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Calibro 35: «Momentum è il nostro Black Mirror»

Proseguono le date del Momentum Tour dei Calibro 35, che partito il 7 febbraio 2020 con il sold out alla Latteria Molloy di Brescia, dopo il successo delle date di Parma, Bologna e Padova, farà tappa domani sera al Fabrique di Milano, per poi proseguire nelle principali città d’Italia. Sul palco Enrico Gabrielli (tastiere e fiati), Massimo Martellotta (chitarra e tastiere), Luca Cavina (basso) e Fabio Rondanini (batteria) – quattro quinti della formazione, che vede come altro membro ufficiale il produttore Tommaso Colliva, più volte nominato ai Grammy Awards, che ha vinto, nel 2016, per il suo lavoro su Drone dei Muse, eletto Miglior Album Rock – insieme ai primi due super ospiti annunciati, Manuel Agnelli e Ensi, ma soprattutto al nuovo album: Momentum.

Prima prova della nuova fase iniziata dai Calibro, dopo avere chiuso il prolifico ciclo “cinematografico”, nel 2018, con Decade, questo settimo lavoro in studio della band milanese, la immortala in un hic et nunc, che è la perfetta rappresentazione sonica dell’oggi. Campionati da Jay-Z e Dr. Dre, entrati nelle colonne sonore per produzioni cinematografiche da Hollywood al Vecchio Continente, e consacrati sui palchi internazionali accanto a mostri sacri come Muse, Sharon Jones, Sun Rae Arkestra e Thundercat, i Calibro 35, nel momento dell’affermazione, sparigliano le carte in tavola con un disco che spiazza.

Registrato nello studio milanese TestOne, dove tutto ebbe inizio con Calibro 35, Momentum abbandona il linguaggio verboso e virtuosistico, a cui la band ci ha abituato, in favore di un’inedita complessità concettuale. Un gioco a togliere, in cui risuonano gli echi di Comet is Coming e Morricone, Tortoise e JPEGMafia, DJ Signify e Stelvio Cipriani, fatto di strutture cicliche, groove ostinati e suoni sintetici, che vanno ad arricchire la palette strumentale della formazione, in una sintesi paradossalmente organica, dove, nonostante l’impiego dell’elettronica, tutto è sempre suonato dall’uomo. Ci sono anche due featuring con i rapper Illa J e MEI in questo disco, con cui, come ci ha raccontato Massimo Martellotta, i Calibro 35 si mettono completamente in gioco: un’altra tappa di un indomito percorso di ricerca musicale.

Che disco è Momentum da suonare live?
È un po’ diverso da quello che abbiamo portato fino adesso, ma siamo tornati in quattro sul palco e sicuramente è un disco più da viaggione, meno muscolare e più ipnotico da portare dal vivo e anche noi siamo dentro questo vortice.

Raccontaci, chi sono i Calibro di Momentum? Sin dagli inizi il vostro sound, con tutte le esplorazioni nelle quali vi siete spinti, è stato fortemente connotato. Dopo Decade, però, avete aperto un nuovo capitolo, cosa conservate dei primi dieci anni di Calibro 35 e cosa, invece, vi lasciate alle spalle?
Con i Calibro sono ormai anni che abbiamo maturato un sound nostro, quindi con Decade abbiamo fatto una specie di summa di quello che poteva essere un percorso legato strettamente agli anni ’60, ’70 e al cinema di genere. Già da un paio di dischi, forse già da S.P.A.C.E., che era una prima esplorazione nello Spazio, abbiamo iniziato a muoverci, prendendo quell’eredità e quel tipo di suono dalle colonne sonore, che citavamo, per esplorare nuovi mondi. Con Momentum, in realtà, quello che è successo è stata una sorta di nuovo inizio, mi viene da definirlo un Calibro 35 2.0, perché ci siamo un po’ rimessi in gioco, abbiamo provato a scrivere qualcosa, che noi percepivamo come legato al presente, all’adesso, anche banalmente legato agli ascolti che facciamo di band di ora. Ci siamo presi la grossa libertà di suonare come i Calibro, avendo maturato un certo tipo di sound e di interazione fra di noi, però abbiamo provato un approccio più moderno. Ad esempio era tanto tempo che ci balenava in testa l’idea di fare qualche pezzo rap, perché ci è capitato di essere campionati nei pezzi di qualche icona del genere come Dr. Dre e Jay-Z, abbiamo provato a vedere come poteva andare, abbiamo contattato Illa J e MEI, che ci hanno risposto con gioia. Momentum è la testimonianza di un gruppo, che prova a calarsi nel presente e a riniziare un percorso, il disco di una band che si rimette in gioco.

