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Quando la musica abbatte i muri: le canzoni e la caduta del Muro di Berlino

Come saprete e avrete sentito da più parti, ricorre oggi il trentennale di un evento storico di portata mondiale, Il 9 novembre 1989 cadeva infatti il muro di Berlino: simbolo della guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica, il muro era stato costruito nel 1961 per segnare il confine tra la Germania dell’est (DDR) e la Germania dell’ovest (RFT), ma soprattutto per evitare che i cittadini dell’Est si trasferissero ad Ovest, attratti dalle migliori condizioni di vita e di libertà (si stima che dal 1945 al 1960 si spostarono circa 3.7 milioni di persone).

Se vi state chiedendo cosa c’entri tutto questo con i concerti e la musica in generale, la domanda è legittima, ma in realtà dovrebbe essere posta al contrario, ovvero che cosa c’entra la musica con la caduta del muro di Berlino? Bè, che ci crediate o meno, la musica ebbe un ruolo attivo fondamentale nel determinare questo avvenimento, tant’è che Gorbaciov ripensando agli errori che condussero alla disgregazione dell’URSS una volta disse (scherzando, ma fino a un certo punto) che non avrebbe mai dovuto far entrare gli Scorpions nell’88.

Ma andiamo con ordine. Partiamo dagli anni 50 e 60 quando il regime sovietico, preoccupato delle possibili influenze “negative” sui giovani, mise al bando qualunque prodotto culturale proveniente da occidente, compresa la musica, con particolare attenzione al jazz e al rock’n’roll. Come tutte le cose proibite, anche la musica trovò il modo di circolare ugualmente. Se le vie del signore sono (in)finite, quelle della musica rock ne sanno sempre una più del diavolo (che in questo caso non veste Prada, ma giubbotti di pelle e blue jeans) e fu così che alcuni appassionati escogitarono un sistema di contrabbando difficile da intercettare, attraverso il quale le canzoni di Elvis Presley, Bill Haley, Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald venivano incise sulle pellicole a raggi X recuperate dagli ospedali.

Visivamente questi “dischi” apparivano come delle lastre di ossa rotte (potete farvi un’idea sul sito ufficiale del X-Ray Audio Project), ma al loro interno potevano nascondersi i suoni proibiti dei Beatles e dei Rolling Stones e più in generale quelli di una rivoluzione musicale (e non solo) che una volta avviata non poteva più essere arrestata. Sebbene di arresti, in realtà, soprattutto all’inizio ce ne furono eccome. Nel 1965 si tenne il primo concerto dei Rolling Stones a Berlino Ovest, ma l’evento durò soltanto 25 minuti prima di sfociare in una rivolta che diede vita a violenti scontri tra il pubblico di giovani rocker e le forze dell’ordine, concludendosi con un centinaio di arresti ed altrettanti feriti.

Ma il tempo era dalla parte di quei giovani (Time Is On My Side) che volevano soltanto sentirsi liberi (I’m Free) attraverso una musica che stava diventando sempre più difficile da arginare. Nel 1969 un altro concerto dei Rolling Stones – che in realtà non ci fu – scatenò l’inferno dall’altra parte del muro: per via di uno scherzo di un famoso speaker radiofonico, infatti, si era sparsa la voce che Mick Jagger e compagni si sarebbero esibiti sul tetto di un palazzo nei pressi del muro, in modo da poter essere visti e sentiti anche da Berlino Est. La notizia era falsa, ma le persone si presentarono in massa ugualmente e ci furono nuovi disordini, con ben 383 arresti, tra cui molti adolescenti che sognavano la libertà e speravano di viverla anche soltanto per qualche ora, andando a un concerto che non era mai esistito veramente.

