Onstage
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Calexico and Iron & Wine a Milano, il racconto del concerto

Molte volte il valore della musica si fonde con quello dell’amicizia creando un indissolubile e longevo legame celebrale, profondo, rispettoso. Il folk inoltre esalta le vibrazioni del cuore, le parole dell’animo e spesso racconta storie intime che difficilmente possono essere al meglio manifestate.

Il mondo che vi stiamo raccontando e’ il ritorno della collaborazione musicale fra Iron&Wine e Calexico, due affermati nomi del panorama indie folk americano che, pur arrivando da genesi e luoghi diversi, celebrano il ritrovo in musica distante quindici anni dal loro fortunato esordio insieme.

Nel disco del ritorno, tutto e’ molto sincero, educato, soffuso, con un sofferto sound ospitale che rende tutto molto pacato. Manca forse qualche genialità creativa che possa energizzare talvolta le proposte musicali, in modo rendere più festante la seria solennità del comeback.

Nonostante sia esplicita la loro voglia di stare insieme sul palco, anche dal vivo le canzoni non crescono molto e solo a tratti convincono a pieno. La solarità dei Calexico si spegne quasi totalmente al servizio di quelle intimiste dell’operazione, e la scanzonato songwriting di Sam Beam si ridimensiona a tal punto da rendere lo show lento e introspettivo.

Gli artisti si preoccupano troppo di non sconfinare nel terreno altrui trovando un territorio comune neutro, dove manca enormemente però un’identità personale, che esalti le origini ed il sound di ognuno. A soffrirne enormemente sono soprattutto John Convertino, il batterista fondatore dei Calexico dal brillante tocco jazz, relegato ad un ruolo da umile gregario, ed il tastierista fisarmonicista che si prodiga a farsi sentire nonostante lo spazio musicale a lui dedicato sia enormemente ristretto.

Un vero peccato visti gli artisti in gioco e la loro capacità di scrittura e di coinvolgimento emotivo. Tutto scorre perfettamente suonato intendiamoci, ma forse troppo il progetto del ritorno si basa eccessivamente sul rapporto personale, tralasciando talvolta la freschezza della proposta artistica. Solo un paio di veri sussulti: l’esecuzione di Flores Y Tamales, cantata del trombettista Jacob Valenzuela, che alza brevemente il ritmo, e l’affettuoso duetto acustico fra Sam Beam e Joey Burns, che totalmente unplugged eseguono insieme un omaggio al loro rispettivo repertorio, fra fraseggi folk e perfette intonature.

Il bis è dedicato ad Years To Burn, un accorato appello introspettivo che invita ad attingere dalle emozioni il significato dei rapporti ed il senso di ogni cosa. Questa sera abbiamo celebrato l’amicizia, la prossima volta spero celebreremo al meglio anche la musica.

Claudio Morsenchio

Foto di Francesco Prandoni

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