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Un concerto di Calcutta è un atto liberatorio per l’anima

Era (quasi) più atteso dell’inizio di Sanremo 2019, con le file infuocate fuori dal Palazzo dello Sport e un assalto al merchandise che non si vedeva da tempo: il primo dei due concerti di Calcutta a Roma per l’Evergreen Tour invernale nei palazzetti, un anticipato sold out, è stato un live teoricamente impeccabile. E se Calcutta fosse per l’indie pop, ormai genere a sé, quello che Cesare Cremonini è per il pop mainstream?

È il paragone che unisce due artisti lontanissimi in quasi tutto e accomunati, finora, da uno squisito senso melodico simile. Giochi di armonie che legano da lontano la raffinatezza del cantautore bolognese con il senso lo-fi, sghembo, poetico del cantautore di Latina. Uno consacrato dagli stadi, l’altro dall’Arena di Verona. Bisogna tornare indietro al 2018, che in un certo senso è stato l’anno di entrambi sui due lati di una stessa medaglia: il ritorno ufficiale di Calcutta con l’album Evergreen ha (de)stabilizzato le classifiche, segnando nuovi orizzonti di successo. I featuring, le canzoni che piovono il suo nome, le ospitate, gli annunci nei futuri festival estivi (sarà al Rock In Roma 2019) sono state tutte conquiste importanti per il cantautore di Latina. Che prima di tornare all’aperto conclude con le ultime date nei palazzetti la leg invernale del tour.

La meraviglia dei visual curatissimi, le luci bellissime, l’attenzione ai dettagli (i fake spot con Pierluigi Pardo, le canzoni del roster Bomba Dischi in quel tempo che precede l’ingresso sul palco), le canzoni di Calcutta che di per sé hanno già preso il posto giusto nel canone musicale: sulla carta è tutto pronto per un live molto potente. Teoricamente, però, perché qualche problema tecnico sin dall’inizio ha funestato l’umore della serata, specialmente quello del protagonista sul palco, rendendo il passaggio delle emozioni più sfumate un po’ più faticoso. Anche la naiveté di Calcutta, peculiarità in bilico tra tenerezza e disillusione, prende quel retrogusto amaro dell’errore altrui, di cui deve pagare ingiustamente le conseguenze. Sul palco si incazza, guarda continuamente il fonico, strapazza il microfono fino a lanciarlo direttamente a terra con tanto di asta in un momento particolarmente rabbioso. Capita la serata un po’ meno dritta delle altre, ma quando non è colpa tua è comprensibile che la concentrazione sia drenata via.

Per fortuna ci sono le canzoni, piccoli gioielli delicati che sono diventate inni nel giro di un mezzo bridge appoggiato con maestria. La scaletta è fissa e sostanzialmente invariata, spazia dalle ballatone come Milano (che non sfigurerebbero con le orchestrazioni delll’Ariston, sarebbe il crossover definitivo), alla delicatezza acustica de Le barche, fino agli sfoghi di una carichissima Kiwi o la potenza dei ritornelli di Pesto e Paracetamolo, l’universo di Calcutta è racchiuso e raccontato tra i segreti di un telefonino, una solitudine violenta, un campo coltivato nelle piane sterminate dell’agro pontino.

L’ospitata inattesa di Cosmo, che ricambia il favore di Calcutta al recente live al Forum, ha il pregio di distrarre il cantautore di Latina dai disguidi della serata: il loro duetto su Oroscopo, introdotto da una breve clip con Fiorello e Paolo Fox, ha il pregio di far desiderare che non finisca mai. I cellulari sguainati cercano di riprendere ogni attimo di quei tre minuti e mezzo e il coro unico del palazzetto scandisce il ritmo di un pezzo ormai diventato un classico. La chiusura è affidata alla doppietta Frosinone/Pesto, mentre Saliva viene rimandata dopo i ringraziamenti e i saluti per accompagnare l’uscita del pubblico dopo un’ora e mezza di live. Nonostante la serata un po’ storta, un concerto di Calcutta vale sempre la pena. Perché liberare l’anima dalle scorie cantando i suoi ritornelli, ritrovandosi in tanti versi acquarellati, è una delle cose più liberatorie degli anni Dieci dei Duemila.

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