Ma il rock ormai era tratto e non era più contenibile. Tutti i giovani berlinesi della DDR si procurarono una radio e nonostante i tentativi di ostacolare le frequenze da parte del regime sovietico erano perfettamente in grado di intercettare le note del “diavolo”. Trasmissioni famose come ad esempio quelle di John Peel sulla BBC e di Kai Bloemer sulla RIAS furono fondamentali nel veicolare un certo tipo di musica dentro e fuori la cortina: l’importanza della radio verrà esplicitamente dichiarata anche dal primo singolo dei R.E.M. del 1981 Radio Free Europe che “parla” proprio di questo, facendo riferimento all’omonima emittente statunitense. La canzone, infatti, si apre con un chiaro manifesto:

Beside yourself if radio’s gonna stay / Reason: it could polish up the grey / put that up your wall / That this isn’t country at all – Sei fuori di te se la radio rimane / La ragione: potrebbe ravvivare il grigiore / Scrivilo sul tuo muro / che questa non è certo una nazione.

L’Apertura del brano si schiera apertamente contro il muro e contro la censura delle radio da parte del regime sovietico. Nel 2005 un antropologo russo, Alexei Yurchak, riuscì addirittura a recuperare e pubblicare una lista segreta dei gruppi musicali proibiti dal partito comunista con la relativa motivazione. Come potete leggere scorrendo la lista pubblicata qui, si va dai Black Sabbath ai Village People e le motivazioni più gettonate sono “sesso” e “violenza”, ma la mia preferita rimane quella dei Pink Floyd colpevoli di “interferire con la politica estera dell’URSS in Afghanistan”.  Tra le varie motivazioni c’è anche il “punk” che esplose nella seconda metà degli anni 70 ed era già di per sé motivo sufficiente per decretare il “ban” del regime. Può sembrare un’esagerazione, ma se si approfondisce l’argomento come ha fatto lo scrittore americano Tim Mohr – con una serie di interviste ai protagonisti della scena punk di Berlino Est – si capisce che il regime faceva bene ad avere paura perché questi ragazzi che venivano arrestati, picchiati, interrogati e imprigionati dalla Stasi, lottavano ogni giorno per prendere il controllo delle decisioni basilari delle loro vite. Se i punk inglesi erano incazzati perché senza futuro (il famoso No Future cantato dai Sex Pistols in God Save The Queen), quelli della Germania dell’Est lo erano perché di futuro ne avevano troppo, nel senso che il loro era già stato tutto deciso dallo stato, tant’è che lo slogan più diffuso reciterà: “Don’t die in the waiting room of the future”.  Non è certo un caso che le due band punk più famose al mondo abbiano dedicato una canzone a Berlino, parliamo dei Ramones  (a cui la città ha a sua volta dedicato un museo) con la loro Born To Die In Berlin  e dei Sex Pistols con la loro Holiday In The Sun – in cui le parole che fuoriescono dai denti marci di Johnny Rotten sottolineano esplicitamente l’insensatezza del muro e la volontà di “andare oltre” (Devo andare oltre il Muro di Berlino/ Io non lo capisco”).  Nel nostro piccolo non dobbiamo dimenticare i nostri C.C.C.P., nati proprio a Berlino dall’incontro tra Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che scelsero l’est “non tanto per ragioni politiche, quanto etiche ed estetiche”, ragioni che possiamo ritrovare nell’ascolto di Live In Pankow.

Ma a Berlino non c’era soltanto la scena punk dura e (im)pura, anzi la città tedesca è famosa proprio per essere stata un crocevia di influenze musicali diverse e infatti, negli anni 70, tre delle più importanti rock star “muta pelle” scelsero proprio Berlino come rifugio mentale e/o fisico delle proprie ansie:

Nel ‘72 Lou Reed gli dedica la sua Berlin, ripubblicata l’anno seguente all’interno di un concept album omonimo incentrato non più sul lato selvaggio dell’ east side newyorkese (Take a Walk on The Wild Side), ma su quello oscuro e interiore di una città schiacciata dentro sé stessa, dove anche le cose più belle sembrano tendere alla tragedia:

In Berlin, by the wall / you were five foot ten inches tall
It was very nice / candlelight and Dubonnet on ice