Ascoltandolo mi sembra che sia vestito di una semplice complessità, che abbiate abbandonato l’approccio strumentale ferocemente virtuosistico, che vi contraddistingueva, per una complessità più concettuale e che forse nasce proprio dalla frizione tra strutture ripetitive, automatiche, messe però in atto in maniera organica, dall’uomo. È proprio così, l’idea compositiva era quella di togliere molto. Molti pezzi sono reiterati, ostinati, ci sono molti meno temoni, molti meno Giulia Mon Amour o Notte in Bovisa, quei pezzi che avevano dei riff fortissimi e che la gente capita che ai concerti canti tipo coro da stadio. Però, la complessità o quantomeno la tensione, che proviamo a dare, è dovuta alla reiterazione di alcune cellule compositive, che stanno in piedi e diventano interessanti, tese, proprio perché le suonano degli esseri umani e non una macchina, che ripeterebbe nello stesso identico modo ogni cellula strumentale. Gli ostinati e i groove ipnotici sono la cosa che a tutti noi piace ascoltare nei dischi, ci ritroviamo ad ascoltare cose dove, “non succede niente” o succede molto poco, quindi volevamo provare ad adottare questo linguaggio, più ciclico e meno verboso.

Di cosa si è alimentato il vostro immaginario durante il processo di scrittura del disco?
La definizione dell’immaginario è stata la parte più difficile, perché da un lato avevamo voglia di buttare fuori idee in maniera molto istintiva, dall’altro quando abbiamo iniziato a delineare la quadra progettuale, ci siamo dati un po’ di riferimenti per cercare di capire cosa potesse rappresentare un adesso glitchato, che stia bene con l’aspetto dei Calibro, dove li riconosci, ma è come se arrivassero da una realtà parallela, come se fosse un Calibro sliding doors, un glitch del sistema principale, una parentesi di un disco, che non ti torna. Questi concetti li abbiamo un po’ quadrati nell’estetica di Black Mirror, che ci ha aiutati molto a semplificare cosa volesse dire questo disco per noi. Ci ha ispirati quel mondo, che non è così diverso da quello che esiste, ma dove ogni tanto ci sono dei glitch concettuali, dove hai degli svarioni, tipo: ma questi sono loro o no? L’ho visto o non l’ho visto? Una volta messo a fuoco questo, abbiamo iniziato a fare il disco, che sicuramente è il meno concept di tutti.

Poi è accaduto tutto abbastanza velocemente. Per registrare siete tornati nello studio milanese TestOne, dove nacque Calibro 35 e che ora è di Colliva.
Sì, il ritorno in quello studio è stato casuale, un happy accident, però, perché ci siamo resi conto che è stato come riniziare a fare i Calibro, con un disco, in cui abbiamo messo in gioco un sacco di cose, nello studio dove era nato il progetto tanti anni fa. Quindi è stato assolutamente emozionante, perché non hai la percezione del tempo che passa, finché non prendi un riferimento comune e condiviso. In effetti ci siamo visti là dentro e ci siamo resi conto, che di strada ne abbiamo fatta parecchia, sia collettivamente, che individualmente e familiarmente, perché siamo quattro musicisti e un produttore e già nel numero siamo lievitati, visto che fra tutti abbiamo cinque figli, ma anche vite che si sono spostate tra Roma e Milano, c’è chi è andato all’estero e ora è tornato.

