Onstage
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La festa dei Canova e le confessioni di Matteo

“Buonasera, benvenuti a Milano Per Sempre, per noi questa è una serata importante, siamo in famiglia, ed è anche una festa” così i Canova salutano un Circolo Magnolia pieno da esplodere. È la penultima data del loro tour estivo (manca ancora Pisa, il 15 settembre) ma questa tappa la sentono particolarmente, d’altronde è sempre un’emozione diversa per la squadra giocare in casa. Per i quattro, Matteo Mobrici (voce), Federico Laidlaw (basso), Gabriele Prina (batteria), Fabio Brando (chitarra elettrica), Milano è casa, è il posto dove si sono conosciuti: “La nostra è una di quelle amicizie molto in là nel tempo, non mi ricordo una stretta di mano, un “piacere”, quindi dovrebbe essere una cosa successa intorno ai 16 anni. Poi abbiamo iniziato a suonare insieme, facevamo canzoni che scrivevo io, perciò abbiamo sempre avuto l’intenzione di fare musica in italiano. Anche se all’inizio era molto difficile perché era il periodo pre-indie” ci racconta Matteo Mobrici.

Il concerto si apre con Shakespeare, da Vivi per Sempre, e alle spalle della band il cagnone della copertina dell’album veglia su di loro sorridente. Senza pausa attaccano con Vita Sociale e coinvolgono con un’attitudine da pop star: Matteo in giacca di pelle e occhiali da sole si curva sul microfono per metterci ancora più carica, mentre anche gli altri non lesinano energia. Ormai il live è collaudato per loro, che sono in tour da giugno: “In realtà siamo in giro da marzo perché non è che ci sia stata una grande distanza tra il tour invernale e quello estivo. Il disco è uscito a marzo e poi subito via con i concerti, abbiamo fatto direttamente primavera/estate”.

C’è differenza tra i primi tour e questi?
C’è meno fai da te. Noi figurati, abbiamo fatto dieci anni a caricare macchine, incastrare amplificatori nei cofani, fare montaggio e smontaggio del palco. Ricoprivamo un po’ tutti quei ruoli che ora ci affiancano. È molto diverso, è più comodo. La differenza importante è che adesso sono tutti concerti grossi, quindi purtroppo è minore la possibilità di incontrare chi ti viene ad ascoltare. Mi ricordo che per metà tour del primo disco di tre anni fa, ogni sera era un sabato sera. Finivamo di suonare e poi stavamo fino alle quattro o alle cinque insieme a qualche disperato come noi che veniva a sentirci.

Siete festaioli quindi?
Minchia, certo, assolutamente. Era uno schifo. Tu immaginati quello che può sempre aver sognato un ragazzo che mette su una band rock and roll e che poi arriva a fare un tour.

Il bello comunque è che con tanti siamo diventati amici. Se andiamo in concerto a Firenze è possibile che in accredito ti mettiamo dentro gli stessi ragazzi che c’erano quando ci siamo esibiti nello stesso locale, ma con venti persone. Con alcuni abbiamo tenuto i rapporti ed è una cosa bella perché all’epoca eravamo semplicemente in giro a suonare delle canzoni, ma ogni sera l’accoglienza era maggiore. C’era uno scambio vero e questo non era scontato, gli eravamo davvero grati. Comunque ci siamo anche accorti che tutti gli stereotipi sui tour sono veri.

Anche le groupie?
Ma qualsiasi cosa, anche loro comunque. È strano pensare che in un mondo così tecnologico come quello di oggi regga ancora il fascino che c’è tra musicista e groupie, che non è una fan, è un po’ più furba.

E a proposito di Groupie, la canzone non è mancata durante il live, attirando un incalcolabile numero di reggiseni che hanno preso il volo verso il palco. Per scaldare ancora di più il pubblico, i Canova fanno una cover di Rolls Royce di Achille Lauro, ma anche sulla loro Domenicamara e Expo il parterre si scatena, saltellando e battendo le mani a tempo. Alla fine di Expo, dal Magnolia si alza un collettivo e liberatorio “Che stronza”. Il bello è che i testi non sono esattamente un concentrato di positività eppure il pubblico sorride e canta, si diverte come non mai. Parlandone con Matteo, anche lui riconosce questo risultato sugli ascoltatori e racconta come ogni volta gli faccia effetto: “Questa trasformazione penso che sia la magia più grande, cioè scrivere canzoni che poi diventano collettive, che ognuno interpreta come vuole, perché in realtà nascono in una solitudine devastante. Prendono vita tutte in una stanza con pianoforte e chitarra e la voglia di esternare una storia, una sensazione. Infatti al live è come salire sul palco e dire “Guardate! Questi sono i miei problemi” e partire con l’elenco, farlo davanti a tutti. Questo modo di scrivere non lascia molto spazio all’interpretazione del mio carattere, non so come dire, penso che una persona che ascolta le mie canzoni mi conosca già un pochino, in un certo senso”.

Scrivere per te non è esattamente catartico quindi?
Tanti dicono “a me la musica fa star bene” invece per me è il contrario: farei sicuramente una vita migliore senza questa cosa di scrivere le canzoni. Da una parte è un gioco perché è quella cosa lì che mi chiudo per tre ore e scrivo una canzone, un po’ come quando da bambino ti chiudevi a giocare alla PlayStation. Al contempo non faccio musica per star bene, anzi è quasi il contrario, io la vedo un po’ come una sorta di “missione” o “vocazione”. Mi piacerebbe non guardarmi dentro quando scrivo, invece purtroppo penso che io sia nato così.