We were in a small café / you could hear the guitars play
It was very nice / it was paradise

You’re right and I’m wrong
hey babe, I’m gonna miss you
now that you’re gone

A Berlino, accanto al muro / Eri alta un metro e settantacinque
Era molto bello / Lume di candela e Dubonnet con ghiaccio
Eravamo in un piccolo caffè / Si sentivano le chitarre suonare
Era molto bello / oh tesoro era il paradiso
Tu hai ragione e io ho torto
Hei, mi manchi
ora che te ne sei andata

Qualche anno più tardi, David Bowie e Iggy Pop  si trasferiscono da Los Angeles a Berlino Ovest per cercare di disintossicarsi dalla cocaina. La cosa non gli riesce proprio benissimo, ma quello che gli riesce sicuramente meglio è la pubblicazione di cinque album incredibili (la famosa “trilogia berlinese” di Bowie e i primi due album solisti dell’Iguana dopo la separazione dagli Stogees) al cui interno ci sono due delle loro canzoni più famose, Heroes  e The Passenger, indissolubilmente legate al loro luogo d’origine.

Heroes – usata anche in una scena epica di Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino   narra la storia di due ragazzi che si incontrano di nascosto per baciarsi sotto il muro mentre sopra di loro sibilano gli spari:

I can remember standing by the wall
And the guns shot above our heads
And we kissed,
as though nothing could fall

Il loro atto d’amore è un gesto di sfida, possiamo essere eroi solo per un giorno (We can be Heroes, just for one day), ma possiamo anche batterli per sempre (Oh we can beat them, for ever and ever).  L’immagine dei due amanti, separati dal muro berlinese, ma uniti dai sentimenti, verrà ripresa più avanti anche da Elton John con la sua Nikita (nome che può essere usato sia al maschile che al femminile anticipando di fatto il coming out dell’artista) e dal nostro Lucio Dalla con una canzone figlia della speranza, che si chiamerà Futura, come la bambina immaginata nel brano.

Altro gesto significativo di Bowie sarà quello che compirà durante il suo concerto berlinese del 1987, tenuto appositamente nei pressi del muro in modo da poter essere sentito anche dalla folla di giovani riunitasi dall’altra parte, ai quali il Duca si rivolgerà direttamente dal palco (“mandiamo i nostri migliori auguri anche a tutti gli amici dall’altro lato del muro”) e che gli risponderanno cantando in coro quello che ormai è considerato un inno della città e della sua riunificazione.

The Passenger, invece, è una canzone che Iggy Pop ha scritto lasciandosi ispirare da alcuni versi poetici di Jim Morrison e dal tema del viaggio a lui tanto caro, che in questo caso è quello percorso dall’Iguana a bordo del sistema di trasporto pubblico berlinese (su cui “torneranno” anche i R.E.M. con ÜBerlin, i Bloc Party con Kreuzberg e i nostri Afterhours con Riprendersi Berlino), ma a livello simbolico è anche quello dell’attraversamento del muro tentato da chi era pronto a scappare a costo della vita, pur di passare dal cielo lacerato dei bassifondi a un altro cielo che – almeno da lontano – sembrava più splendente (He sees the city’s ripped back sides […]He sees the bright and hollow sky).

Come se non bastasse, a partire dagli anni 80 anche un’altra eminenza della musica rock più oscura come Nick Cave si trasferisce sotto il “cielo diviso” di Berlino; lì verrà immortalato da Wim Wenders ne Il Cielo Sopra Berlino”  mentre canta in un pub la sua From Her To Eternity, destinata a restare, con un gioco di parole spazio-temporale Her/Here,  non solo “da lei “ (nel senso della ragazza protagonista), ma anche “da qui” (nel senso della città) all’eternità. Wim Wenders, in seguito, nella sua continua rincorsa dello spazio e del tempo, radunerà molti dei musicisti legati alla scena di Berlino per comporre la colonna sonora di “Fino Alla Fine del Mondo”, dove Nick Cave canterà il brano I Love You Till The End Of The World”.

