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20 canzoni per celebrare lo sbarco dell’uomo sulla luna

  1. Space Oddity – David Bowie (1969, Space Oddity)

Un’altra canzone che fu collegata direttamente allo sbarco sulla luna è Space Oddity di David Bowie che venne addirittura utilizzata dalla BBC per accompagnare le immagini dell’evento in diretta. “Voglio che sia il primo inno alla luna” aveva dichiarato Bowie all’epoca. Ed effettivamente lo fu. Anzi, sicuramente la scelta di far uscire il singolo pochi giorni prima del lancio dell’Apollo 11 si rivelò una scelta vincente che aprì a Bowie le porte dello spazio e del successo planetario.

Ma prima di arrivare lassù, dobbiamo tornare un attimo sulla terra. Nel 1969, in piena “space fever”, Bowie aveva già intrapreso la sua carriera musicale – costellata soltanto di flop – ed era appena uscito dalla sua prima vera storia d’amore con l’attrice/ballerina Hermione Farthingale (a cui dedicherà Letter to Hermione). Il tema amoroso, tuttavia, non è al centro della canzone (sebbene ci sia un piccolo riferimento: dite a mia moglie che l’amo tanto, lei lo sa). Forse perché non c’è un vero centro della canzone, che nella sua complessità e indeterminatezza ha dato vita a moltissime possibili interpretazioni. Certo, il brano fa esplicitamente riferimento al lancio di un razzo sulla luna, ma dentro c’è molto di più. Si comincia con il lento conto alla rovescia che accompagna i versi iniziali in un crescendo sonoro emotivo che riesce a restituire la tensione dell’attesa e subito dopo la vertigine del decollo. Il countdown è affiancato a un pop orchestrale di assoluta magnificenza, nato dalle ceneri di una folk song in stile Bee Gees. Ma la canzone non è affatto una celebrazione gloriosa dell’evento e dei suoi eroi. E infatti alla fine l’astronauta si perde nello spazio:

there’s something wrong

Can you hear me, Major Tom?

Il riferimento più diretto è il film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio e lo si capisce già dal gioco di parole del titolo, da Space Odissey a Space Oddity (stranezza spaziale) fino a Space Odd Ditty (bizzarra filastrocca dello spazio). Parliamo di un film di fantascienza prettamente filosofico – anch’esso soggetto a diverse interpretazioni – che affronta il tema dell’evoluzione e della ciclicità della vita, ma anche dell’isolamento e dell’alienazione dell’uomo, che è quello che ha toccato più da vicino le corde dell’allora giovane David: “era il suo senso di isolamento ad attirarmi […] è come se la canzone fosse sgorgata da lì”. Mogol ne scrisse anche una versione in italiano “Ragazzo solo, Ragazza sola”, utilizzata da Bertolucci nel film tratto dal romanzo breve di Nicolò Ammaniti Io e Te,  in cui il senso di solitudine del regista, da tempo costretto a vivere su una sedia a rotelle, si riflette in quello del ragazzino protagonista che si (rin)chiude a vivere in cantina. Una sensazione che dev’essere stata eredita anche al figlio di David Bowie, il regista Duncan Jones, il quale finirà per dirigere un film distopico sulla luna (Moon con Sam Rockwell) e sulla solitudine di chi ci vive.

C’è anche chi nel brano di Bowie ci ha visto il canto del cigno della generazione dei figli dei fiori o chi pensa che tutto il viaggio non sia altro che la descrizione dell’esperienza di assunzione dell’eroina. Ma come avrete capito, qui siamo davvero di fronte a qualcosa di enorme, come il monolite del film di Kubrick, anche soltanto l’idea di provare a parlarne ci fa sentire piccoli come il Maggiore Tom della canzone quando guarda la terra dalla luna e viene rapito dal senso di impotenza e da un’indicibile malinconia:

Here am I floating round my tin can à Sono qui che galleggio attorno al mio barattolo di latta
Far above the Moon
à Lontano sopra la Luna,
Planet Earth is blue
à Il pianeta Terra è triste e blu
And there’s nothing I can do
à  E non c’è niente che io possa fare
Alla fine se c’è una cosa che questa canzone ci insegna è che ci sono cose che sono molto più grandi noi.

  1. Pink Moon – Nick Drake (1972, Pink Moon)

Se parliamo di solitudine in una lista di canzoni dedicate alla luna non possiamo non accendere, anche soltanto per un attimo fugace, la candela di Nick Drake, bruciata troppo in fretta al freddo e al buio della sua stanza.

Pink Moon è una canzone di due minuti contenuta su un album omonimo di 28 minuti. “A volte l’eternità è questione di attimi” dicono Salvatore Setola e Luca Buonaguidi a proposito di Nick Drake nel loro (bellissimo) libro Ambulance Songs – non dimenticarti delle canzoni che ti hanno salvato la vita. Purtroppo questa canzone a Nick Drake la vita non gliela salvò. Anche se forse era proprio quello il suo scopo quando entrò in studio di registrazione per inciderla, a mezzanotte, accompagnato solo dalla sua chitarra e dal suo fido ingegnere del suono John Wood, che lasciò tutto intatto e incantato, tranne l’aggiunta di un timido raggio di luna sotto forma di mini-assolo di pianoforte. Purtroppo l’album, pur essendo ricco di gemme incastonate in partiture ancestrali, vendette pochissimo. Reduce già da due dischi bellissimi completamente ignorati dal pubblico (Five Leaves Left e Bryter Layter) Nick non resse l’ennesimo fallimento e sprofondò (di nuovo) nella depressione. Una mattina di fine novembre del 74 lo trovarono morto nella sua stanza a soli 26 anni, con un libro di Camus sul comodino (Il Mito di Sisifo)  e i concerti brandeburghesi di Bach in sottofondo, dopo aver mangiato una tazza di latte coi cereali e aver preso troppi antidepressivi.

Nessuno sa bene a cosa si riferisca la sua luna rosa, che in alcune culture è presagio di morte e in altre simbolo di rinascita. Forse a entrambe le cose o forse a nessuna delle due. Ma non ha molta importanza, perché come ha osservato bene il musicista inglese Robyn Hitchcock  le parole qui “sembrano quelle di un bambino di quattro anni che ha ricevuto un messaggio da marte” e sono quasi superflue, quello che conta è il sentimento: “una canzone è un sentimento avvolto da parole e musica, lo devi catturare come un pesce”. Non essendo riuscito a coglierlo mentre era in vita Robyn ha provato a farlo in un sogno che è diventato a sua volta una canzone su Nick Drake:

Ho visto Nick Drake all’angolo del tempo e del movimento / Ho attirato la sua attenzione / E lui la mia / Gli ho detto “sei alto” / Lui mi ha risposto “non più alto dell’oceano di domani” / Ho visto Nick Drake / E stava bene.

Anche l’amico John Martyn provò a coglierlo con la sua Solid Air  in cui gli diceva: sei troppo profondo, vivi di aria solida. Ed era vero perché “Le canzoni di Nick Drake sono farfalle legate ad un’ancora”, non riescono a volare, ma nel mostrarti la profondità della loro ferita, te ne fanno ammirare ed amare la bellezza a qualsiasi costo, anche a quello di dover attraversare l’aria solida:

I know you, I love you
And I can be your friend
I can follow you anywhere
Even through solid air

 

Andrea Pazienza

Foto di Francesco Prandoni

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