Tra le canzoni più romantiche e in cui il pubblico si immedesima di più c’è sicuramente Manzarek, seguita (casualmente?) da Ho capito che non eravamo, per tirare un sospiro di sollievo. Al momento di Per Te, Matteo si mette alla tastiera e le luci si abbassano, l’arrangiamento è minimale e il Magnolia cade in una trance dolce. Ragazzoni con barba e cappellino tengono il tempo battendosi la mano sul cuore, amiche si abbracciano, qualcuno agita l’accendino e altri cantano.

Hai detto che Per te è la canzone più dolce che tu abbia mai scritto…
Sì, ed è una grandissima conquista. Scrivere quel tipo di canzoni e non essere banale o squallido a livello di testo è una sfida tosta, perché è molto più facile fare una canzone ritmata con parole che si susseguono veloci, piuttosto che una più distesa con arrangiamento scarno, basata su piano e voce. Esternare un sentimento bello piuttosto che uno brutto è molto più difficile, anche in termini di appeal. Ma io la vedo così, come una canzone che mi porterò dietro per tanti tour, la vedo abbastanza unica in mezzo a tutte le altre. Penso che sia una dedica super positiva da affidare a qualsiasi amante o… per cose sentimentali.

Durante il concerto, arriva il momento degli ospiti: il primo è Fulminacci, ancora una volta le luci si abbassano, Matteo alla tastiera e Fulminacci alla chitarra, regalano la cover di Stavo Pensando a Te di Fabri Fibra, rendendola in pieno stile indie/pop. Emozionanti fino al midollo. Segue un altro momento di buio in cui sul palco c’è un cambio di strumenti, Matteo si rimette gli occhiali da sole, e questo già serve come indizio sul secondo ospite. Poi le urla quando il pubblico riconosce la base di NMRPM, Matteo intona le prime note e, accolto dalle grida, arriva Gazzelle. Su Quella Te si unisce anche la band al completo e, prima che Gazzelle abbandoni il palco, così come prima con Fulminacci, tutti si stringono in una serie di abbracci fraterni.

Raccontami del primo incontro con Gazzelle
Su questo argomento ho due storie: la prima volta che abbiamo suonato a Roma, il giorno dopo l’uscita di Avete Ragione Tutti, eravamo da soli, non c’era nemmeno il manager il quel periodo lì. Ovviamente non avevamo nessuno che stesse al banchetto a vendere i dischi. Allora quelli di Maciste ci hanno detto: “Guardate c’è questo ragazzo che stiamo per prendere, verrà lui a darvi una mano”. E a quel concerto lì, dietro il banchetto dei dischi, c’era Gazzelle.

La prima volta che proprio ci siamo presentati, eravamo a Roma, avevamo finito di lavorare molto tardi, saranno state le undici di sera, e io sono uno molto metodico, cioè se non mi fai mangiare entro le 20.30 impazzisco. Quindi erano le undici, non avevo mangiato niente, io ero nervoso, e siamo andati in un mezzo fast food a San Lorenzo. Ci eravamo sfondati di cibo e a me era veramente venuta un’indigestione pazzesca. In quel momento è arrivato Gazzelle per presentarsi e io gli ho detto “piacere, scusa ma devo andare a vomitare”.

La volta dopo abbiamo iniziato questo rapporto. Poi, quell’anno abbiamo suonato insieme un sacco di volte, e si è creata un’amicizia. L’ho visto anche due sere fa a Milano, tra di noi c’è un rapporto che va oltre la nostra attività, ci troviamo molto tempo a parlare di cose che non c’entrano minimamente con musica, aspirazioni, canzoni. Parliamo di tutt’altro, come le persone normali.

Sia lui che Fulminacci non sono due ospitate “lavorative”. Anche lui è un ragazzo che mi piace parecchio, con cui siamo diventati abbastanza amici. L’altro giorno è uscita una cover di Fibra e insomma questa intimità ci ha unito molto. L’ho invitato subito senza pensarci. Non è una cosa costruita, saremo tra amici e berremo qualcosa insieme sia prima che dopo.

Dopo Gazzelle è il momento della preferita di Federico Laidlaw, Santamaria, e via verso il gran finale. Quando tutti si stanno chiedendo quando arriverà Threesome, quel “pa-pa-pa-ra-ra-ra” si leva dal palco, i Canova si scatenano e il pubblico non smette di canticchiare la melodia. La band suona il ritornello a ripetizione, continua anche quando la canzone sarebbe finita. È davvero una festa collettiva, un ballare sulle delusioni d’amore: Fai conto che ogni volta che canto e salgo su un palco ho in testa un nome e un cognome, una faccia, un odore, un sapore. Ogni canzone è figlia di un rapporto, di una situazione e ognuna è a sé. I rapporti sentimentali che finiscono, non finiscono mai bene, cioè non ti lasciano più positività dell’inizio. Quindi quando vai a tramutarle in canzoni hanno sicuramente quel sapore amaro di una sorta di sconfitta. Però dipende, magari in futuro ci saranno solo canzoni positive che dicono quanto sia bello vivere. Non penso, ma non si sa mai”.

Si accendono le luci e i Canova rimangono per un po’ a prendersi gli applausi (e gli ultimi reggiseni volanti) dalla loro Milano.

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