 

Tra i vari musicisti che a Berlino graviteranno attorno al sistema solare oscuro di Nick Cave – oltre ai vari Mick Harvey e Rowland S. Howard (che finirà anche lui nei film di Wim Wenders con i suoi Crime and The City Solutions) – bisogna citare per forza anche Blixa Bargeld e il suo gruppo d’avanguardia sperimentale dal nome impronunciabile Einstürzende Neubauten – che a parole suona più o meno come “nuovi edifici che crollano” e in musica come qualcosa di altrettanto simile, visto che si tratta di un gruppo “industrial” in cui le grida e i suoni lancinanti delle chitarre vengono abbinati a rumori di lamiere che si ritorcono e martelli pneumatici. I testi al contrario sono spesso molto più “poetici” e in alcuni casi sono diventati veri e propri inni di rivolta come l’esplicita Steh auf Berlin, ovvero “Insorgi Berlino”.

Un altro nome grosso dal fascino oscuro che ha omaggiato Berlino negli anni 80 è Leonard Cohen con la sua First We Take Manhattan, che in qualche modo lanciava un campanello d’allarme sulle possibili degenerazioni violente delle rivolte e anticipava i rischi del terrorismo internazionale a venire: First we take Manhattan… then we take Berlin.

Passando poi al lato apparentemente più soft e mainstream degli anni 80, il caso di successo più eclatante fu quello della cantante tedesca Nena e della sua 99 Red Balloons, che fu incisa prima in tedesco col titolo 99 Luftballoons e solo successivamente “tradotta” nella sua versione inglese, destinata ad essere lanciata su scala planetaria. In realtà, nella traduzione si perde in parte l’idea iniziale della canzone (sparisce l’astronave aliena), ma si sente comunque forte e chiaro il messaggio non nascosto del testo che, dietro a un ritmo allegro e arrembante, parla apertamente della degenerazione della guerra fredda nella terza guerra mondiale e della conseguente fine della nostra civiltà. In sostanza Carlo Karges (il chitarrista della band), dopo aver visto liberare in volo dei palloncini durante un concerto (reale) dei Rolling Stones nel ’82, si immaginò un risvolto apocalittico (surreale) in cui l’avvistamento di questa massa di oggetti non meglio identificati veniva scambiato per un possibile attacco (99 red balloons floating in the summer sky / Panic bells, it’s red alert / There’s something here from somewhere else) scatenando la reazione violenta delle due superpotenze guidate dai “ministri della guerra” (i famosi Masters of War di dylaniana memoria):

99 Decision Street, 99 ministers meet

To worry, worry, super-scurry

Call the troops out in a hurry

This is what we’ve waited for

This is it boys, this is war
Alla stessa maniera anche un innocuo pezzo synth-pop come Forever Young degli Alphaville nasconde in realtà una fine catastrofica, il testo infatti allude al fatto che potremmo rimanere per sempre giovani non solo in senso positivo, ma anche negativo perché forse potremmo morire tutti a causa di una nuova guerra.

Ad allontanarsi da questi pensieri catastrofici in ambito mainstream ci pensa Billy Joel, che sarà uno dei primi ad esibirsi in un vero concerto rock su vasta scala oltre la cortina di ferro nell’estate del 1987: in sei date, di cui tre a Mosca e tre a Leningrado (a cui dedicherà anche una canzone) riuscirà nell’incredibile impresa di avvicinare due mondi distanti, sciogliendo le tensioni di un pubblico inizialmente sorpreso da tanta energia e parzialmente immobile, come ibernato da anni di guerra fredda e isolamento. Billy arriverà a fracassare il pianoforte per terra e finirà per fare addirittura stage diving sollevato da un pubblico in delirio, chiudendo fra gli applausi con una trascinante cover di Back in The U.S.S.R. dei Beatles (tutto registrato e ampiamente documentato in Billy Joel – A Matter of Trust: The Bridge to Russia).