Avete anche tutti dei side project – I Hate My Village, Arto, The Winstons, le produzioni di Fatoumata Diawara, C’Mon Tigre e Africa Express di Damon Albarn, fino alle tue One Man Session, ai tour di 19’40’’ e di Mondo Cane con Mike Patton – rimangono uno sfogo a una creatività altra o, in qualche modo, capita che influenzino anche i percorsi sonori dei Calibro?
Più che chiamarli side projects, i Calibro sono cinque entità, che hanno cinque carriere parallele e differenti, come musicisti a tutto tondo e come produttore. I Calibro sono sicuramente il progetto artistico principale per tutti noi, perché è quello in cui abbiamo investito più energie, ma anche quello da cui abbiamo raccolto di più in assoluto, tutti, anche perle altre cose che facciamo a livello individuale, avere acquisito una certa credibilità rende tutto più facile e fluido. Vedersi poi nei Calibro e sviluppare cose che sono nate all’esterno è una cosa molto naturale, ma che ci rendiamo conto essere una grande forza del progetto. Tutti quanti siamo, se non dei malati nerd, sicuramente dei ricercatori costanti, nessuno di noi si ferma mai sul proprio strumento, suono o sulla propria ricerca personale. I progetti esterni, quindi sono fisiologici, ma la cosa importante è che ciò che esperiamo individualmente lo riversiamo dentro i Calibro ed è bello, perché quando mi astraggo un attimo dal gruppo e mi vedo intorno Fabio, che arriva e ti racconta che è stato in Africa con Rokia Traoré e ha scoperto uno strumento, che smonta, ne prende un pezzo e lo mette accanto alla batteria, Henry che si fa i giri con la sua etichetta di musica contemporanea per le masse e rifà Pinocchio letto da Francesco Bianconi… sono tutte cose che, quando poi ti rivedi in studio e guardi chi c’hai intorno, provocano una meraviglia e una stima reciproca, che è rara. Certo, poi facciamo a botte di ego, essendo cinque capoccioni, che tanto quanto cercano, hanno una loro opinione tosta, ma riusciamo sempre a trovare una quadra.

Su cosa vi siete scornati per Momentum?
Sui pezzi non ci si scorna quasi mai, la cosa difficile è la scaletta, dato che tendiamo a fare dischi che stanno nella lunghezza di un vinile, spesso produciamo più materiale di quello che ci entra. Anche da Momentum sono rimasti fuori dei pezzi, ma ci conosciamo e una strada, prima o poi, la trovano. In Decade ad esempio avevamo avuto Travelers, un pezzo mio romantico – per una volta mi ero messo a nudo -, che era rimasto fuori, ma invece poi è andato ed è il terzo pezzo dei Calibro più streammato di sempre nella versione strumentale, da cui poi abbiamo fatto anche una versione cantata con Elisa Zoot. Questa volta non c’è stato scorno, l’unica cosa è stato l’ordine della scaletta, qualcuno aveva dubbi sull’apertura con Glory-Fake-Nation, perché sposta tantissimo e appena la senti pensi: come? ma non è un disco dei calibro questo! Tommy, invece, la voleva tantissimo perché è un pezzo mega manifesto, doveva spiazzare e, come tutte le scelte forti, ad alcuni è piaciuta, altri fan della prima ora ci hanno messo un po’ a digerirla, ma alla fine, vista la gente che sta venendo ai concerti, direi che è stata apprezzata.

A proposito di scelte spiazzanti: dopo “Il beat cos’è” con Dell’Era, “Il tempo che non ho vissuto” con Serena Altavilla e “Travellers Explorers” con Elisa Zoot, siete tornati a introdurre la voce. Perché avete deciso di farlo e di limitarne la presenza a due soli pezzi cantati, anzi, rappati?
L’idea era di farne qualcuno di più, inizialmente addirittura avevamo pensato di fare un disco solo rap, dieci tracce, dieci featuring, poi abbiamo capito che sarebbe stato un filo troppo e che la scelta dei featuring sarebbe stata macchinosa, per logistica e dovendo scegliere quelli che piacevano a tutti e cinque. Insomma, ne avremmo fatti anche di più, ma alla fine ci siamo limitati a due, perché era una giusta spruzzata, che apre verso un certo mondo e per noi era anche utile capire come poteva venire presa o anche semplicemente come suonava a noi. E poi non volevamo dare l’idea che dal vivo avremmo suonato sempre con i rapper, no, dal vivo siamo noi quattro, senza rapper e per i pezzi cantati abbiamo usato degli stratagemmi concettuali, se venite ai concerti li vedrete.

