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Bryan Adams a Bologna, il racconto del concerto

Ho atteso più di trent’anni per vedere dal vivo Bryan Adams e, dal 2017 in avanti, son riuscito a farlo ben tre volte. La vita certe volte gioca brutti scherzi. E, essendo questa di fatto una continuazione della leg che lo portò lo scorso anno a Padova e Montichiari, il senso di seguire più volte lo stesso cantante in poco più di dodici mesi non è facile da scovare.

Sì, perché escluse alcune inversioni in scaletta di fatto il concerto è stato identico a quello del 2018. Identico il balletto su You Belong To Me, identica la gag su Tina Turner non presente per il duetto su It’s Only Love, molto simile anche il monologo sui genitori che gli hanno permesso di inseguire e realizzare i propri sogni che ha introdotto, anche quello identico, la coda del concerto che lo ha visto esibirsi senza band e con la sola chitarra acustica. Nessuna variazione neanche sul video introduttivo, che vede lui ripreso di profilo, e sulla struttura del palco, spoglio e senza orpelli pur essendo quello di Bologna il centesimo show che il nordamericano ha suonato in questo 2019.

A cosa è servito quindi andare a vedere un concerto di fatto fotocopia? A due cose. La prima è prettamente tecnica e “nerdica”, ed è il fatto che il piano sequenza di Can’t Stop This Thing We Started, che lo vede percorrere un luogo a me familiare tra l’indifferenza di pochi e l’esaltazione di molti, è stato ripreso all’Eaton Centre di Toronto. Niente Londra, niente New York City, niente Tokyo: un bagno di normalità e di tranquillità in una delle big city della sua patria.

La seconda è il fatto che ogni singolo concerto di Bryan Adams è la conferma tangibile che lui sia tra i numeri uno sulla piazza. Non ci sono se, ma, però. La storia non è stata avara di successi con lui: un curriculum pazzesco di collaborazioni di grido, di dischi capolavoro (Reckless è un riferimento del genere) e negli anni ha avuto l’occasione di ritagliarsi anche soddisfazioni live, come date a Wembley Stadium o di esibirsi agli Invictus Games e alle Olimpiadi di Vancouver come artista di grido. Ma, per motivi ignoti, nell’immaginario collettivo non è al pari di colleghi più o meno giovani, alcuni dei quali magari oggi sono l’ombra spenta di quanto erano solo una ventina di anni or sono.

In realtà alcune novità rispetto allo scorso anno ci sono state. La prima è un’inedita collaborazione con il colosso della logistica DHL, e non è un caso che certi argomenti sensibili vengano dati in mano ai tedeschi. Bryan Adams non è mai stato un artista nuovo a tematiche sociali ed ambientali, e non stupisce quindi la scelta di piantare un albero per ogni biglietto venduto in questo tour. Come illustrato in un coloratissimo video trasmesso poco prima dell’inizio dello show, l’obiettivo è quello di creare da zero una foresta alla fine della leg. Per chi si limita alla superficie, un voler cavalcare il tema ambientalista; per chi conosce l’artista un minimo una cosa che non stupisce, anzi.

L’altra è la scelta di suonare dei pezzi verso la fine della prima parte dello show. E se lo sciocco che chiede Summer Of ’69 capita sempre (anzi, in questo caso ce ne saranno due), dal cappello saltano fuori due chicche come il classico rockabilly Seven Nights To Rock e una Please Forgive Me. Una serata caratterizzata anche dai compleanni di alcuni fan delle prime file che si beccano una scontata Happy Birthday ma anche, in una sorpresa inserita all’ultimo momento nel conclusivo set acustico, un’inedita riedizione di Remember direttamente dal primo album.

Bryan Adams come il Boss Springsteen? Il paragone è sicuramente azzardato e fuori luogo, ma la scelta di far decidere ai fan quali pezzi suonare è un’altra similitudine che si aggiunge a quella più evidente, che è la scelta di farsi accompagnare dalla stessa band di supporto, escluso il tastierista Gary Breit, dall’inizio della carriera, una sorta di E-Street Band nata sotto la foglia d’acero. Una dimostrazione di affetto scontato per dei colleghi che gli hanno permesso, insieme ai genitori, di arrivare dove è arrivato. E di fronte a ciò, si perdonano anche le imperfezioni, gli svarioni e gli assoli che in alcuni momenti vanno per i fatti propri. Perché certe volte, di fronte a canzoni del calibro di Heaven, Have You Ever Really Loved a Woman? o The Only Thing That Looks Good on Me Is You, per citare anche una minor hit, ci si deve abbandonare alla musica e non scendere nei tecnicismi. E confermare a sé stessi di aver assistito all’esibizione di un artista che, dal momento del ritiro, ci mancherà tantissimo.

La scaletta
The Last Night on Earth
Can’t Stop This Thing We Started
Run to You
Shine a Light
Heaven
Go Down Rockin’
It’s Only Love
Cloud #9
You Belong to Me
Have You Ever Really Loved a Woman?
Here I Am
When You’re Gone
(Everything I Do) I Do It for You
Back to You
The Only Thing That Looks Good on Me Is You
Cuts Like a Knife
18 til I Die
Seven Nights to Rock
(cover)
Happy Birthday
Into the fire
All or nothing
Please forgive me
Summer of ’69

Encore
Somebody
Hey Baby
I Fought the Law
(The Crickets cover)

Encore 2 Bryan Adams solo
Straight From the Heart
Remember
Christmas time
All for Love
(Bryan Adams, Rod Stewart & Sting cover) con accenno di Shine A Light

Nicola Lucchetta

Foto di Onstage - Padova 2018

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