Altri due concerti fondamentali che fecero letteralmente vibrare il muro perché – grazie al sostegno della Fdj, la Federazione Giovanile Comunista – si tennero addirittura a Berlino Est furono quello di Bob Dylan del 17 settembre1987, davanti a un pubblico incredulo di quasi centomila persone ammutolite e ancor di più quello di Bruce Springsteen del 19 luglio 1989, stavolta davanti a circa 300 mila persone, alle quali il Boss disse poche semplici parole, che però ebbero una valenza storica significativa e un fortissimo impatto emotivo, forse persino maggiore di quelle pronunciate dai due presidenti degli Stati Uniti nei loro discorsi passati alla storia:

ma queste parole erano sempre state pronunciate parlando da una roccaforte sicura “al di qua” del muro, nessuno si era mai presentato a Berlino Est davanti a una folla oceanica e aveva parlato in maniera così diretta, sincera e pura ai cuori e alle coscienze delle persone come fece Bruce Springtsteen quel giorno di luglio: “Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute”. Quando poi intonò Chimes of Freedom di Bob Dylan fu chiaro a tutti che a volte una canzone può valere più di mille discorsi e di risposte che soffiano nel vento.

Ma a dare la spallata musicale definitiva al muro di Berlino ci penserà la combriccola più improbabile della musica dell’epoca, ovvero quella della cosiddetta scena glam/hard-rock composta da personaggi fuori di testa come Nikky Sixx, Tommy Lee e Ozzy Osbourne, tutti quanti troppo sbandati e sballati per avere ben chiaro quello di cui si stavano rendendo protagonisti. Come abbiamo detto in apertura, però, i primi di quella scena a farsi strada in Unione Sovietica furono gli Scorpions – tedeschi e quindi ben più consapevoli – che nel 1988 si esibirono a Leningrado per ben dieci date consecutive tutte esaurite. L’incontro/scontro con il pubblico russo fu strano perché non tutti erano preparati allo spettacolo di una rock band che canta in inglese con accento tedesco canzoni che parlano esplicitamente di sesso e di libertà.

Ma l’anno successivo, ormai, il terreno era fertile e così nell’agosto del 1989, a pochi mesi dal crollo del muro, si tenne, presso lo stadio Lenin di Mosca, il primo vero festival rock organizzato in territorio sovietico. Lo chiameranno Moscow  Music Peace Festival, evitando accuratamente di usare la parola “rock”, ma alla fine sarà una sorta di Woodstock russo a cui parteciperanno molti artisti della scena hard rock a stelle strisce, quali Mötley Crüe, Skid Row, Cinderella, Ozzy Ousborne e Jon Bon Jovi, ma anche il gruppo russo Gorky Park e naturalmente, ancora una volta, gli Scorpions. La loro Wind of Change (scritta in quei giorni, ma pubblicata ufficialmente solo nel 1990) con quel suo take me to the magic of the moment on a glory night, diventerà in seguito la colonna sonora ufficiale di tutto quel periodo in cui il vento del cambiamento stava cominciando a spirare con più forza, fino a diventare un uragano di gente inarrestabile (Rock You Like a Hurricane), pronta a scavalcare il muro la sera del 09 novembre 1989.

La notizia dell’apertura degli accessi era stata data per sbaglio e in maniera ironicamente analoga a quella del finto concerto dei Rolling Stones del ’69 aveva ormai portato troppa gente nei pressi del muro. Non si poteva più tornare indietro, bisognava per forza andare avanti. E ancora una volta ci fu della buona musica a fare da sottofondo a questo passaggio. Il primo a cominciare fu il grande violoncellista russo Mstislav Rostropovich che la mattina dell’11 novembre, arrivato direttamente da Parigi, dove era emigrato per fuggire dal regime, cominciò a suonare le note di Bach davanti al muro proprio all’altezza del Check Point Charlie, mentre il popolo berlinese andava e veniva liberamente da una parte all’altra e il musicista poteva finalmente ricomporre con le note la sua anima lacerata da quella lunga ferita di cemento.