A proposito di live: dal Biko quando ancora era il tempietto funk di Isola, all’Alcatraz e ora al Fabrique, condividendo il palco con Muse, Sharon Jones, Sun Ra Arkestra, Thundercat, siete cresciuti lentamente, ma esponenzialmente. A tuo avviso quali sono stati i momenti chiave del vostro percorso come performing band?
Ma dai, ti ricordi del Biko?! Eravamo proprio agli inizi! Beh, intanto questo momento magico non c’è, non c’è un momento di svolta, in cui ti dici: ok, da oggi le cose andranno benissimo. In più siamo in Italia, avendo frequentato anche l’estero, Londra o New York, ci siamo resi conto che forse ti danno di più la possibilità di avere questo tipo di svolta, ma anche là, per quello che ho visto e per quello che facciamo noi, è difficile. La realtà è che arrivi a raccogliere dopo che per anni sei costante in quello che fai, che mantieni alta la qualità, sei credibile, decidi bene ogni mossa, investi bene, fai i social e i dischi giusti, dopo anni che la gente ti caga, che viene ai concerti, che non costano troppo, che ti fai le grafiche. Insomma, questa cosa è frutto di un percorso e del lavoro di un gruppo che, comunque sia, porta avanti percorsi personali di lavoro musicale. Personalmente faccio colonne sonore per il cinema o jingle pubblicitari, che sono molto meno arte e molto più lavoro, ma è una cosa che facciamo tutti e che facciamo anche in Calibro, una mole di lavoro che non è il disco o i concerti, ma che è il motivo per cui pian piano riesci fare le cose che vuoi e la gente ti segue. Ogni volta io non sono sorpreso, sono stupefatto che la gente si puppi due ore di concerto strumentale, di quattro persone che suonano gli strumenti nel 2020, per me è fantascienza. Non ti parlo dei club jazz da ottanta persone, che fanno solo quello, ma che vengano cinquecento, mille, duemila persone a vedere i Calibro, è una roba che ancora mi sorprende tantissimo e non la diamo mai per scontata. Domani facciamo il Fabrique, un posto enorme, spero che venga tanta gente, ma di certo non lo diamo per scontato.

Riallacciandomi a quanto dicevamo all’inizio, ti assicuro che tutti i vostri concerti sono un vero e proprio viaggio per il pubblico. Per voi sul palco che esperienza si materializza in quell’ora e mezza/due?
È molto personale, ognuno vive la musica e la performance live in maniera diversa. Per me è una catarsi, sempre, suonare sul palco è la cosa che mi piace di più in assoluto, perché è di una potenza allucinante e per me è un viaggio totale, sempre. Tendo a chiudere gli occhi e a perdermi completamente, sia negli show che faccio da solo, che con i Calibro, che ti danno questa possibilità, essendo musica strumentale hai molte cose scritte, ma hai anche tanto agio per goderti il momento. Io sul palco cerco quella cosa lì, di perdermi, che poi è quello che cerco anche quando vado a vederlo un concerto. Per me è abbandono completo e spero che anche qualcun altro ce le trovi queste cose.

Quanto di ciò che è accaduto su palco nel corso di questi tredici anni, ha influenzato gli sviluppi della vostra ricerca musicale?
Di solito nei sound check succede che nascano nuovi pezzi. Durante la prova strumenti raramente siamo disciplinati, anche perché siamo molto bravi poi a non creare problemi ai fonici o ad avere problemi col palco, quindi usiamo quel momento quasi come sala prove e ne nasce spesso materiale interessante.

L’implosione spaziotemporale di Momentum, che scenari apre per il futuro dei Calibro?
È una domanda che ci facciamo sempre, a ogni disco, e abbiamo sempre un sacco di idee, anche perché fortunatamente una tavolozza, anche di competenze, come quella dei Calibro ti permette di non avere troppi limiti tecnici e di realizzazione. Non saprei dirti esattamente a cosa stiamo pensando ora, ma ogni nostro disco è il risultato della cernita di altre dieci idee possibili e quindi ce ne sono almeno altre nove da sviluppare. Siamo curiosi anche noi di quale sarà la nostra prossima mossa, adesso però dobbiamo palesare questa fino in fondo.

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