabile che Born in the U.S.A. sia ancora oggi assoluto protagonista dei titanici tour del Boss. Le sue hit sono ancora richieste a gran voce, raggiungono le nuove generazioni come solo i classici intramontabili ormai riescono a fare.
Certo, identificare il Boss con questo album e pensare che possa essere la summa di un percorso artistico così sfaccettato sarebbe un errore imperdonabile che fortunatamente la maggior parte dei suoi affezionati fan non commette. Ma serve giusto un briciolo di onestà intellettuale per ammettere che senza Born in the U.S.A. e senza il suo successo planetario, l’inossidabile simbolo dell’America degli anni Ottanta sarebbe un po’ diverso, sicuramente meno affascinante.

Umberto Scaramozzino

Foto di Francesco Prandoni

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