Il giorno seguente si sarebbero tenuti addirittura due concerti, quello dell’orchestra filarmonica, che renderà l’accesso gratuito ai cittadini della DDR in segno di benvenuto e quello improvvisato da alcuni artisti rock locali insieme a Melissa Etheridge e allo special guest d’eccezione, Joe Cocker, che riuscirà trasmettere il calore dell’accoglienza con una versione al tempo stesso energica e commovente di With a Little Help From My Friends.

L’atmosfera gioiosa di festa andrà avanti per molti giorni e culminerà nella notte di Capodanno quando i festeggiamenti per l’anno nuovo saranno affidati al “concerto sul muro” di David Hasselhoff (sì, quello di Supercar e Baywatch) che non si capisce bene perché, ma ha inciso delle canzoni e queste canzoni hanno pure venduto tantissimo in Germania, dove è diventato una specie di idolo. Ora per quanto mi riguarda chiunque riesca ad arrivare fino in fondo all’ascolto della sua Looking For Freedom è un miracolato, ma parliamo pur sempre di un popolo che mette le calze coi sondali e beve il cappuccino a pranzo, non pretendiamo di capire tutto, sarebbe impossibile. Godiamoci l’atmosfera di festa e basta.

Di ben altro spessore sarà invece il concerto di The Wall del 1990 che Roger Waters deciderà di organizzare simbolicamente proprio lungo quella zona di confine che prima non apparteneva a nessuno se non alla paura. Lo spettacolo, tratto dal concept album omonimo dei Pink Floyd, sarà letteralmente M-O-N-U-M-E-N-T-A-L-E. Non solo per il costo elevato e per la caratura degli ospiti internazionali (tra cui ricordiamo Joni Mitchell, Cyndi Lauper, Bryan Adams, Van Morrison, gli Scorpions e Sinead O’ Connor) ma anche e soprattutto perché farà sorgere davvero un’imponente costruzione di mattoni finti, per poi farla crollare violentemente nel finale, affidato alle parole – queste sì, pesanti come mattoni veri – di Outside Of The Wall :

Tutti soli o in coppia / Quelli che davvero ti amano / Camminano su e giù al di là del muro / alcuni mano nella mano / alcuni in gruppo / I cuori sanguinanti e gli artisti / Resistono / E quando ti hanno dato tutto / alcuni barcollano e cadono, dopotutto non è facile / sbattere il cuore contro dei muri di pazzi e canaglie.

Per quanto queste parole possano sembrare calzanti, in realtà, il muro di cui parlano è qualcosa di più psicologico e personale – la vera canzone che i Pink Floyd  dedicheranno alla caduta del muro di Berlino, infatti, non è tratta da The Wall, ma da The Division Bell  del 1994 e si intitola A Great Day For Freedom: un brano che proprio perché scritto a posteriori riesce a raccontare sia le grandi speranze iniziali che le successive disillusioni legate all’evento.

Anche David Bowie molti anni dopo, deciderà di tornare a Berlino per chiedersi a che punto siamo adesso con un brano –Where Are We Now? – che riesce a raccogliere tutto il buio e la luce che hanno vissuto gli abitanti di questa città e a metterli insieme in un’unica malinconia accecante.

Oggi a trent’anni di distanza da quell’evento che ha cambiato il corso della storia, ce lo chiediamo anche noi a che punto siamo, perché di barriere fisiche e mentali da abbattere ce ne sono ancora tante, ma una cosa è certa, tutta questa musica sta qui a dimostrarci e a ricordarci che si può e si deve sempre provare a farlo, perché come ha detto qualcuno il 09 novembre del 1989 quel muro non è caduto, ma è stato buttato giù.

E su di noi c’erano lampi nel cielo, campane di libertà.

Andrea Pazienza

Foto di Francesco Prandoni

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